Archivi del mese: ottobre 2011

Startup mania, i rischi di un sistema non ancora maturo – #swbrescia #brescia #innovazione

C’è qualcosa che non mi torna nell’entusiasmo, che ho letto e sentito a Brescia in queste ore, scaturito dallo startup weekend.

L’evento in sè è stato un successo: 110 partecipanti, probabilmente il più alto numero delle 5 tappe italiane.

Fermo restando che l’entusiasmo giovanile, le idee innovative e l’operosità non possono essere viste in senso negativo, ciò che nessuno è ancora riuscito a spiegarmi è dove stiano le basi economiche in grado di creare la reale opportunità, per la crescita di un sistema di nuove imprese, a partire da idee basate su internet.

Siamo alla fase uno del web. Parlo del sistema bresciano che conosco: esistono una miriade di agenzie che sostanzialmente fanno comunicazione e marketing attraverso il web, forniscono servizi ad altre aziende e di questo vivono. Un recente sondaggio del gruppo webdebs ne ha contate ben 32. Stanno sul mercato con altre 45 aziende che fanno comunicazione anche in senso tradizionale (senza trascurare in parte il web tra i servizi offerti).

Tutto questo a fronte di 3 (tre) startup presenti.

Per uscire da ogni equivoco: startup è un bel nome in inglese che significa “azienda appena aperta che non genera reddito”, aggiungo io “che sta spendendo i soldi di un finanziamento ricevuto (che sia il nonno o una banca conta poco ai fini pratici)” ed anche “la cui sostenibilità entrate-uscite nel tempo non può essere garantita da nessuno”.

Pensare una startup significa avere un’idea da mettere sul mercato, da far crescere in termini di utenza e notorietà e da portare infine al successo economico.

Il sistema funziona negli Stati Uniti perchè sopra le teste dei giovani smanettoni sta una ramificata struttura finanziaria che li asseconda, e sopra la struttura finanziaria sta un sistema imprenditoriale ricettivo fatto di realtà che potenzialmente possono inglobare le applicazioni o supportarle per farle funzionare con le loro gambe.

In Italia manca tutto questo. Ma nessuno è colpevole dello stato di fatto, nessuno ha causato questa situazione in malafede.

Ce la possiamo prendere con la banda larga, con gli investimenti assenti, con le banche tirchie o con qualsiasi pioggia colpa del governo ladro, ma alla fine scopriremo anche un problema di fondo: le nostre aziende mancano di alfabetizzazione informatica, non utilizzano gli strumenti del web 2.0, sono organizzate secondo schemi obsoleti e utilizzano mezzi spesso superati. Ma non percepiscono il problema così come chi si trova bene a spostarsi in automobile non si pone il problema di ottimizzare gli spostamenti con un aeroplano più veloce.

Basti dire che al momento sono solo 147 le imprese che basano la loro attività di vendita sul web, anche se la Camera di commercio di Milano in un suo comunicato ha parlato di boom. Praticamente un rapporto 2:1 con le agenzie. Se poi si pensa che nel 2008 sono stati finanziati 104 progetti per 2,8 milioni di euro totali, non si può certo essere particolarmente entusiasti.

Io credo che prima di far crescere una foresta di “piccole aziende di successo” serva che le “vecchie aziende di successo” inizino ad utilizzare gli strumenti collaborativi del web 2.0.

Di questo sono convinto: non vedremo mai maturare il mondo delle startup italiane basate sul web se prima non saranno maturate da un punto di vista organizzativo le aziende tradizionali.

Parlo di Enterprise 2.0, ovvero

un insieme di approcci organizzativi e tecnologici orientati all’abilitazione di nuovi modelli organizzativi basati sul coinvolgimento diffuso, la collaborazione emergente, la condivisione della conoscenza e lo sviluppo e valorizzazione di reti sociali interne ed esterne all’organizzazione.

Dal punto di vista organizzativo l’Enterprise 2.0 è volto a rispondere alle nuove caratteristiche ed esigenze delle persone ed a stimolare flessibilità, adattabilità ed innovazione.

Dal punto di vista tecnologico l’Enterprise 2.0 comprende l’applicazione di strumenti di social computing riconducibili al cosiddetto Web 2.0 – ovvero blog, wiki, RSS e folksonomie – e, in un’accezione allargata, l’adozione di nuovi approcci tecnologici ed infrastrutturali come SOA, BPM, RIA e di nuovi modelli di offerta come il Software-as-a-Service. (da wikipedia)

Faremo il secondo passo verso il web quando riusciremo a strutturare aziende che forniscono consulenza in tema di Enterprise 2.0 quante ne stiamo creando ora per fornire servizi di comunicazione e marketing.

E’ un passaggio epocale. Nel 2000 le Pmi chiedevano siti vetrina, oggi li chiedono interattivi perchè hanno capito l’importanza di dialogare con il mondo esterno (il valore del feedback più di quello del messaggio del mittente).

Il prossimo salto sarà capire che lo strumento internet può generare valore anche all’interno dell’organizzazione aziendale stessa.

A quel punto gli imprenditori, i manager, i loro collaboratori, saranno più disponibili a valutare singolarmente dei servizi a pagamento in grado di migliorare la loro attività.

A quel punto l’advertising potrà avere una evoluzione in senso utilitaristico, perchè oggi purtroppo i piccoli non adottano in maniera sistematica un sistema di calcolo di ritorni sugli investimenti pubblicitari (se così fosse il passaggio progressivo da media tradizionali meno misurabili a nuovi media più misurabili sarebbe certamente più veloce di quanto non stia succedendo).

La terza fase potrà essere quella della crescita di aziende basate sul web capaci di pensare un prodotto (applicazione) innovativo e di metterlo con successo sul mercato.

Oggi non siamo pronti.

Lo sanno bene i finanziatori delle startup, che non si assumono i rischi tecnologici (valutano solo applicazioni, software o social network già pronti per andare su strada), e nemmeno quelli di mercato (non sono interessati a capire la sostenibilità in termini reddituali dell’azienda), ma si limitano a scommettere sulla crescita.

Il valore è dato in base al successo, al numero di utenti, alla crescita progressiva dei progetti.

Tutto da buttare? Niente affatto!
Le esperienze di lavoro condiviso (ne ho parlato in un dossier per Bresciaoggi nei giorni scorsi) sono un’ottima palestra non tanto per le startup in sè ma per creare quel che manca oggi alle aziende: un sistema realmente dialogante, funzione che le organizzazioni di rappresentanza non riescono più a svolgere con profitto. Ma pensare che da lì fiorisca il settore web è semplicemente prematuro.

#Brescia sul #web

Brescia non è la Silicon Valley americana e non lo sarà mai. Lo so che la frase in sè è di una banale ovvietà assoluta. Ma in questi mesi ho sentito tanti venditori di fuffa (e di viaggi a San Francisco) parlare entusiasticamente di cose che non sanno.

Di questo ed altro ho parlato ieri nella doppia pagina dedicata da Bresciaoggi (che potete scaricare in pdf qui e qui) alle agency e startup che operano in città e provincia.

Qui non esiste la cultura del rischio che porta i finanziatori a scommettere su alcune idee imprenditoriali che poi possono potenzialmente diventare i nuovi social network di successo o portare – con eguali probabilità – a enormi flop. Inutile guardare altrove con nostalgia, quella mentalità rischiosa non l´avremo mai. Da noi si costruiscono i capannoni e ci si fa la casa appiccicata dove vive il proprietario (non il custode) perchè in Italia le aziende si fanno perchè durino, in Inghilterra perchè rendano, negli Usa perchè siano vendibili. Altre mentalità. Pochi soldi in circolo, quindi. Con il vantaggio che quelli che circolano sono relativamente più sicuri rispetto agli Usa. Non tutto negativo quindi, ed infatti la situazione di partenza non ha fermato le idee. continua

Jobs

Quando nel 2002 partecipai ad un forum di creativi a Rimini basato sulle applicazioni per Macintosh (ai tempi “Mac” era riservato agli affezionati, gli altri lo chiamavano per esteso), i computer pensati a Cupertino erano ancora prodotti di nicchia.

Non erano migliori nè peggiori rispetto ai dispositivi venuti dopo. Nel 1997 l’azienda era stata rilanciata dopo un lungo periodo di crisi. Esisteva dal 1976 con alterne fortune. Non era un logo alla moda. Veniva da delusioni epocali come il flop sul mercato delle console per videogiochi.

Il resto è storia recente. Quella che vi hanno raccontato in questi giorni dopo la morte dell’ex numero uno dell’azienda.

Uno che ha fatto prodotti ottimi per una vita, ma che è diventato un grande imprenditore solo nell’ultimo decennio della sua esistenza.

E’ stato celebrato (meritatamente), purtroppo per lo più per sentito dire, da chi ha conosciuto prevalentemente la fase finale, ovvero quella dei suoi successi imprenditoriali, commerciali e strategici. Non i suoi prodotti (buoni da sempre) ma il suo successo planetario (arrivato dal 2005 in poi).

Quella storia della follia e della fame è poetica, ma ha i suoi pro e i suoi contro, perchè puoi anche inventare le cose dieci anni prima degli altri, ma in questo mondo se non è il mercato a decretare il tuo successo rimani un perdente (non sempre di lusso).

Interessante, in questo senso, l’analisi di Max Giuliani nella odierna rubrica su Bresciaoggi, “Linguaggi nella rete”, a proposito del fiume di parole dei giorni scorsi.

Non sarebbe stato così ovvio, qualche anno fa, veder celebrare come un’icona pop un ricco imprenditore appena defunto. Mentre scrivo, la frase «stay hungry, stay foolish» dal discorso di Steve jobs alla cerimonia dei diplomi a Stanford, 2005, ricorre in Google dieci milioni e mezzo di volte (un qualunque verso di «Imagine» di John Lennon non arriva alla metà).
Se Alberoni nel 1972 distingueva le star dello spettacolo (le «élite ammirate») da altre personalità come politici, scienziati, manager (le «élite invidiate»), la distinzione appare oggi alquanto superata, a giudicare dall’emozione che ha accompagnato la scomparsa di Steve jobs, celebrato per il genio ma anche per una storia personale di quelle che ci piace sentir raccontare: non era un figlio di papà, ma aveva un’idea e ce l’ha fatta. Bisogna dire che la rete restituisce di jobs un’immagine complessa. Matteo Bordone (blog.wired.it/ifiona, giovedì 6) identifica il fattore che determina la differenza incolmabile fra «l’uomo più influente degli ultimi vent’anni di tecnologia» e tutti gli altri: è l’«affetto» che l’uomo e i suoi giocattoli si sono conquistati. Il post del 26 settembre su http://www.wumingfoundation.com/giap alimenta ancora la discussione: va bene apprezzare le creazioni di Apple, ma altro è l’idolatria (il numero dei suicidi nella multinazionale cinese che assembla i prodotti della mela fa meno rumore dell’inaugurazione dell’ultimo store). Pippo Civati, domenica 9 su civati.splinder.com, commenta ironicamente il successo che quel verbo «stay» («restare») ha riscosso in una «Italia immobile» che non si mette più in gioco, mentre in tanti sorridono condividendo il post «Se Steve fosse nato in provincia di Napoli» (antoniomenna.wordpress.com, 8 ottobre).
E non manca Bill Gates, che twitta: «Mi mancherà immensamente».

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