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La difficoltà culturale di fare calcio in Italia è riassunta perfettamente, secondo me, dal numero di spettatori di quest’anno alle partite del Napoli: dai 40.918 dello scorso anno ai 32.448 di quest’anno, per un calo secco del 20%. ci saranno gli stadi brutti, ci sarà l’ordine pubblico (mah…) ma c’è soprattutto un problema culturale legato al voler vincere a tutti i costi. Se non migliori nettamente il risultato dell’anno prima la gente si annoia facilmente. Non basta non peggiorare, ti viene chiesto sempre di fare più punti, più vittorie, pena una penalizzazione in termini di incassi e affluenza.

Grande notte di calcio europeo per le italiane, che stabiliscono un record di partecipazione agli ottavi di Europa League con le qualificazioni (ed altrettante vittorie) di Torino, Napoli, Fiorentina, Inter e Roma.

Mai così tante squadre di uno stesso paese sono arrivate nelle 16 migliori della seconda competizione europea.

Le 5 vittorie su 5 gare valgono un bottino di punti cospicuo che con un totale di 13.833 proiettano l’Italia al SECONDO posto stagionale nel ranking Uefa. Dietro solo alla Spagna prima con 14.642 e davanti sia alla Germania con 13.571 che all’Inghilterra con 12.857.

Oltretutto, se la Juve passasse l’Italia sarebbe l’unica nazione a non aver ancora avuto nessuna squadra eliminata in Europa.

Plauso soprattutto al Torino, che ha giocato una delle più belle partite di una squadra italiana in Europa nell’ultimo decennio e si è imposto 3-2 a Bilbao dove nessuna squadra italiana aveva mai battuto l’Athletic nella lunga storia delle coppe europee.

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L’Athletic è anche l’unica squadra spagnola eliminata, nella notte che vede il crollo di Liverpool e Tottenham (annata nera per le inglesi) e una serie di trionfi a Est delle squadre ucraine e russe che fanno l’en plein.

Ma quel che più conta è il ritrovato spirito vincente delle nostre anche nella seconda competizione europea, oltre ad un grande obiettivo che non è più impossibile: sfidare le squadre inglesi per il terzo posto nel ranking UEFA.

In un paio d’anni l’aggancio è possibile. Ecco come!

Nelle prossime due stagioni le inglesi cederanno i punti guadagnati nelle annate 2010/2011 e 2011/2012. La differenza punti tra noi e loro nell’ultimo triennio è stata di soli 3,655 punti (a loro favore, naturalmente).

Nel 2012/2013 le inglesi hanno fatto 2,012 punti più di noi mentre lo scorso anno ne hanno fatti 2,619 in più.

Al momento invece siamo noi a primeggiare con uno score di 0,976 punti migliore del loro.

Ora da qui a fine stagione le nostre squadre (a partire dalla Juve nella gara di ritorno degli ottavi di Champions con il Borussia) dovranno provare a ottenere più punti possibile in modo da assottigliare ulteriormente il divario.

Come detto, dandosi come obiettivo il sorpasso nel 2017, si parte da 3,655 punti di differenza. Ma le inglesi quest’anno proseguiranno la corsa con il solo Everton in Europa League, mentre in Champions il rischio di perdere sia Arsenal che Manchester City è altissimo, mentre il Chelsea parte con i favori dell’1-1 in trasferta nella sfida con il Psg.

Ecco quindi che l’Italia (con almeno 5 squadre ancora in corsa, più la Juve, attesa dalla trasferta di Dortmund), potrebbe recuperare almeno altri due punti da qui alla fine della competizione e ritrovarsi in proiezione 2017 ad una incollatura dall’Inghilterra.

Il nostro calcio raramente riesce a darsi obiettivi comuni, ma questo è decisamente alto e prestigioso. E’ tempo di mettere al bando i campanilismi per ritornare grandi occupando – di conseguenza anche economicamente – un posto sul podio europeo che fino a 15 anni fa ci vedeva primeggiare.

Higuain e Icardi fino a questo punto del campionato sono i giocatori che hanno fruttato più punti alle propria squadra. Entrambi argentini, con le loro prodezze (6 il napoletano, 7 l’interista) hanno pesato in maniera decisiva su

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Per quanto riguarda Higuain non si può non sottolineare che si tratta di un attaccante reduce dal mondiale che ad inizio stagione era stato pesantemente criticato, così come del resto il suo tecnico, Rafa Benitez, bravissimo fin qui a non scomporsi ed a proseguire con equilibrio e intelligenza il suo lavoro.

Icardi invece è l’emergente. Suoi 10 dei 16 punti totalizzati dall’Inter. Ovvero il 62,5% del totale (si tratta del giocatore con l’incidenza maggiore in serie A mentre Higuain si ferma al 47,6%) seguito in questa classifica da Babacar della Fiorentina che con 7/12 si ferma al 58,3%.

Interessante anche lo score di Gabbiadini e Destro. Entrambi hanno fruttato 9 punti alle rispettive squadre. In chiave nazionale più di una indicazione al tecnico Antonio Conte (soprattutto in prospettiva) visto che ad esempio Zaza è fermo a 2 punti mentre i 2 gol di Okaka non sono stati decisivi in questo senso. Destro inoltre ha il pregio di essere il giocatore della Roma che segna i gol più pesanti (davanti a Florenzi, Naingoolan, Pjanic e Torosidis i cui gol hanno fruttato 3 punti a testa)

La classifica riporta il giocatore la squadra e i punti decisi da un gol di quel giocatore.
Fonte: Football.it

1. Higuain (Napoli), Icardi (Inter) 10 punti
3. Tevez (Juve), Destro (Roma), Gabbiadini (Samp) 9 punti
6. Callejon (Napoli) 8 punti
7. Babacar (Fiorentina), Matri (Genoa), Honda (Milan) 7 punti

Sapete quanto ha speso De Laurentiis in questo decennio? Appena 16 milioni e mezzo: questa è la somma dei versamenti in conto capitale, tutti concentrati nei primi anni. Le garanzie da 32 milioni con cui nel 2004 rilevò il titolo del club e avviò la nuova attività, infatti, furono coperte da un prestito di UniCredit che nel giro di tre esercizi è stato interamente restituito dallo stesso Napoli.

Interessante lo spunto di Marco Iaria (giornalista Gazzetta) nel suo blog.

Anziché stupirci di quanto sono bravi i tedeschi forse sarebbe bene guardare ai modelli economici virtuosi che anche la nostra Serie A è capace di generare. Anche a Napoli.

Un anno dopo l’addio a Mazzarri e l’inizio dell’era Benitez il Napoli è retrocesso in Europa League perdendo per 3-1 a Bilbao contro l’Athletic. Si tratta della terza competizione consecutiva in cui peggiora rispetto all’anno prima. Ma la sconfitta va vista secondo me nella logica più complessiva del progetto anziché in quella della singola sfida sui 180′.

In campionato ha chiuso terzo con 78 punti (23 vittorie) frutto di 77 gol fatti e 39 subiti. Nella stagione precedente aveva fatto gli stessi punti e le stesse vittorie con 73 gol fatti e 36 subiti, ma col secondo posto. E’ mancata la capacità di tener testa al diretto avversario (la Juve prima, la Roma poi) con l’aggravio della sfavorevole posizione in chiave Champions. Sostanzialmente il salto di qualità non c’è stato, anzi.

In Champions è passata da un ottavo di finale a una eliminazione nel girone a una retrocessione in Europa League.

La Coppa Italia vinta ha invece confermato la bontà complessiva di una squadra che non si è consolidata rimanendo legata a exploit estemporanei, ma senza continuità.

Emerge chiaramente che la squadra non è migliorata in nulla.

Ma l’eliminazione del Napoli ci insegna alcune cose non solo legate alla squadra di Benitez. Ecco quindi quelli che sono i sei aspetti più importanti che emergono in particolare in chiave mercato, in riferimento al calcio italiano nel suo complesso, e nello specifico della squadra azzurra.

MERCATO

1. Vendere Cavani è stato un errore. La retorica giornalistica più in voga dice che è bello vendere un fuoriclasse per comprare 4-5 giocatori a sostituirlo. Il risultato è che invece si finisce per peggiorare. Il discorso vale per il Tottenham del dopo-Bale ed è stato evocato da autorevoli osservatori (come Alan Shearer) per il Liverpool post-Suarez. Idem a mio giudizio per le ultime annate dell’Arsenal caratterizzate sempre da cessioni illustri (quella di Fabregas su tutte). Vale a livello italiano per il Napoli, e lo stesso ragionamento lo accosterei in futuro a Roma, Juve, Fiorentina qualora giocatori chiave come Benatia, Vidal o Cuadrado finissero altrove.

2. Le nostre società devono cambiare strategie di mercato. E’ tempo di capire che se non si hanno grandissimi capitali da investire è inutile puntare – ad esempio – su 4 giocatori che valgono meno di 10 milioni, meglio a quel punto costruirsi in casa giocatori di prospettiva ed inserirli in un collettivo impreziosto dai campioni (quelli grosso modo che valgono dai 25-30 milioni in su). Del resto il nostro miglior calcio (quello degli anni ’80 e ’90) era così: campioni affermati più prodotti interni. Detto questo non sono tra quelli che amano la retorica dei giovani italiani a tutti i costi, credo anzi che servano più giovani italiani da far crescere in vivai esteri, ma troverei apprezzabile una politica che intelligentemente coniughi l’autarchia con una precisa strategia finanziaria orientata a pochi acquisti ma dal peso specifico superiore. Purtroppo questo cozza con l’interesse di direttori sportivi faccendieri e procuratori che hanno bisogno del movimento per spartirsi la loro parte di torta legata a trasferimenti e percentuali su ingaggi e cartellini.

IL CALCIO ITALIANO

3. Da quando è in voga questa formula dei preliminari di Champions abbiamo superato il turno solo una volta su cinque. L’eliminazione del Napoli non è un fatto isolato ma fotografa il livello attuale del nostro movimento. Prima degli azzurri anche la Samp e l’Udinese (due volte) hanno fatto la stessa fine, solo il Milan lo scorso anno si è qualificato.

4. Il ranking italiano non è a rischio a causa di questa retrocessione. Ad essere compromesso è il fatturato stagionale del Napoli (ieri sera ha perso almeno una ventina di milioni che sarebbero stati incassati grazie al market pool, oltre ai lauti premi dei punti che avrebbe fatto nel girone di Champions). Paradossalmente ora il Napoli può invece fare risultati migliori e quindi contribuire in maniera più incisiva allo score italiano, andando in una competizione in cui le sue chances di arrivare in semifinale sono molto alte.

IL NAPOLI

5. Non è in alcun modo accettabile presentarsi con una condizione fisica inadeguata ad una gara così. Il calo del Napoli nel secondo tempo è stato verticale. Gli errori dei singoli derivano da problemi di lucidità e la lucidità cala al calare della condizione atletica di un calciatore, soprattutto se capitano ad un reparto nella sua quasi totalità e nella parte centrale del secondo tempo. C’è un errore di valutazione nell’impostazione del lavoro stagionale che non si può trascurare ed è forse la colpa maggiore in questa triste retrocessione.

6. Benitez ha un problema Hamsik: ignorarlo può diventare letale per il suo secondo anno a Napoli. Non si tratta di celebrare il centrocampista slovacco per il gol fatto: da grande giocatore quale è ha capitalizzato l’unica occasione vera avuta. Chi conosce Hamsik dall’inizio della carriera si intristisce a vederlo giocare da seconda punta toccando pochissimi palloni e finendo per fare solo il finalizzatore, venendo mortificato da un ruolo di rifinitore che non è suo e da una impostazione tattica che non lo contempla più come primo riferimento (sia in fase di possesso che di non possesso). Hamsik è un interno di centrocampo, a due o a tre che sia: va rimesso al suo posto, a costo di vederlo in una mediana con due soli interni come accade nel 4-2-3-1.

Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia. Non saranno molto contenti i due tecnici che ieri sera si sono dati battaglia al San Paolo a scoprire che i conti da loro forniti sono egualmente sbagliati e che se c’è uno che va lodato per l’ottimo rapporto qualità (punti fatti) prezzo della sua squadra, quello è il tecnico francese della Roma.

Curiosa la polemica nata stasera nel dopo Napoli-Juve tra Rafa Benitez e Antonio Conte. Curiosa perchè proprio in questi giorni mi ero dilettato ad utilizzare la classifica del monte ingaggi delle squadre di serie A e i dati sugli investimenti effettuati da ogni società sul mercato quest’anno per capire chi stava rendendo meglio o peggio rispetto ai costi sportivi sostenuti.

Andiamo con ordine.

Benitez afferma: “Trecento milioni di fatturato ti permettono di comprare i migliori calciatori del mondo”

Conte ribatte: “La formazione azzurra è stata costruita per vincere, De Laurentiis ha speso più di cento milioni di euro e per questo non può accontentarsi di partecipare. Il fatturato? È una cosa opinabile, sulla nostra squadra sono stati investiti appena 20 milioni di euro”.

Chi ha ragione? Proviamo a mettere qualche punto fermo.

Il fatturato della Juventus nell’ultima stagione secondo i dati della Deloitte Football Money League è stato di 272,4 milioni.

Quanto afferma Benitez è quindi falso. E lo è sul piano contabile, ma anche su quello formale. Bene fa in questo senso Conte a correggere il tiro parlando degli investimenti.

Ma qui l’allenatore della Juve non è sufficientemente preciso, e trascura a sua volta un aspetto importante, ovvero il monte ingaggi. Perchè una squadra di serie A non viene costruita interamente in un’estate, come succede al fantacalcio, ma ha dei valori consolidati nel tempo, anche se indubbiamente gli investimenti estivi contano.

Ci vengono in aiuto i dati del sito Transfermarkt.it e della Gazzetta dello Sport.

La Juventus paga ai suoi giocatori 116 milioni di euro. Risulta poi che tutti i movimenti di mercato di quest’estate (che potete trovare qui nel dettaglio squadra per squadra) abbiano fruttato alla Juve 5,985 milioni di euro. In altre parole la Juve (che per gli acquisti, a voler essere precisi, ha speso 31,860 mln e non 20 come dichiarato da Conte) tra l’estate scorsa e il mese di gennaio ha incassato più di quanto investito sul mercato.

Il Napoli, che ha un monte ingaggi totale di 74,1 milioni di euro, effettivamente (come detto da Conte) ha speso sul mercato 100,7 milioni di euro. Ma in gran parte si trattava dell’introito per la cessione di Cavani al Psg (64,5 milioni). Alla fine quindi l’investimento reale di De Laurentiis per rinforzare la squadra è stato di 29,1 milioni di euro, dati dal saldo tra i 100,7 milioni spesi e i 71,2 milioni spesi.

A conti fatti quindi si può dire che il costo sportivo della stagione Juventina è stato di circa 110 milioni di euro (ho aggiunto ai dati Gazzetta il milione speso per Osvaldo arrivato in gennaio) mentre il Napoli ha sborsato in tutto, tra mercato e monte ingaggi circa 103 milioni di euro. Insomma, la differenza di quello che io chiamo “costo sportivo” della stagione non è stata poi molta.

In questo senso, quindi, mi sento di dire che la polemica – innescata da Benitez nel prepartita – mi pare essere del tutto fuoriluogo. I 64 punti del Napoli fatti fin qui se riportati a media costante alle 38 partite finali del campionato sono costati ciascuno 1,32 milioni di euro. La Juventus di Conte (a cui è difficile chiedere più degli 81 punti in 31 partite che a media costante potrebbero proiettarla a 99-100 punti a fine stagione) è invece costata 1,1 milioni di euro a punto. I dati parlano chiaro.

Tuttavia, in questo ragionamento, chi può fare la voce grossa è soprattutto Rudy Garcia, tecnico della Roma. Pescando dalle stesse fonti vediamo infatti che la sua squadra, che ha un importante monte ingaggi pari a 92 milioni di euro l’anno (ed annovera peraltro il calciatore più pagato della A, Daniele De Rossi, che prende 6,5 milioni l’anno), in estate ha disinvestito. Il saldo tra soldi spesi e incassati dalla Roma è stato infatti positivo per 41 milioni di euro (decisivi i 60 incassati tra Marquinhos e Lamela e i 20 tra Bojan e Bradley). La Roma quindi ha finanziato il 44,5% della sua stagione grazie al mercato. A conti fatti ogni punto dei giallorossi costa a bilancio alla società 580 mila euro. Praticamente la metà di quel che costano a Juventus e Napoli.

Interessante – nell’elaborazione per tutta la serie A – notare il costo abnorme della stagione di Milan e Inter, ancor più fallimentare alla luce delle cifre spese dalle due società. Ma anche il fallimento del Sassuolo (1,72 mln a punto). Realtà a cui fanno da contraltare le virtuose: Udinese, Cagliari, Torino e Parma.

Per eventuali delucidazioni o contatti stampa se qualcuno volesse approfondire la tematica o visionare il foglio dati: giovanni.armanini@gmail.com

Se il buongiorno si vede dal mattino il calcio italiano si prepara all’ennesima stagione in cui verrà preso a schiaffi in Europa. Già due squadre su tre eliminate dall’Europa League, l’Udinese retrocessa, un bilancio assolutamente negativo e l’ennesimo dato preoccupante: secondo i dati del ranking Uefa le nostre squadre hanno riportato a livello Paese uno sconfortante 23esimo score (2,214 punti) a livello europeo.

Fare i nomi di certi paesi che hanno fatto meglio di noi potrebbe urtare la sensibilità di quelli che ragionano ancora come quando eravamo i più forti di tutti. Basti dire che dal quinto all’undicesimo posto TUTTI hanno fatto meglio di noi in termini di punteggio (si tratta di Francia, Portogallo, Russia, Ucraina, Olanda, Grecia e Turchia). Ed ora il livello degli avversari è destinato ad alzarsi (il nostro… il Napoli al posto di Roma e Udinese? …non lo so).

Solitamente i preliminari costituiscono (per le 15 nazioni più forti d’Europa) il 23% del bottino finale di punteggio nel ranking. Significa che se non ci sarà una svolta (che significa giocoforza vincere almeno una Coppa quest’anno e fare così incetta di bonus) entro due anni il rendimento attuale ci porterà dritti al declassamento al sesto posto, con il rischio che già a fine anno la Francia (che nei preliminari ha raccolto il terzo score tra le prime quindici d’Europa dietro a Inghilterra e Austria) ci possa sopravanzare.

Non credo che le categorie della vergogna facciano parte dello sport. Si gioca, ci si confronta, c’è chi vince e c’è chi perde. Tuttavia bisogna farlo con coscienza dei propri e degli altrui mezzi.

Nessuno sembra essersi accorto ad esempio che nello Slovan Bratislava di ieri sera c’erano in campo ieri sera 6 nazionali (contando anche il ’92 Pauschek che è nell’under). Non significa pensare di giocare contro i migliori al mondo, ma almeno rispettare un avversario che è pur sempre campione in carica nel suo paese. Ed invece prima della sfida d’andata si leggeva di esperimenti tattici, prove tecniche e vaccate del genere, che ormai in Europa abbiamo in testa solo noi e che significano solo zero cultura, niente rispetto dell’avversario, supponenza a fiumi e fallimenti assicurati.

Certo, Palermo, Roma e Udinese hanno perso per motivi diversi, ma il dato comune resta imbarazzante.

L’Udinese in 180′ non ne ha avuto uno solo in cui si è trovato in vantaggio e le situazioni di parità sono state rare: 8′ all’andata, 16′ al ritorno. Questa è inferiorità psicologica prima ancora che tecnica contro una squadra che vive il momento più difficile della sua storia recente. Il rigore sbagliato da Di Natale dà solo l’esatta dimensione di una squadra che arriva lì e si sente tremare le gambe.

Il Palermo, infine, è la barzelletta di sè stesso. Ha preso 3 gol in 180′ dal Thun. A prescindere dal fattore campo: cosa vuoi pretendere da una squadra che ogni ora che passa prende un gol e nonostante questo ha l’approccio mentale di chi si sente palesemente superiore all’avversario?

In pochi mesi la situazione è peggiorata, prima si iniziava a parlare di questi temi negli ottavi di Champion’s, ora partiamo già dai preliminari di Europa League.

Nella bassa bresciana il mitico Ciarli Varisco diceva ai suoi giocatori dilettanti prima delle partite: “Noi non sappiamo giocare, se ci rendiamo conto di questo possiamo rendere al 200%”. Lui lo faceva con un linguaggio un po’ colorito (parole testuali: “Notef fom cagà, gom de rindis cont che fom cagà, se sa rendem cont zughem be, altrimenti le ciapom”), ma la sostanza è quella: fin che l’Italia non ripartirà da questa convinzione smettendola di appellarsi a stronzate tipo: la sfortuna, il caldo agostano, le preparazioni pesanti o… barzelletta delle barzellette “il poco interesse per l’Europa League” continueremo a crogiolarci in una supposta superiorità ampiamente smentita dai fatti, beffata dal campo, superata dagli eventi.

Se poi a tutto questo unissimo anche un po’ di cultura e conoscenza che vada oltre la formazione titolare di Barcellona, Real e Manchester United (questo accomuna tutti: addetti ai lavori, giornalisti e tifosi) certo non guasterebbe nell’approccio con certi avversari.

Ovviamente partono i processi. Ma il dramma non è il fatto che partano processi mediatici o commenti fuori luogo tra i tifosi: il problema è che a fare i processi sono le società al loro interno!! Vedi il caos Roma, società fantoccio in mano a una banca e a un sedicente zio ricco e il Palermo e le minacce di addio di Zamparini. Fa eccezione l’Udinese che di fatto è stato declassato a quello che è il suo livello e quindi semplicemente fa spallucce a testa bassa e torna nel suo in silenzio.

E dico quest’ultima cosa con grande convinzione. E – come cerco di fare sempre – con la forza dei numeri. L’Udinese non è squadra da Champion’s ma da Europa League perchè il nostro campionato in questo momento sta esprimendo un valore medio inferiore rispetto all’attuale posizione nella classifica europea. Siamo quarti nel ranking, dopo Inghilterra, Spagna e Germania ma prima di Francia, Portogallo e Russia (che ha appena perso un posto in Champion’s a favore dei lusitani), ma quest’anno per l’ultimo anno abbiamo usufruito dei posti riservati ai terzi classificati: confermando che quella non è la nostra posizione.

Attenzione ora ai rischi: lo scorso anno abbiamo perso 3 squadre su 4 in Europa League nei gironi, quest’anno ci presentiamo con 2. In Champion’s intanto il rischio di non portare il Napoli agli ottavi è rilevante (e attenzione perchè la mancata qualificazione significa non poter aggiungere 5 punti al punteggio finale, mentre ai 4 del non raggiungimento della fase a gironi abbiamo già dovuto rinunciare lo scorso anno con la Samp), l’ipotesi di trovarci alle spalle della Francia nel mese di giugno, e di Francia e Portogallo nel giugno 2013 non è così remota.

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