Archivi del mese: gennaio 2012

Un blog “di classe”. Alcune risposte agli studenti dell’Istituto Lunardi

Pubblico – scusandomi con gli interessati – con qualche giorno di ritardo, le risposte ad alcune domande che gli studenti dell’Istituto Lunardi mi hanno posto in preparazione all’incontro di venerdì in cui parleremo del sistema economico bresciano.

1. Qual è la tradizione delle esportazioni di Brescia? Negli ultimi anni queste esportazioni sono diminuite?

I settori bresciani tipicamente vocati all’export sono principalmente quello della subfornitura (ovvero, componentistica elettronica, meccanica ecc. che poi altre aziende utilizzano per produrre svariati prodotti); meccanica; agroalimentare (vino in primis); armi sportive (da caccia, tiro a segno ecc); chimica e altri ancora. In generale possiamo dire che l’export riflette le specificità del made in Brescia.

La crisi del 2009 ha impattato sulle esportazioni ma stiamo assistendo ad un recupero, sebbene nel terzo trimestre 2011 ci sia stato un forte rallentamento a causa del deterioramento delle prospettive di crescita a livello mondiale. L’export rimane comunque il principale driver della crescita delle nostre imprese, dato che il mercato nazionale è depresso sia da un punto di vista di consumi che di investimenti.

2. Negli ultimi anni vi sono state delle delocalizzazioni delle imprese bresciane? Perché? Dove?

*L’avvertenza preliminare è questa: solitamente si parla di “delocalizzazioni” quando ad una apertura di un sito produttivo all’estero corrisponde una chiusura nel Paese d’origine. Se questo non si verifica è più corretto parlare di “internazionalizzazione” dell’impresa (che taluni chiamano anche “delocalizzazione orizzontale” in contrapposizione alla delocalizzazione produttiva che è “verticale”, che può andare all’estero – ad esempio – per trovare nuovi mercati (e quindi vendere di più fuori dal Paese d’origine ma riportando benefici in termini lavorativi nella propria sede). Si tratta di una giusta premessa anche perché il termine delocalizzazione viene utilizzato spesso con accezione negativa. Nel primo caso il risultato è un calo della occupazione nel Paese originario, nel
secondo non vi è perdita di posti di lavoro.

Le delocalizzazioni sono avvenute in misura maggiore presso paesi dell’est europa (Romania, Polonia ecc) e del Nord Africa (Tunisia). Meno frequenti quelle verso paesi lontani, come la Cina. Il motivo prevalente è dettato dalla ricerca di manodopera a basso costo, al fine di contenere i costi
di produzione.

3. Quali rischi comporta la delocalizzazione? Capita mai che alcune imprese decidono di ritornare nel luogo dove operavano precedentemente?

Il rischio tipico legato alla delocalizzazione consiste nel non trovare, nel nuovo luogo di produzione, le competenze e la manodopera specializzata che si aveva a disposizione nel luogo di origine. Questo a volte può causare dei ripensamenti, ma accade raramente.

4. Nelle ragioni della delocalizzazione rientra il mercato interno oppure le imprese decidono di delocalizzarsi solamente per produrre ed esportare altrove?

Il mercato interno può essere uno dei fattori di scelta, nel momento risulta caratterizzato da troppi vincoli burocratici ed alti costi. Va comunque considerato che spesso una impresa è “costretta” a delocalizzare anche solo per seguire un cliente. Ad esempio la Fiat, nel momento in cui ha
delocalizzato la produzione di determinati veicoli all’estero, ha “imposto” ai propri fornitori di attivare a loro volta delle subsidiary di produzione presso i nuovi mercati, al fine di avere continuità e vicinanza di approvigionamento. La scelta della strategia comunque dipende da settore
e Paese destinatario, ed ogni azienda ha una storia a sè (difficile anche semplificare per settore merceologico).

5. Quali settori economici sono in crisi? Perché?

Da un punto di vista nominale sicuramente va citato il Sistema Moda che soffre di una crisi endemica iniziata negli anni ‘90 e protrattasi oltre. Altri comparti soffrono di specializzazione prodotto-settore sbagliata o di nanismo degli operatori (ovvero la dimensione troppo piccola dell’azienda per poter competere su un mercato fatto anche di grossi competitor).
I settori più in difficoltà sono quelli a basso valore aggiunto, cioè quelli caratterizzati da prodotti facilmente copiabili. Quando il prezzo diventa il fattore di scelta principale, è inevitabile che ci
siano economie nettamente più competitive rispetto all’Italia.

6. Quali sono le competenze richieste a un giovano che trova impiego in una impresa che ha rapporti con l’estero?

I primi in assoluto sono la conoscenza della lingua inglese (con un interesse crescente per le lingue dei Paesi emergenti), la disponibilità a spostarsi anche solo per un periodo di tempo breve, la voglia di imparare e di confrontarsi con altre realtà. In generale serve grande flessibilità mentale nel sapersi mettere in gioco, ma anche la capacità di apprendere culture molto distanti dalla nostra ma non per questo inferiori o non degne di grande rispetto.

Il principe del deserto – #Natale al #Cinema

Auda è il “rottamatore” del deserto. Il giovane studioso che attraverso la conoscenza diventa un leader politico guerriero migliore rispetto ai maestri. Che dei maestri somma vizi e virtù ma che riesce ad essere migliore perchè legato ad un sapere più complesso e meno dogmatico. Un film affascinante in oltre due ore da gustare d’un fiato, di quelli che ti fan venir voglia di andare alla ricera dei vecchi titoli del regista, che qui è soprattutto bravo a non cadere nei giudizi ed a differenziarsi rispetto agli schemi tradizionali del mondo arabo. Illuminante.

2011 in review

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