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Il modello Fiorentina può insegnare molto a Mancini per l’Inter del futuro: 5 aspetti tecnico-statistici che lo dimsotrano #serieA

La Fiorentina torna a vincere a San Siro contro l’Inter dove l’ultimo successo risaliva al maggio 2000. Montella ha presentato una squadra che piace e stupisce per la sua maturità e si appresta a combattere su tre fronti potendosi concentrare prevalentemente su Europa League e Coppa Italia, visto che la Champions appare lontana almeno tanto quanto lontana sembra al momento la possibilità di una rimonta da parte delle milanesi che inseguono. Rispettivamente a 7 e 8 punti.

pronostico-inter-fiorentina

La gara sul piano del gioco è stata sostanzialmente condotta alla pari dalle due contendenti. Ma in questo caso è la maturità a fare la differenza in campo, e la Fiorentina oggi pare ad un livello superiore rispetto ad un’Inter che tuttavia, nella strada della ricostruzione, non può non prendere spunto da alcune cose che i viola stanno facendo molto bene.

Una su tutte, che può essere di monito all’intera serie A: non potendo avere fuoriclasse assoluti le nostre squadre dovranno abituarsi sempre più ad allestire rose con un livello medio sul piano tecnico atletico molto alto, con diversi giocatori a disposizione, molto intercambiabili, e una grande lucidità tattica.

Il calcio propositivo dei due tecnici Mancini e Montella ha tratti comuni ed obiettivi convergenti: creare nell’immediato un gruppo capace di giocare alla pari con chiunque insidiando le migliori a prescindere dalla competizione in gioco. Ecco quindi 5 aspetti tecnico-statistici emersi dalla sfida di San Siro che dicono della bontà dell’impianto viola a cui l’Inter di oggi e del futuro può certamente ispirarsi.

1. Alta rotazione di giocatori. Dopo la vittoria con il Tottenham sono usciti 8 giocatore su 11. Un turn over massiccio quello applicato all’undici iniziale con le conferme dei soli Neto, Savic e Badelj. Mancini ha invece confermato 5 giocatori su 11 ma è abbastanza evidente che lo stato di avanzamento lavori dei viola permetta a Montella scelte molto più radicali di quelle che l’interista, in carica da pochi mesi, può permettersi coi nerazzurri.

2. Modulo intercambiabile. Non ricordo a memoria una squadra così camaleontica, ovvero con una capacità di cambiare modulo così spesso. La Fiorentina ha usato il 4-3-3 contro i nerazzurri (settima volta in campionato), si tratta del secondo modulo più utilizzato quest’anno dopo il 3-5-1-1. Giusto dire che queste due opzioni sono comunque la base per Montella che tuttavia (anche vista l’alta rotazione dei singoli, evidenziata nel punto precedente) ha schierato anche le variabili del 4-3-2-1, 4-1-2-1-2, 3-1-4-2, 3-4-2-1 e 4-4-2. Quando Mancini ha provato (giustamente le varianti tattiche a sua disposizione) si è capito che non vi sono ancora automatismi, nell’Inter, in grado di supportare gli accorgimenti tattici in corsa, anche se il finale in crescendo non può non essere letto come un (altro) segnale di netta inversione di tendenza rispetto all’Inter mazzarriana.

3. Inserimenti decisivi. Non si può non menzionare l’apporto di Salah che in 178′ di serie A ha segnato 3 gol e servito un assist, pur giocando solo una volta da titolare e subentrando 3. Con l’Inter lo ha fatto ad inizio ripresa ed è risultato decisivo. Ma non è un caso isolato – al di là dell’indubbio valore del giocatore -: si tratta della sesta rete segnata da un giocatore entrato dalla panchina quest’anno per la Fiorentina, un record in serie A (stesso score del Verona). Curioso che 5 volte questo fatto sia avvenuto in trasferta (prima dell’Inter: Chievo, Cesena, Milan e Atalanta) e una in casa, nello scorso turno contro il Torino ad opera dello stesso giocatore egiziano.

4. Gioco verticale. A proposito di lucidità tattica. La definizione non è campata in aria ma dimostrata dai dati della gara. La Fiorentina ha lasciato il possesso palla all’Inter in una gara condotta alla pari dalle due contendenti, ma nonostante questo ha ottenuto una percentuale di verticalizzazioni (15,9%) pressochè identica a quella dell’avversario (16%).

Il gioco verticale dei viola è ben inquadrato da questa immagine dei flussi di gioco della squadra di Montella dove si vede la ricerca dei giocatori più dotati tecnicamente (Ilicic il più servito).

verticale

5. Sicurezza difensiva. Contro un’Inter cresciuta dopo il vantaggio andando in forcing alla ricerca del pareggio la Fiorentina è sembrata a suo agio in contenimento. Perché se è vero che Neto è stato decisivo, è altrettanto vero che i falli commessi nei pressi dell’area sono dimezzati dal primo al secondo tempo (8 contro 4) a mostrare una maggiore capacità di contenere l’avversario. Questo nonostante un pressing che inevitabilmente si è abbassato di 3 metri passando dai 37 del primo tempo ai 34 del secondo.

Ma ecco nel dettaglio la fase difensiva della gara di Inter e Fiorentina (squadra di casa, naturalmente, a sinistra)

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Inghilterra nel mirino. Il terzo posto nel #ranking per l’Italia non è più un miraggio #Europaleague

Grande notte di calcio europeo per le italiane, che stabiliscono un record di partecipazione agli ottavi di Europa League con le qualificazioni (ed altrettante vittorie) di Torino, Napoli, Fiorentina, Inter e Roma.

Mai così tante squadre di uno stesso paese sono arrivate nelle 16 migliori della seconda competizione europea.

Le 5 vittorie su 5 gare valgono un bottino di punti cospicuo che con un totale di 13.833 proiettano l’Italia al SECONDO posto stagionale nel ranking Uefa. Dietro solo alla Spagna prima con 14.642 e davanti sia alla Germania con 13.571 che all’Inghilterra con 12.857.

Oltretutto, se la Juve passasse l’Italia sarebbe l’unica nazione a non aver ancora avuto nessuna squadra eliminata in Europa.

Plauso soprattutto al Torino, che ha giocato una delle più belle partite di una squadra italiana in Europa nell’ultimo decennio e si è imposto 3-2 a Bilbao dove nessuna squadra italiana aveva mai battuto l’Athletic nella lunga storia delle coppe europee.

toro

L’Athletic è anche l’unica squadra spagnola eliminata, nella notte che vede il crollo di Liverpool e Tottenham (annata nera per le inglesi) e una serie di trionfi a Est delle squadre ucraine e russe che fanno l’en plein.

Ma quel che più conta è il ritrovato spirito vincente delle nostre anche nella seconda competizione europea, oltre ad un grande obiettivo che non è più impossibile: sfidare le squadre inglesi per il terzo posto nel ranking UEFA.

In un paio d’anni l’aggancio è possibile. Ecco come!

Nelle prossime due stagioni le inglesi cederanno i punti guadagnati nelle annate 2010/2011 e 2011/2012. La differenza punti tra noi e loro nell’ultimo triennio è stata di soli 3,655 punti (a loro favore, naturalmente).

Nel 2012/2013 le inglesi hanno fatto 2,012 punti più di noi mentre lo scorso anno ne hanno fatti 2,619 in più.

Al momento invece siamo noi a primeggiare con uno score di 0,976 punti migliore del loro.

Ora da qui a fine stagione le nostre squadre (a partire dalla Juve nella gara di ritorno degli ottavi di Champions con il Borussia) dovranno provare a ottenere più punti possibile in modo da assottigliare ulteriormente il divario.

Come detto, dandosi come obiettivo il sorpasso nel 2017, si parte da 3,655 punti di differenza. Ma le inglesi quest’anno proseguiranno la corsa con il solo Everton in Europa League, mentre in Champions il rischio di perdere sia Arsenal che Manchester City è altissimo, mentre il Chelsea parte con i favori dell’1-1 in trasferta nella sfida con il Psg.

Ecco quindi che l’Italia (con almeno 5 squadre ancora in corsa, più la Juve, attesa dalla trasferta di Dortmund), potrebbe recuperare almeno altri due punti da qui alla fine della competizione e ritrovarsi in proiezione 2017 ad una incollatura dall’Inghilterra.

Il nostro calcio raramente riesce a darsi obiettivi comuni, ma questo è decisamente alto e prestigioso. E’ tempo di mettere al bando i campanilismi per ritornare grandi occupando – di conseguenza anche economicamente – un posto sul podio europeo che fino a 15 anni fa ci vedeva primeggiare.

Le 3 cose che cambiano nel calcio italiano con il ritorno di Mancini all’Inter – #nonguardatelaneanche #amala

Mancini

1. Moratti ha ripreso potere all’interno dell’Inter, quantomeno sulla gestione tecnica. Pare del tutto rientrata la polemica di qualche settimana fa. L’impressione è che Thohir in questa fase abbia voluto delegare all’ex presidente buona parte delle questioni tecniche mettendo un uomo di sua fiduca alla guida della squadra e riavvicinando così società e squadra attraverso il suo socio di minoranza. Se non si trattasse di Moratti sarebbe una grande idea. Ma soprattutto: cosa sarà questo neo-morattismo senza il supporto delle spese allegre?

2. Dopo Conte andato alla nazionale anche Mazzarri esce dalla serie A. Due allenatori con modi diversi di interpretare la difesa a 3, che è stato il marchio di fabbrica vincente del campionato in questi anni. Vengono sostituiti da Allegri e Mancini entrambi interpreti di un altro modo di stare in campo. Il gotha del calcio italiano ora è allineato alla difesa a 4 (così anche Benitez, Garcia, Allegri). L’impressione di un passo oltre l’ultimo triennio è forte.

3. Allegri non è più il solo allenatore in serie A ad aver già vinto il campionato. L’anomalia era nata all’inizio del campionato 2011-2012 vinto poi dalla Juventus (Allegri al Milan era nella stessa condizione di quest’anno) e negli ultimi due anni erano state Juve e Milan le uniche due società ad avere in panchina allenatori “scudettati”: Allegri e Conte.

Nel calcio vince chi spende di più. Ma il declino italiano non è ancora irreversibile #libri #economia

Uno dei “meriti” della crisi economica del calcio italiano è rappresentato dal fatto di aver allargato la platea di gente che scrive e si interessa di questioni economiche legate alla gestione di una società di calcio.

Nei giorni scorsi – attratto soprattutto dal corposo compendio statistico – ho scaricato l’ebook di Stefano Righi “Palloni bucati”.

Effettivamente il compendio statistico merita e vale da sè i 2,99 euro spesi. Il resto invece lascia un po’ a desiderare. Righi – giornalista del Corriere della sera – parla delle questioni economiche del calcio e muove anche delle critiche qua e là alle società italiane ed al malcostume (che sfocia nell’illegalità) del nostro calcio, ma non riesce ad andare oltre la retorica di questi giorni.

Complessivamente l’ebook è scorrevole e si legge d’un fiato. Ma pare più una somma di cose scritte a uso e consumo di un largo pubblico da rassicurare (atteggiamento tipico dei giornali italiani che sembrano quasi impauriti quando hanno la possibilità di distinguersi gli uni dagli altri) più che una analisi innovativa ed in grado di guardare oltre.

Lo si nota in particolare in due passaggi superficiali laddove Righi afferma che “il 15% della società nerazzurra (l’Inter) è nel portafoglio della China Railway Construction Corporation”, ignorando forse che questa notizia è stata negata e smentita dai cinesi stessi.

Per affrontare bene il tema degli investimenti esteri nel calcio italiano serve una uscita temporanea dal mondo puramente calcistico chiedendosi perché l’intero sistema italiano in questo momento soffra della mancanza di investimenti dall’estero. Magari leggendo Pietro Ichino che dedica una ventina di pagine della sua “Intervista sul lavoro” a quello che lui (componente del Comitato investitori esteri di Confindustria) definisce “L’accordo tacito che chiude l’Italia”.

Una analisi, quest’ultima, che stima in 30-35 miliardi la possibilità annua di afflusso di capitali dall’estero se il paese fosse in grado di allinearsi agli standard europei (in questo momento siamo penultimi, davanti solo alla Grecia, per capacità di attrattiva). Difficile non pensare che una tale mole di investimenti non possa riversarsi anche sullo sport più popolare. Per un approfondimento rimando chi vorrà al libro del professor Ichino, in particolare da pagina 149 in poi.

In un altro passaggio Righi afferma con un tono un po’ troppo enfatico:

Deve essere ben chiaro a tutti che non esiste correlazione tra le spese per acquistare calciatori di grido e risultati sportivi della squadra che può schierare quei calciatori.

Una affermazione decisamente smentita da Ferran Soriano nel suo libro “Il pallone non entra mai per caso” in cui l’ex vicepresidente del Barcellona parla del modello gestionale della società Catalana dal 2003 al 2008. Afferma Soriano:

Nel 1999 gli economisti Stefan Szymanski e Tim Kuypers analizzarono a fondo la relazione tra i risultati sportivi ottenuti dai club e i salari relativi, usando dati riguardanti un decennio di campionato inglese (90-99). Il rapporto che scoprirono costituisce la risposta alla domanda che potrebbe porsi un matematico appassionato di calcio: esiste una variabile che spieghi i risultati sportivi di una società calcistica? Sembra proprio di si, e si tratta dei salari che il club paga, in rapporto a quelli pagati dagli avversari.

Insomma, il modello esiste eccome, e al di là di sterili dispute dialettiche mi sembra anche abbastanza incontestabile.

Ora, possiamo anche augurarci che una società come il Napoli che riesce a tenere il livello salariale molto al di sotto dei diretti competitor vinca il titolo, ed ammettere così che De Laurentis abbia saputo creare un modello vincente. Ma difficilmente questo nel lungo periodo ci potrà apparire come una regola anzichè come una felice casualità.

Che fare quindi? Rassegnarsi al declino? Vendere i migliori e adeguare i conti ad un calcio che non ha più risorse fresche da investire?

La risposta, che tanti analisti calcioeconomici dell’ultim’ora sembrano ignorare, si sposta dai costi ai ricavi, ovvero alle strategie per rendere i marchi calcistici italiani realmente globali, andando a vendere il prodotto “calcio” laddove i mercati crescenti stanno destinando quote significative del proprio consumo ai simboli del gioco più bello del mondo.

Una risposta che – a mio modo di vedere – deve partire tuttavia da una strategia complessiva, affinché a crescere sia l’intero movimento calcistico nazionale e non la singola società. In futuro probabilmente tornerò su questi aspetti, che per ora mi limito qui ad accennare.

La motivazione culturale, secondo cui gli italiani non sarebbero in grado di darsi regole comuni e rispettarle, nemmeno in nome di una crescita economica altamente prevedibile oltre che necessaria, non può più reggere e non è più accettabile. Pena il declino definitivo della nostra storia calcistica.

Gasperini esonerato? Nessuna colpa – #amala #Inter #serieA #calciopoli

Sul sito del Guerin Sportivo, all’interndo del dibattito su Gasperini colpevole o innocente, ho letto un commento firmato da tale Giustina che condivido in pieno dalla prima all’ultima parola. Per questo lo riporto lasciandomi “sostituire” in questa occasione, nell’esprimere il mio giudizio sulla crisi Inter.

L’onda lunga del 2006 è finita. E’ venuta meno la tranquillità di poter giostrare in solitudine nel declassato campionato italiano, orfano della sua squadra più rappresentativa. In più è terminato anche il tempo delle spese folli, né ci sono squadre che possano regalare ai figli del 2006 giocatori come Ibra, Vierà e a cascata Eto’o. Ora è il momento in cui una società fallimentare per decenni nei periodi anti-farsa, dimostri veramente di essere all’altezza, e di far coincidere le esigenze di bilancio con le necessità tecniche. Negli ultimi venti anni di storia del nostro calcio, solo una persona è riuscita in questa impresa. Creava grandi squadre senza fare svenare i proprietari. E proprio perché era l’unico che vinceva senza sperperare denaro, lo hanno fatto fuori, dopo aver cercato di portarselo a Milano. Insomma, come recitava un dialogo di un famoso film italiano degli anni novanta: chi nasce tondo non puo’ morire quadrato. Pertanto la parentesi forzata degli ultimi cinque anni – inquinata dalle menzogne dei processi farsa – non è bastata a restituire uno spirito vincente a chi per vincere si è servito di misure e tattiche extracalcistiche. La fortuna è cieca, ma il dio del calcio ci vede benissimo. Tutto sta tornando al suo posto. Ogni cosa, giorno dopo giorno, sta contribuendo a restituire ad ognuno il suo ruolo.

PS: il Guerin Sportivo lancia un dibattito come se mettere alla gogna l’allenatore sia inevitabile in questi casi. Così fanno tutti i giornali italiani a corto di idee e coraggio. Indirettamente (e forse volutamente) si giustifica un metodo che tuttavia, a mio modo di vedere, andrebbe messo radicalmente in discussione. In altre parole, per me, il vero problema non è capire se un allenatore ha tante o poche colpe, per poi arrivare alla banalissima conclusione che come sempre le colpe vanno divise tra tutti gli attori in gioco. Il problema è un altro: ha senso – e lo dico riferito a tutte le società del mondo, non solo all’Inter – parlare di progetto in agosto e smontarlo a metà settembre?

#MORATTI E DELLA VALLE, DAI BACI AI CALCI (IN FACCIA) – FINO AL 2001 – #Calciopoli

Giuro che questa non la sapevo… Della Valle era nel Cda dell’Inter (proprio come Guido Rossi). Se non lo sa lui cosa succedeva in casa nerazzurra…

Massimo Moratti aveva voluto Diego Della Valle nel consiglio di amministrazione dell’Inter dal 29 maggio ‘ 95. Un’intesa che era andata avanti fino al 2001, due anni dopo il primo grande rimpasto nerazzurro (15 luglio ‘ 99). Il 3 agosto 2002, Diego Della Valle aveva accettato di salvare la Fiorentina appena fallita e costretta a ripartire dalla C2.

via MORATTI E DELLA VALLE, DAI BACI AI CALCI (IN FACCIA) – FINO AL 2001.

Come leggere il #calciomercato 2011

Non sono un appassionato di quel genere letterario fantasy che è il giornalismo legato al calciomercato, che in queste settimane spopola in ossequio al fatto che in mancanza di notizie i giornali (e le 24 ore di programmazione televisiva di SkySport24) in qualche modo vanno pur riempiti.

Ho maturato queste convinzioni in merito agli spostamenti dei top player. Cito a memoria tra partenti certi e possibili valutati dai 20 milioni in su: Sanchez, Rossi, Aguero, Tevez, Hamsik, Adebayor, Benzema, Bale, Drogba, Falcao, Higuain, Hulk, Nasri, Neymar, Fabregas, Pastore, Ribery, Vucinic)

1. BENCHMARK. In questo momento manca un benchmark, per dirlo con linguaggio economico, ovvero un punto di riferimento economico. Probabilmente quando ci sarà una prima vendita (facciamo due) di un top player si sbloccherà a catena tutto il resto. L’impressione è che inevitabilmente oggi il mercato lo faccia il Barcellona con la trattativa Sanchez. Sarà quello il metro di paragone per tutti.
Pozzo ha valutato 50 mln, le offerte vanno dai 30 mln cash più contropartite tecniche (considerando ciò che questo aspetto comporta in termini di valutazioni finali scritte a bilancio) ai 40-42 milioni. Vista sempre in una logica economica una oscillazione che va dallo 0 al 40% è davvero una enormità e fa capire l’incertezza delle scelte e la difficoltà a chiudere affari.

2. FAIR PLAY FINANZIARIO. Una considerazione che nessun giornale fa è relativa al fair play finanziario (approfondimenti qui e qui). Un anno e mezzo fa l’Uefa fece sapere di essere già in possesso di un pre-monitoraggio. In marzo la Gazzetta ha scritto che secondo gli ultimi bilanci solo 4 squadre di serie A sarebbero ammesse. L’impressione è che i top club – parlo di Europa e anche di chi ha ricavi ben più alti dei club italiani – non siano così virtuosi (salvo eccezioni tutte da verificare). Il discorso vale a livello europeo e l’impressione è che in questo momento la vera leva per tener controllati i parametri sia quella di contenere il più possibile gli ingaggi, perchè in prospettiva rappresenteranno un costo che si ripeterà di anno in anno (un esempio sono le scelte dell’anno scorso della Juventus, che riuscì ad abbattere il monte ingaggi di circa 52 milioni).

3. I CLUB DI SECONDA FASCIA. Probabilmente da qui a fine agosto sarò smentito. Tuttavia oggi alcuni gioielli sono in mano a società come Palermo o Udinese (Pastore, Inler, Sanchez… in particolare quest’ultimo) che si trovano a recitare un duplice ruolo: da una parte quello di sbloccare la situazione come detto al punto 1 (se Sanchez va via a 50 milioni si tira dietro tutti gli altri in termini di valutazioni, se va via a 30 ribassa automaticamente molti top player). Dall’altra si trovano a metà tra la voglia di fare cassa in un momento in cui tutti proporranno pagamenti pluriennali e scambi con contropartite tecniche, e la consapevolezza che oggi soprattutto nel campionato italiano esiste la concreta possibilità di assottigliare ulteriormente il divario sulle prime tre. La Juve è un rebus, il Milan deve dimostrare la tenuta nel lungo periodo, l’Inter è ancora indecifrabile e un pochino sgarruppata rispetto agli ultimissimi anni. Quale istinto – quello di far cassa a prescidnere dal fatto che il mercato è senza cash o quello di tentare il salto di qualità – prevarrà? Questo lo potremo dire solo il 31 agosto.

#Calciopoli, il sentimento popolare

Prendo dalla rivista Studio un estratto dell’articolo Calciopoli, il sentimento popolare che riassume perfettamente quello che penso di Calciopoli.

Il sentimento popolare, quello che ancora evita a tutti in questi giorni di entrare nel merito delle cose, tipo se abbia senso o meno la prescrizione nello sport, tipo di distinguere finalmente fra una requisitoria e una condanna (per me le requisitorie di Palazzi erano ridicole allora e lo sono oggi, e quegli juventini che adesso Palazzi è figo e prima era uno stronzo sono uguali a Moratti & co che allora erano tutti eroi e oggi sono “quelli lì”), o tipo finalmente capire una volta per tutte che c’entra la stagione 2005/2006 su cui non esistono non solo prove (quelle proprio non esistono in generale) ma manco intercettazioni; tipo se tutto questo processo di Calciopoli abbia senso o meno (secondo me non lo aveva allora e ne ha ancora di meno oggi). Il solo risultato da portare a casa sembra essere sempre quello: “Gobbi ladri, gobbi ladri, gobbi ladri”. Peccato.
 
 

Di tutt’altro genere, ma troppo poeticamente e sfacciatamente fazioso per non essere apprezzato è questo crudo, spietato, oltraggioso, logorroico, ricercato, astioso, velenoso, incazzato, gobbissimo pezzo di Vincenzo Ricchiuti su L’uccellino di Del Piero.

“Fate schifo”. Quello che v’hanno fatto è un po’ una mascalzonata. Quello che non sapete dire è peggio. La prescrizione non significa colpevolezza, anzi. La prescrizione significa un bel niente. Avete impersonato per così tanti anni il Bene da non saper la differenza con il Male. Il bene è: il male, si diventa. Mentre per voi fisionomisti anche il male è. Lo avete stabilito coi criteri di Lombroso.

…e altre cose da far impallidire preti e suore

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