Al Camp Nou è andata in scena ieri sera la meno blaugrana delle vittorie del Barcellona negli ultimi anni. Si è dovuto aspettare fino al 2-1 segnato da Suarez per vedere l’attacco ficcante ed imprevedibile della squadra di Luis Enrique che fino a quel punto aveva colpito quasi esclusivamente su calcio piazzato rischiando anche seriamente lo svantaggio.

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PARTITA DAI DUE VOLTI. C’è qualcosa che non va dal punto di vista mentale, forse atletico, certamente della tenuta tattica, in questo Real Madrid che si è sciolto dopo un’ora di gioco. Fino al momento del gol solo 2 tiri dentro del Barcellona e 5 su 7 conclusioni totali da calcio piazzato, mentre il Real Madrid rispondeva con 7 tiri su azione manovrata e 2 dagli sviluppi di un corner o una punizione.

Poi un calo netto: se fino a quel momento la squadra aveva tenuto il baricentro alto manovrando più del Barcellona il gol di Suarez ha rappresentato uno spartiacque a partire dal quale i blancos non si sono più ritrovati. Nell’ultima mezz’ora ben 8 palloni persi in fase di manovra, il doppio di quelli del Barcellona, con l’aggravante che se 15/20 palle perse dei blaugrana si sono concentrate nelle iniziative di Messi, Suarez e Neymar (normale rischio del ruolo) per il Real la percentuale dei tre d’attacco si ferma a 11/25, ovvero più del 60% degli errori è stato commesso da giocatori della difesa (6) o peggio ancora del centrocampo (8), vanificando i tentativi di ripartenza.

CONTENIMENTO. Il Barcellona ha vinto la sfida nella fase clou del match lasciando l’iniziativa all’avversario a cui ha contrapposto una buona capacità di contenere le iniziative individuali dell’avversario. Real più propositivo ma, forse proprio per questo, incapace di sfondare nell’ora di gioco in cui la squadra di Ancelotti è sembrata in grado di andarsi a prendere la sfida. Si vedano in particolare i dribbling non riusciti. Perfetto Jordi Alba che ha fermato 3 volte Bale, ed altrettante volte Marcelo. Dalla parte opposta non andava meglio a Cristiano Ronaldo, generalmente poco ispirato ma alla lunga imbrigliato da Dani Alves.

Il risultato è che dal gol di Suarez in poi solo Benzema (dal limite) è arrivato al tiro, e il Real non si è più presentato nell’area blaugrana. Dalla parte opposta invece succedeva di tutto: il Barcellona non ha triplicato ma si è presentato ben 9volte in mezz’ora nell’area madrilena. Gli avversari hanno perso le distanze, Alba all’85’ ha rischiato di coronare con il gol in inserimento una sfida incredibile. La bilancia della corsa e della freschezza ha visto il Barcellona prevalere nettamente.

Nulla da dire, un clasico appassionante come sempre, ma bello anche perché imprevedibile sul piano atletico. Ha vinto chi ha interpretato meglio la gara adattandosi all’avversario e colpendolo grazie alle proprie individualità. A Barcellona tutto questo può sembrare eresia, ma l’eresia è andata in scena regalando ora 4 punti di vantaggio alla squadra di Luis Enrique a 10 turni dalla chiusura della Liga.

@armagio

La Juventus ha ottenuto con il Genoa la classica “vittoria di fine stagione” giocando al piccolo trotto, chiudendo il conto con un assolo del suo attaccante migliore, permettendosi il lusso di sbagliare un rigore e concedendo complessivamente un solo tiro nello specchio all’avversario. Vittoria di una superiorità che i bianconeri quest’anno manifestano anche senza i ritmi forsennati di un anno fa e soprattutto prescindendo dai moduli: Allegri ha riproposto il 3-5-2 che ormai definire “contiano” sarebbe totalmente miope e comunque assolutamente errato visto che il modulo è solo nominalmente ereditato dal passato.

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Finalizzazioni: precisione senza foga. E’ una Juve che bada alla qualità più che alla quantità. Sapendo di averne, di qualità. Questo significa 40% di tiri in porta sui tiri totali nella partita contro il Genoa a fronte di un 33% medio realizzato quest’anno ed il 37% dello scorso anno. Il tutto, però, arrivando al tiro molto meno (11 volte ieri contro le 17 medie di quest’anno e le 16 della stagione scorsa).

Il gioco: meno possesso, più precisione. Il tutto in un contesto di gioco diverso, con almeno 5 punti percentuali in meno di possesso palla a partita, ma con una qualità di palleggio (espressa dalla voce statistica passaggi riusciti) migliorata di un punto percentuale. Ieri in questo fondamentale la Juve ha ricalcato l’andamento di quest’anno. C’è insomma un saldo del 6% nella positività di gioco della squadra che porta ulteriori sicurezze ad un gruppo già plasmato.

La difesa: -10% aggressività, +20% lucidità. Certezze e tranquillità che si riflettono sulla fase difensiva: scendono infatti falli e tackle (due score che sommati esprimono l’aggressività di una squadra in fase di non possesso palla) passando da 34,3 a partita (dei quali 15 in media erano falli) agli attuali 31,9. Numeri che ad un occhio poco abituato all’analisi statistica possono dire poco ma che significano sostanzialmente un 10% in meno di aggressività a fronte di intercettazioni (ovvero fondamentali difensivi che sottolineano la capacità di lettura del gioco di una squadra in fase di non possesso grazie ad una sorta di opposizione tattica) che passano da 12,6 a 14,2 a gara per un incremento che sostanzialmente si attesta al 20% dell’anno prima.

C’è una progressione che chiaramente non può essere banalizzata con un plauso ad Allegri ed una rivalutazione del lavoro del suo predecessore. La lettura in questo senso sarebbe assolutamente ingenerosa e comunque sbagliata alle fondamente. Ciò che invece pare più veritiero è dire che non solo Allegri non ha rovinato il giocattolo (molti in estate lo auspicavano senza mezzi termini) ma la sua gestione capace di un vero rinnovamento della continuità sta rappresentando un indubbio valore aggiunto.

Ciro Immobile è prossimo al ritorno in Italia (Fiorentina e Napoli lo hanno sondato). La scommessa estiva della Juve che gli ha preferito Morata in prestito ha dato i suoi frutti. Dall’inizio del 2015 con il suo impiego il Borussia Dortmund fa il 57% di punti in meno.

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Questi i numeri di Immobile dall’inizio dell’anno che testimoniano la totale marginalità dell’attaccante nella squadra tedesca.

Borussia Dortmund:
– 21 punti in 12 gare media punti 1,75 6 vittorie, 3 pareggi, 3 sconfitte

Ciro Immobile:
percentuale di impiego: 375′ su un totale di 1.890 minuti = 19,8%
– 6 punti in 6 presenze; media 1 punto (2 intere, 2 sostituito, 2 subentri)  (1 vittoria, 3 pareggi, 2 sconfitte)
– reti 2 (doppietta con la Dinamo Dresda di II Bundes in Coppa di Germania)
– Non considerando i due subentri (in cui ha giocato solo un quarto d’ora) la media punti non cambia.

Premessa: considero assurdo ogni volta fare polemica sugli stranieri in serie A così come sui presunti “non italiani” nella nazionale. Lo considero un tema di una miopia calcistica imbarazzante, ed imbarazzante anche dal punto di vista civile. Allo stesso tempo non capisco l’ostracismo nei confronti degli italiani che vanno a giocare all’estero. Un nome su tutti: Domenico Criscito, anche quest’anno 7.39 di rating di rendimento (whoscored.com) e esperienza da vendere in Champions (ora ancora in corsa in Europa League.

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Detto questo: così parlò colui che preferisce convocare Eder (che anche tatticamente io non capisco cosa ci vada a fare nel suo 3-5-2 di base) al posto di Destro.

Nazionale, l’allarme del ct Conte
«In Italia ci sono troppi stranieri»

Alla luce delle sue scelte viene da chiedersi: ma Conte credeva davvero in quel che stava dicendo o la sua era una giustificazione preventiva per fare da paravento alle scelte? 

Queste le convocazioni del CT per l’amichevole di mercoledì sera contro l’Inghilterra e la gara valida per le qualificazioni agli europei di sabato contro la Bulgaria.

Portieri: Buffon (Juventus), Perin (Genoa), Sirigu (Paris Saint Germain)

Difensori: Barzagli (Juventus), Bonucci (Juventus), Chiellini (Juventus), Moretti (Torino), Ranocchia (Inter)

Centrocampisti: Antonelli (Milan), Bertolacci (Genoa), Candreva (Lazio), Cerci (Milan), Darmian (Torino), Florenzi (Roma), Marchisio (Juventus), Parolo (Lazio), Pasqual (Fiorentina), Soriano (Sampdoria), Valdifiori (Empoli), Verratti (Paris Saint Germain)

Attaccanti: Eder (Sampdoria), Gabbiadini (Napoli), Immobile (Borussia Dortmund), Pellé (Southampton), Vazquez (Palermo), Zaza (Sassuolo).

Roma-Fiorentina 0-3 (agg. 1-4), ottavi di finale Europa League, gara di ritorno

Davvero incredibile quello che è successo alla Roma contro la Fiorentina nell’ottavo di ritorno dell’Europa League. In altri tempi si sarebbe detto “hanno snobbato la coppa”. Ma con lo scudetto divenuto chimera e l’unico obiettivo stagionale rimasto legato alla qualificazione in Champions League, quella contro la viola era la gara più importante del momento per la Roma, nel maggiore degli obiettivi stagionali.

La Roma ha ceduto in meno di mezz’ora, andando 0-3 già al 21′ e alzando bandiera bianca con una prestazione complessivamente imbarazzante. Fin lì la Fiorentina che aveva usufruito più degli svarioni romanisti che di effettivi meriti, aveva anche lasciato che la Roma arrivasse in area almeno 3 volte potendo tentare la conclusione.

Ed invece la squadra di Garcia si è autodistrutta. Non è stata una seconda epocale disfatta come quella con il Bayern solo perché il Bayern non nera in campo. Ma la resa, psicologica, si è manifestata in tutto e per tutto anche nell’atteggiamento della squadra che ha perso senza colpo ferire, cedendo nettamente all’avversario. Su questo è basata principalmente la lettura tecnico-tattica degli eventi.

NESSUN ORGOGLIO. Troppo facile andare a vedere le conclusioni a rete. La partita è stata aperta ma in nessun momento la Roma ha spinto sull’acceleratore per cercare qualcosa di più di un laconico gol della bandiera. Alla fine saranno 11 nel primo tempo e 7 nel secondo, a dimostrazione di un progressivo abbandono mentale che si era già manifestato nel primo tempo dopo il 20′. Stupisce in particolare che solo 6 volte su azione (e 1 su calcio piazzato) la Roma sia riuscita a finalizzare. I fischi al 90′ al velleitario tentativo di De Rossi dal limite valgono poi più di molti giudizi.

MOLLI. Prova imbarazzante sul piano agonistico. Quando perdi, se non dai battaglia, non puoi dire di esserti giocato le tue chances. In una competizione in cui mediamente falli e tackle si aggirano attorno ai 30 a partita (18 contrasti e 13 falli), per dire di quando una gara può essere giudicata sufficiente dal punto di vista dello spirito battagliero messo in campo, la Roma ha offerto una prova del tutto insipida, non arrivando neppure al minimo (14 tackle riusciti e 13 falli) laddove sarebbe servita una iniezione rabbiosa di agonismo.

Va detto che la Roma è tra le squadre meno “ostruzionistiche”, per così dire, nell’utilizzo dei due fondamentali di cui si è detto. Ma il fatto di non aver messo in campo, a fronte di un fulmineo 0-3, una diversa versione di se stessa, non può che essere un’aggravante per una squadra che ancora una volta ha dato l’impressione di non avere un piano B, di non saper cambiare copione in corsa, nemmeno quando il copione può richiedere solo una impennata agonistica collettiva.

MERITI AVVERSARI. Cosa è successo in quei venti minuti di follia in cui la Fiorentina ha sottoscritto e archiviato la qualificazione ai quarti di finale di Europa league? Proviamo a decomporre i 90′ per vedere gli score della prima sequenza. La Roma era partita per voler fare la partita, giocando un centinaio di palloni contro i 70 della viola. Si era imposta sulle fasce tentando subito ben 9 cross e conquistando 3 piazzati e 4 corner. Il disastro è stato in fase di filtraggio delle ripartenze avversarie.

La Fiorentina ha risposto verticalizzando 52 palloni su 78, una impressionante media del 66% che significa ripartenza veloce sistematica contro una retroguardia sguarnita. Il resto è venuto da sé: sbagliare in certe condizioni è molto più facile e i romanisti ci hanno messo del loro. Brava, la viola, a recitare il ruolo della squadra sparagnina capace di ripartire, in luogo di quello più organizzato e manovriero che Montella predica ai suoi. Un quarto di Europa League val bene una estemporanea metamorfosi.

@armagio

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