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Pellegrini e il Manchester City. Un film già visto nella meno inglese delle società. Tra i nomi pure Rodgers e Vieira #BPL #football

Mentre il Manchester City si appresta a sfidare il Leicester nel turno infrasettimanale di Premier league (che anticipa rispetto al week end dedicato alla FA Cup come da tradizione inglese) tiene banco la posizione di Manuel Pellegrini che tutti i media britannici danno vicino all’esonero dopo la duplice sconfitta contro Liverpool e Barcellona in Champions league.

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Molti i nomi che si fanno al suo posto. Il primo è Pep Guardiola, che i vertici della società hanno sempre messo al centro del proprio interesse.

Poi c’è quello (al momento molto più improbabile) di Carlo Ancelotti o l’alternativa rappresentata da Pablo Simeone, che ha appena rinnovato con l’Atletico Madrid, ma che sta nella rosa solo per dimostrare la totale confusione sul nome del successore: si cerca un offensivista nato come Guardiola o il re del catenaccio post moderno Simeone?

Mentre gli ambienti cittadini vicini alla società oggi hanno iniziato anche a ventilare una ipotesi interna legata al nome di Patrick Vieira. Il tecnico della formazione Elite, qualificatosi per i quarti di Youth League dove incontrerà la Roma, potrebbe essere la soluzione non solo transitoria.

E secondo l’Indepenent anche Brendan Rodgers del Liverpool potrebbe essere un nome chiamato in causa. Soprattutto perché nelle ultime ore ha preso piede l’idea del ritorno di Rafa Benitez proprio ai reds.

Soluzione apertissima, in cui è difficile prevedere cosa accadrà. Anche se l’impressione è che sia più facile che la scelta alla fine non ricada sui primi due nomi (Guardiola e Ancelotti) ma sugli altri. E con l’idea che lo stesso Benitez non debba essere escluso a priori: l’esperienza soprattutto internazionale lo rende un candidato ideale.

Un film già visto, almeno due volte. Per questo al momento non si conosce il finale.

Ciò che nessuno fa notare ad esempio è che lo scorso anno il City a questo punto della stagione si trovò nella stessa condizione: in una settimana uscì dalla Fa Cup (per mano del Wigan che già lo aveva battuto in finale l’anno prima) e dalla Champions, compromettendo anche il cammino in Premier league.

Ma le condizioni erano diverse. Quel City aveva appena vinto la Coppa di lega inglese e doveva recuperare (a causa di quell’impegno e di un replay di Fa Cup) ben due sfide in campionato.

Alla fine tutti sanno come è andata: City campione d’Inghilterra (anche – ma non solo – per demeriti altrui) e Pellegrini saldissimo al suo posto.

In questi giorni tutti ricordano invece l’epilogo di due stagioni fa con Mancini esonerato dopo la sconfitta in Fa Cup (sempre con il Wigan, nella finale di Wembley) ed una stagione finita con zero titoli.

Purtroppo per Pellegrini il City è la meno inglese delle società calcistiche di Premier, non solo per la conduzione qatariota ma anche per il board interamente spagnolo guidato da Ferran Soriano e Txiki Beguiristain. Questo significa soprattutto meno attivismo dell’allenatore in chiave mercato e complessivamente una maggiore esposizione alle intemperie del ruolo più in bilico del calcio.

Dice bene Pellegrini quando sottolinea che il suo ruolo non dipende dai risultati in campionato. L’impressione infatti è che la sfiducia nei suoi confronti sia iniziata quest’anno in Champions league e non sia venuta meno dopo la qualificazione miracolosa grazie alle vittorie su Bayern e Roma, mentre la sconfitta con il Barcellona (al tecnico viene imputato un gioco troppo spregiudicato e tatticamente scriteriato) avrebbe solo peggiorato le cose.

Vero invece il contrario: un successo in Premier league sarebbe la soluzione di tutti i mal di pancia. Ma per quello ci vorrebbe a questo punto un suicidio del Chelsea (attualmente a +5 con una gara in meno).

Stasera intanto all’Etihad sarà di scena il Leicester. L’ultima volta che City le due squadre si sono confrontante in campionato a Manchester, nella stagione 2003/04, vinsero i foxes, con il rotondo punteggio di 0-3. Era il 9 novembre 2003, due ere fa per il City allenato da Kevin Keegan e non ancora in mano ai capitali arabi, battuto nonostante la presenza in campo di gente come Anelka e Fowler.

Un ricorso storico a cui prestare attenzione.

La Juve “europea” di Allegri in 5 mosse #digitalsoccer #serieA #championsleague #finoallafine

Alcuni commentatori italiani nel dopo Roma-Juventus di ieri hanno sottlineato come il big match dell’Olimpico sia sembrato per lunghi tratti una gara in cui i bianconeri hanno giocato in preparazione alla sfida di Dortmund più che con la pressione che una gara decisiva per lo scudetto richiede.

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Il giudizio mi sembra netto e in parte ingiusto nei confronti della Roma, ma per contestualizzare meglio questa nuova Juventus di Allegri, che prova a mettere l’Europa al centro dei suoi pensieri, può essere interessante analizzare alcune novità che emergono da un approfondimento statistico sulle ultime due gare rispetto alla media delle gare giocate quest’anno dalla Juventus tra Coppa e Campionato.

1. POSSESSO. Ciò che è fuor di dubbio è che i Campioni d’Italia hanno deciso da qualche gara a questa parte che il possesso palla non è una priorità e che un gioco d’attesa può essere comunque prolifico. E’ la prima cosa che balza all’occhio: si passa da circa 700 palle giocate a partita (non ci sono state grandi differenze tra Campionato e Champions) contro le 500 degli avversari ad un netto ribaltamento della situazione (649-492 a favore della Roma, 649-579 per il Borussia). Ma da tempo il possesso palla non è considerato un dato esaustivo, ed allora ecco i “sotto-dati” più interessanti.

2. POSIZIONE IN CAMPO. Nelle due gare contro Roma e Borussia il baricentro (ovvero il punto medio del campo in cui la squadra ha giocato palla) della Juventus si è abbassato di 6,3 metri passando da 59,8 a 53,5 metri. Proporzionalmente anche il pressing (ovvero il punto medio in cui la squadra recupera palla, ha subito un arretramento (voluto): da 47,6 metri a 40,3 metri. Riportato sul campo, la Juventus prima recuperava palla a ridosso della metà campo, ora lo fa all’incirca dietro il cerchio di centrocampo, ovvero tra una ipotetica linea di trequarti e

3. TIRI SUBITI. Ecco il primo effetto interessante. Nonostante l’arretramento di tutta la squadra che si è visto sopra la Juventus, che prima subiva tiri in porta da una distanza media di 20 metri in campionato e 19,6 metri in coppa, ora prende tiri in porta da una media di 23 metri. In altre parole se prima gli avversari arrivavano al tiro a ridosso dell’area ora lo fanno circa 3 metri indietro per effetto di una miglior copertura (e compattezza) della squadra. Va ricordato che Roma e Borussia sono arrivate solo 3 volte a testa a concludere da dentro l’area di rigore a fronte delle 7 volte della Juventus.

4. VERTICALIZZAZIONI. Non può stupire se una squadra che difende di più tende ad avere una percentuale di giocate utili (ovvero palle giocate in verticale che escludono un avversario dall’azione difensiva) più alta di chi fa più possesso. Tuttavia il peso percentuale delle stesse può divenire rilevante. Quest’anno in Champions la Juve aveva una media del 13,37% (contro il 13,11% avversario). Contro Roma e Borussia non solo l’aumento è netto (14,8 e 16,2) ma la compattezza difensiva viene ridotta di molto. Il Borussia ad esempio ha verticalizzato solo l’8% delle palle che ha giocato, ovvero ha trovato una Juve compatta e capace di prevedere le sue giocate costringendolo a una manovra più orizzontale.

5. TIRI EFFETTUATI. C’è più spazio alle spalle degli avversari e la profondità di gioco aumenta. In questo senso la Juventus è passata da conclusioni ad una distanza media di 17,6 metri in campionato e 18,3 metri in Coppa ad una media di 15,1 metri ovvero riesce con facilità ad entrare in area laddove prima si fermava circa 2,5 metri indietro ovvero a ridosso della linea che delimita la zona. Già si è detto dei 7 tiri da dentro l’area tentati contro Roma e Borussia, che sostanzialmente non modificano le medie stagionali, ma vanno visti e ponderati considerando il livello degli avversari medi in campionato.

Sarà vera gloria? Ai 90′ di Dortmund la sentenza.

L’Inghilterra si interroga. Perché in Europa non siamo i migliori? #europaleague #championsleague

L’Inghilterra del calcio si è svegliata questa mattina con un interrogativo in testa: perché in Europa non siamo i migliori, nonostante i nostri budget che ci permettono di primeggiare sul mercato?

Dibattito aperto e diverse ipotesi. Ma alla fine a prevalere è la critica agli allenatori sconfitti nella tre giorni europea.

Manchester City v Barcelona - UEFA Champions League Round of 16

Come successo all’Italia nel periodo nero delle nostre squadre in Europa League, c’è chi spiega che in fondo è meglio primeggiare in Italia. Vuoi mettere il piacere di battere il tuo vicino di casa rispetto a qualcuno che sta lontano e che domattina non incontrerai in ufficio? Uno degli esponenti di questo pensiero è ad esempio Noel Gallagher, che domenica sera sosteneva questo alla BBC nel programma notturno dedicato alle partite della domenica.

Al di là delle esagerazioni, tuttavia, l’impressione è che una marcata autoreferenzialità del calcio inglese sia innegabile. Non bisogna dimenticare che anche nel primo decennio degli anni 2000 le inglesi vinsero meno Champions league di noi (dal 2000 al 2010 3-2 per noi a cui si aggiungerà due anni dopo quella del Chelsea) nonostante semifinaliste a iosa e piazzamenti in quantità. Non è nuova invece la debacle in Europa League: negli ultimi dieci anni sono solo 9 le squadre inglesi arrivate ai quarti di finale. Una sola vittoria del Chelsea 2012 e una finale del Fulham 2010.

Non sarà, si chiedono molti, che uno dei totem del calcio inglese, ovvero il sovraccarico d’impegni nel periodo natalizio, finisca per nuocere alle squadre alla ripresa europea di febbraio? Tema già più interessante sul piano squisitamente tecnico-atletico.

Tuttavia i numeri – se non quelli stagionali abbastanza sporadici – dicono che nel primo turno del nuovo anno le inglesi negli ultimi 10 anni hanno subito 22 eliminazioni su 62 squadre, ovvero hanno perso il 35,5% delle loro rappresentanti contro il 39% della Spagna, il 45% delle tedesche e il 38,4% delle italiane. Curioso il dato raffrontato al tedesco, che sembrerebbe dire esattamente il contrario, ovvero che è la lunga pausa invernale della Bundesliga a nuocere.

Alla fine sembra invece prevalere una lettura meno macro-numerica del fenomeno e più legata alle singole situazioni.

Ecco allora il processo agli allenatori. In particolare sulla graticola sono finiti Pellegrini del Manchester City, reo di aver affrontato il Barcellona con lo stesso atteggiamento aperto che lo caratterizza in Premier, e Wenger dell’Arsenal – sostanzialmente per lo stesso motivo – che ha ottenuto il gol di Chamberlain (sullo 0-2) nel momento di maggior difensività della sua squadra.

Ecco allora l’inevitabile elogio di Mourinho e Martinez. Il primo uscito indenne dal Parco dei principi con il suo Chelsea, il secondo nettamente vincitore contro lo Young Boys con una tattica che i quotidiani inglesi sintetizzano con un difesa e palla a Lukaku.

Pare che gli inglesi, nel momento in cui molti italiani guardano con interesse ai modelli organizzativi d’oltremanica, siano invece attratti da quella che in qualche modo è la mentalità storica del nostro calcio, richiamando i propri tecnici ad atteggiamenti tatticamente più accorti e meno spregiudicati.

Inghilterra nel mirino. Il terzo posto nel #ranking per l’Italia non è più un miraggio #Europaleague

Grande notte di calcio europeo per le italiane, che stabiliscono un record di partecipazione agli ottavi di Europa League con le qualificazioni (ed altrettante vittorie) di Torino, Napoli, Fiorentina, Inter e Roma.

Mai così tante squadre di uno stesso paese sono arrivate nelle 16 migliori della seconda competizione europea.

Le 5 vittorie su 5 gare valgono un bottino di punti cospicuo che con un totale di 13.833 proiettano l’Italia al SECONDO posto stagionale nel ranking Uefa. Dietro solo alla Spagna prima con 14.642 e davanti sia alla Germania con 13.571 che all’Inghilterra con 12.857.

Oltretutto, se la Juve passasse l’Italia sarebbe l’unica nazione a non aver ancora avuto nessuna squadra eliminata in Europa.

Plauso soprattutto al Torino, che ha giocato una delle più belle partite di una squadra italiana in Europa nell’ultimo decennio e si è imposto 3-2 a Bilbao dove nessuna squadra italiana aveva mai battuto l’Athletic nella lunga storia delle coppe europee.

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L’Athletic è anche l’unica squadra spagnola eliminata, nella notte che vede il crollo di Liverpool e Tottenham (annata nera per le inglesi) e una serie di trionfi a Est delle squadre ucraine e russe che fanno l’en plein.

Ma quel che più conta è il ritrovato spirito vincente delle nostre anche nella seconda competizione europea, oltre ad un grande obiettivo che non è più impossibile: sfidare le squadre inglesi per il terzo posto nel ranking UEFA.

In un paio d’anni l’aggancio è possibile. Ecco come!

Nelle prossime due stagioni le inglesi cederanno i punti guadagnati nelle annate 2010/2011 e 2011/2012. La differenza punti tra noi e loro nell’ultimo triennio è stata di soli 3,655 punti (a loro favore, naturalmente).

Nel 2012/2013 le inglesi hanno fatto 2,012 punti più di noi mentre lo scorso anno ne hanno fatti 2,619 in più.

Al momento invece siamo noi a primeggiare con uno score di 0,976 punti migliore del loro.

Ora da qui a fine stagione le nostre squadre (a partire dalla Juve nella gara di ritorno degli ottavi di Champions con il Borussia) dovranno provare a ottenere più punti possibile in modo da assottigliare ulteriormente il divario.

Come detto, dandosi come obiettivo il sorpasso nel 2017, si parte da 3,655 punti di differenza. Ma le inglesi quest’anno proseguiranno la corsa con il solo Everton in Europa League, mentre in Champions il rischio di perdere sia Arsenal che Manchester City è altissimo, mentre il Chelsea parte con i favori dell’1-1 in trasferta nella sfida con il Psg.

Ecco quindi che l’Italia (con almeno 5 squadre ancora in corsa, più la Juve, attesa dalla trasferta di Dortmund), potrebbe recuperare almeno altri due punti da qui alla fine della competizione e ritrovarsi in proiezione 2017 ad una incollatura dall’Inghilterra.

Il nostro calcio raramente riesce a darsi obiettivi comuni, ma questo è decisamente alto e prestigioso. E’ tempo di mettere al bando i campanilismi per ritornare grandi occupando – di conseguenza anche economicamente – un posto sul podio europeo che fino a 15 anni fa ci vedeva primeggiare.

Juventus, il crocevia tra presente e futuro della squadra… e di Pogba #Championsleague #jvtb #finoallafine

Quando Max Allegri arrivò in estate disse più volte che la Champions sarebbe stata il termometro della stagione. Ad oggi possiamo dire che effettivamente il tecnico bianconero si sta comportando di conseguenza mettendo i tempi della Champions al centro della programmazione stagionale.

Dopo aver giocato le prime 4 gare con il 3-5-2 è passato alla difesa a 4 contro l’Olympiakos ed ha chiuso con l’Atletico. La gara coi greci è stata decisiva per la qualificazione e bene ha fatto Allegri a giocarsi il tutto per tutto con un modulo che sente più suo.

Dalla sfida di andata con il Borussia Dortmund sono uscite diverse indicazioni.

1. Questa Juve non è obbligata a fare possesso palla, negli ultimi mesi si è preparata anche a questo e il 2-1 coi tedeschi riflette questo passo avanti rispetto alla scorsa stagione. Non è questione di catenaccio o di pullmann parcheggiati ma di opportunità tattiche. Che poi se tiri in porta più degli avversari hai sempre ragione tu, e se loro ti tirano solo dalla distanza la ragione si moltiplica.

2. In questo assetto Pirlo è croce e delizia. Non è una critica, ma correre in 10 se i tuoi avversari corrono più di te è meglio che correre in 9 e mezzo. Il suo infortunio non è stato uno svantaggio per la Juve. Che peraltro ha già in casa il dopo-Pirlo: Claudio Marchisio.

3. Da dopo Natale Morata è diventato titolare. Bravo Allegri a gestire il suo passaggio dalla panchina al campo in maniera intelligente. La bravura sta nel non averlo fatto notare particolarmente, al punto che oggi ci si accorge che Morata è il titolare ma non si sa quando questo sia iniziato.

4. Questo Morata che ad inizio campionato faticava ora diventa decisivo anche e soprattutto perché l’atteggiamento, la gestione di palla, la posizione in campo, della squadra, sono cambiate diametralmente. Le sue sofferenze di inizio anno sono le stesse di Llorente nel periodo che va dall’Olympiakos alla Supercoppa.

UPDATE 2/25/2015 14.17 <a href=”http://www.juventibus.com/content/limportanza-di-avere-un-morata-in-squadra.html”>QUI</a&gt; un approfondimento sul ruolo di Morata che porta la Juve di Allegri in una fase diversa rispetto a quella di Conte.

C’è poi una valutazione, da fare oggi, su Pogba e il suo futuro bianconero. Fuoritema? No, ecco perchè.

Sono tra quelli che non cederebbero mai Pogba. Ma nel calcio moderno la rotazione dei calciatori è importante. Spesso decisiva. Il punto è capire quando è il momento giusto. Prendete Di Maria. Se sei il Real Madrid è giusto cederlo dopo una Champions vinta, non in un altro momento.

Veniamo a Pogba. Lo considero incedibile. A meno che la Juventus non arrivi quest’anno alle semifinali di Coppa. Quello potrebbe essere il confine decisivo. Vorrebbe dire aver portato anche mentalmente la squadra al livello delle migliori meno qualcosa. Un qualcosa che non può dipendere da un solo giocatore e che non torna ad essere una differenza abissale senza quel giocatore.

Cedibile, quindi.

A patto che la dirigenza sappia chiudere rapidamente per 2-3 giocatori di grandi prospettive che richiederebbero comunque un esborso attorno ai 60 milioni di euro. Questo è l’unico aspetto su cui accetto l’inesatto parallelismo con quella che fu la cessione di Zidane.

Faccio qualche nome tra quelli che mi piacciono: i terzini sinistri Rodriguez del Wolfsburg (’93) o Amavi del Nizza (’94); il tanto sospirato trequartista per Allegri potrebbe essere Ander Herrera del Manchester United (’89); un attaccante di prospettiva come Lacazette del Lyon (1991) sarebbe poi l’inserimento chiave in attesa della già ventilata partenza di Tevez a parametro zero (e chi conosce il francese non può non vedere quanto starebbe bene a fianco di Morata).

Chi comprare? Lo si vede dai nomi. Non sono un amante degli investimenti sicuri a breve termine su grandi nomi altisonanti (preferirei per dire Lacazette a Van Persie). Nella logica di una Juve stabile nel gotha europeo se vendi un ’93 come Pogba devi puntare secondo me su coetanei o quasi in grado di essere in un paio d’anni giocatori da 40-50 milioni di valore di mercato.

A quali condizioni cederlo? Sì a squadre più o meno del nostro livello (Arsenal e Psg per me non ci sono superiori), no a squadre alle quali già paghiamo un differenziale importante (Real e Bayern su tutte). Insomma, se lo dobbiamo vendere cerchiamo di rendergli eventuali vittorie di prestigio più difficili di quanto non sarebbero alla Juve.

Per questo considero ad oggi ogni discorso su Pogba (sia di chiusura che di apertura a possibili partenze) del tutto prematuro. Perché come ha detto Allegri ad inizio stagione la Champions sarà il termometro della stagione.

In tutto e per tutto.

Collina sul gol di Bonucci in Juventus Roma, ecco cosa non ha detto l’ex arbitro. #nonguardatelaneanche #seriea @skyserieA

La vicenda di Collina che avrebbe detto (ma non l’ha detto) che il gol di Bonucci contro la Roma era da annullare per fuorigioco è stucchevole, ipocrita, deontologicamente scorretta.

E’ stata pubblicata sul sito di Sky nel video “Masterclass Collina, l’interpretazione” che potete trovare qui.

Giudicate voi dal video. E’ incredibile come Fabio Caressa cerchi di far dire una cosa al designatore europeo senza il conforto delle immagini, giocando agli equivoci, premettendo che non vuole parlare di casi italiani ma poi sentenziando in maniera sibillina in nome e per conto dell’arbitro, comprensibilmente in imbarazzo.

L’interpretazione viene decisa a tavolino a priori da Fabio Caressa, che premette che gli episodi che si vedranno sono simili a quello di Juve-Roma, che non farà a Collina una domanda diretta, ma giocando agli equivoci subito ammette: “però possiamo cercare di capire”.

A Collina viene chiesto di giudicare un gol del Maribor in Champions contro lo Shalke – molto diversa dal caso di Juve-Roma visto che l’attaccante è praticamente a contatto con il portiere, mentre Vidal è a circa 5 metri, poco dentro l’area piccola – e Caressa chiude con un sibillino “fatevi le vostre associazioni a casa e alcune cose già le spieghiamo”.

Quindi si passa ad un gol dello Shalke nello stesso match. Collina qui addirittura introduce un aspetto ulteriore nell’interpretazione dicendo: “Qui il regolamento parla di chiara ostruzione: deve ostruire in maniera chiara. Ora, un giocatore che salta, in questa maniera, ad una distanza così ampia dal portiere si può sostenere che non ostruisca la visione. Magari un po’ la può ostruire ma non in maniera tale da condizionare la parata del portiere. e questo potrebbe essere sicuramente un gol da convalidare”. In altre parole il designatore europeo sembra addirittura restringere ulteriormente le casistiche dicendo che anche se il giocatore è sulla linea di tiro (ma non sulla linea di visione del portiere) può essere considerato in fuorigioco passivo.

Dopo di che Collina conferma a Bergomi che per la valutazione si deve guardare la linea di visione e non più il “cono”. Ovvero certifica ulteriormente che questa immagine riassume bene la valutazione da prendere.

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Quel passaggio si conclude con lo studio ammiccante che ammette per bocca di Dario Marcolin: “Noi stiamo guardando questo ma pensiamo tutti…” alludendo a Juventus-Roma.

A quel punto Collina – che per evidente fair play nei confronti del designatore italiano non vuol dire né bene né male dell’episodio del 5 ottobre 2014 – è in imbarazzo, prova a passare al caso di Roma-Manchester City (su cui certificherà che il mani di Manolas è da rigore) e si gira verso lo schermo volendo ad andare oltre.

Caressa si accorge dell’imbarazzo dell’ex arbitro e trae la sua conclusione del tutto arbitraria. “Intanto lui va avanti (riferito a Collina, ndr) ma insomma avete capito che più o meno la posizione è che se un giocatore è in quella posizione lì non può non essere in fuorigioco. Il senso comune è abbastanza evidente. Ma non vogliamo fare degli esempi italiani perché se no la gente a casa si arrabbia e capisce meno”.

Vogliamo limitarci a chiamarlo atteggiamento ipocrita?

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Probabilmente se gli avessero mostrato questa immagine, si sarebbero accorti che:

1. Skorupski vede il pallone
2. Il portiere è inclinato alla sua destra verso Vidal, ovvero è eventualmente ostacolato nella visione (che è comunque libera) dai difensori alla sua sinistra e non dallo juventino.
3. La dimostrazione che il portiere ha visto il pallone in ultima analisi sta nel tuffo tentato dal portiere, che vede palla e cerca di parare.

Si sarebbero inoltre accorti che eventualmente il giocatore incriminato è Vidal e non Tevez come da molti siti internet (come questo e questo) riportato, peraltro senza aver visto, come si evince dagli articoli stessi in cui si citano frasi non dette dall’arbitro.

Cosa altro si può dire davanti a certe scenette?

Arturo Vidal e la sindrome di Boateng – #finoallafine #juventus #championsleague #chl

Dopo ieri sera è ufficiale, Arturo Vidal è affetto dalla sindrome di Boateng. Uno dei giocatori che più mi sono piaciuti negli ultimi anni della Juventus è caduto nel tunnel dei presunti fenomeni. Quando un mediano adattabile a difensore si atteggia a trequartista capace di fare la differenza, mentre la differenza la fa uno di 21 anni nato coi crismi del trequartista ma fisicamente pronto a tutto, il paragone diviene assolutamente solare e penalizzante.

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Boateng era un medianaccio retrocesso col Portsmouth in Premier. Arrivato in Italia Allegri fece la genialata di schierarlo come vertice avanzato del rombo, posizione che viene definita “di trequartista” con tutti gli equivoci (di classe) che comporta questo termine. di fatto si trattava di un incontrista avanzato messo li (idea mutuata dal 4-2-3-1 di Spalletti alla Roma dove Perrotta era dietro la punta non certo per il piede fino) per iniziare il pressing prima. Naturale che poi giocando lì ti capiti il pallone buono per segnare. Prendi ad esempio Fellaini all’Everton: 4-4-1-1, squadra difensiva, palla lunga, lui – lungagnone – stava li a spizzare da mattina a sera.

Un giorno Boateng pensò di essere diventato trequartista nel senso fantasista e qualitativo del termine. Ed al netto di un paio di conigli usciti dal cappello (leggi: gol spettacolari in Champions) la sua parabola di crescita finì lì.

Ecco, quando questa gente pensa di essere diventata Zinedine Zidane ti verrebbe voglia di spegnere. Non c’entra il rigore sbagliato. E nemmeno quella palla gol di una mezz’oretta prima che ancora grida vendetta. C’entra l’approccio. Quando da una stagione all’altra tiri in porta il doppio e contrasti la metà (dati, non pugnette), forse è bene che qualcuno ti riporti alla tua essenza calcistica, quello di pedalatore di qualità, che quando segna gli dicono “Bravo”, ma che in fondo non è indispensabile faccia gol. Questo ci si aspetta da Vidal: la sostanza, il contrasto, la corsa, l’inserimento. Se lo fa bene arrivano anche i gol, ma sono una conseguenza quasi accidentale, non un fine.

Questo Vidal, sinceramente, non serve molto. Può cordialmente essere barattato con un difensore centrale di qualità superiore.

La #Juve è la squadra che finalizza di più le proprie azioni in #Champions – #finoallafine

E’ proprio il caso di dire, come fanno i tifosi durante ogni partita: fino alla fine (…dell’azione!).

Juventus v Copenhagen

La Juventus risulta essere infatti la squadra che finalizza di più le proprie azioni in Champion’s. Sono 22 i tiri in porta a partita dei bianconeri, 8 quelli in porta. Una percentuale del 36,4% che tuttavia la pone esattamente a metà del guado in quanto a pericolosità.

C’è un dato in particolare che emerge nello sviluppo del gioco offensivo dei bianconeri.

La Juventus è risultata essere anche la seconda squadra per sfruttamento dell’ampiezza (30 cross a partita, solo il Porto con 33 ha fatto meglio). Curiosamente risulta essere l’unica che gioca con il 3-5-2, in una Europa che privilegiando il 4-2-3-1 sembra non sfruttare le fasce come in passato.

Per loro caratteristica infatti gli esterni del 4-2-3-1 sono meno propensi a lasciare le sovrapposizioni agli esterni e tendono a giocare per linee centrali sfruttando quindi combinazioni nello stretto anzichè allargamenti alla ricerca del traversone dal fondo.

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