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2010, sociologia Mundial (tutto quello che vi è sfuggito a causa del suono assordante delle vuvuzelas)

Sudafrica 2010 si avvia alla conclusione, e credo che solo ora si possa effettivamente tirare un bilancio tecnico-tattico e sportivo sulla manifestazione. Mi sono divertito a leggere di volta in volta del mondiale delle sorprese, il mondiale delle sudamericane e il mondiale della super Germania… Fino a scoprire che – al di là delle sociologie estemporanee – alla fine si è confermata la tradizione più consolidata: 3 europee in semifinale, la Germania piazzata.

Ha vinto, di nuovo, l’Europa come scuola. Una cultura che esiste più nei risultati che nella realtà. Il vecchio continente da sempre ha una supremazia che nemmeno il calcio globalizzato ha scalfito. Più marcata trent’anni fa, sempre netta nei risultati, ma più annacquata oggi.

Se sul piano tattico tanti Paesi hanno fatto grossi passi avanti (lo si vede soprattutto nei primi turni) e sul piano squisitamente tecnico tante squadre di secondo piano ed extraeuropee possono oggi contare su campioni affermati che sarebbero titolari nelle migliori nazionali del pianeta, il risultato finale conferma comunque la tradizione.

Nelle ultime 9 edizioni dei mondiali (dal ’78 ad oggi) solo in due occasioni sono arrivate due extraeuropee nelle semifinali: Argentina e Brasile nel ’78, Brasile e Corea nel 2002. In altrettante occasioni (guardacaso nell’edizione successiva) l’Europa ha fatto il cappotto (Spagna ’82 e Germania 2006). Mediamente l’Europa piazza tre squadre in semifinale. Media perfetta ogni tre edizioni.

Numeri chiari: 32 semifinaliste nelle ultime edizioni, 25 volte le europee (di fatto il 75% totale, 3 su 4), 13 nazioni qualificate in totale, 75% di presenza per la Germania, 50% a testa per Italia e Francia, 25% per l’Olanda (che sale al 33% considerando le ultime 9 edizioni), più 9 onorevoli piazzamenti. E’ al calcio europeo nel complesso che bisogna guardare come fenomeno egemone, anche rispetto a Brasile e Argentina: due paesi con popolazioni superiori ma che non ottengono gli stessi risultati complessivi.

Personalmente credo che solo dai grandi numeri si possano trarre indicazioni importanti. Affidarsi ai 90′ è sempre ingannevole. Per questo oggi vedo tre fattori che determinano ancora (nonostante la crescita tattica ed il mercato globalizzato che fa scovare fuoriclasse in ogni dove) la supremazia europea:

- il blasone nazionale: ovvero il fattore organizzazione, ancora superiore e più organizzato a livello europeo rispetto a tutte le altre realtà. Questo fa, principalmente, la differenza tra le europee e le superpotenze Brasile ed Argentina, fortissime sul piano tecnico ma spesso organizzativamente (anche nella capacità di dare identità ad un gruppo al di là di tanti personalismi tipici delle loro culture calcistiche) approssimative.

- il livello tecnico medio superiore delle europee: se i fuoriclasse sono ormai ovunque è altrettanto vero che a premiare maggiormente è il livello medio dell’undici in campo. In altre parole, a mio giudizio è molto più determinante avere un livello alto tra i giocatori mediamente meno dotati che un alto numero di fuoriclasse (che pure sono importanti e indispensabili) in squadra. Riferito ad esempio all’Italia, non credo fossero tutti fenomeni quelli del 2006, ma certamente avevano qualità tecniche, tattiche e caratteriali superiori, nella media, rispetto ai loro successori del 2010 (il ruolo di Grosso, forse il più scarso dell’11 campione, ma per tanti motivi uno tra i più celebrati, insegna).

- l’atteggiamento diverso in una partita ad eliminazione diretta: la tattica permette di limitare i danni e sgambettare qualche grande ai primi turni, quando si può giocare a non prenderle e tentare il colpo gobbo in contropiede (stavolta è toccato a noi ed alla Francia), ma dagli ottavi in poi bisogna giocare per vincere, e se non mancano i casi del Paraguay, capace di arrivare nelle prime 8 al mondo con una vittoria e tutti pareggi (esattamente come il Senegal nel 2002), vi è comunque una tendenza a veder prevalere le squadre migliori e più propositive. Non è casuale, peraltro, che i risultati dagli ottavi in poi, siano stati mediamente più netti (in termini di differenza reti fatte e reti subite da vincenti-perdenti) rispetto ai gironi di qualificazione. Non è, infine, casuale, che in finale siano arrivate le due squadre che storicamente in Europa giocano il calcio più manovrato e propositivo.

Una parentesi sull’Italia. E’ l’unica squadra al mondo per cui il mio tifo è e rimane cieco, fino al risultato, sempre. Detto questo, un attimo dopo, c’è l’analisi. Non potrò mai fare un pronostico (tanto in voga nel Paese) contro la MIA nazionale. O al contempo precludermi il sogno di rivincere quella Coppa.

Lippi ha commesso molti errori. A mio modo di vedere non tanto nelle scelte fatte, quanto nell’aver eccessivamente isolato questa squadra dall’esterno avendola sopravvalutata nel complesso. Mi spiego meglio: sto con Lippi quando dice di non aver lasciato a casa fenomeni, tuttavia se il ct avesse capito anzitempo che il livello medio di questa nazionale era assai basso (poi, unico alibi, la condizione di Pirlo e Buffon ha ulteriormente pesato) avrebbe dovuto fare scelte diverse, più condivise ed aperte, proprio per tentare una formula di coinvolgimento diversa da quella del passato, che funzionò con un gruppo con altre qualità, infarcito di juventini e milanisti nel pieno della carriera con alle spalle esperienze internazionali da vendere. Per questo non sono convinto fino in fondo che tutte le scelte siano esclusivamente sue (sicuri che qualche senatore non abbia messo veti?) anche se non posso che bocciarlo dopo la sua pubblica ammissione di colpa.

Certo è che se usciamo dalla dicotomia Lippi – nonLippi, ci rimane un’Italia che ha lasciato a casa un fortissimo panchinaro dell’Inter come Balotelli e un giocatore che la Samp per rilanciarsi a fine gennaio ha dovuto mettere in panchina come Cassano (loro due, mi sembra, siano i più citati dalla critica antiCT). Nel frattempo in Sudafrica per uscire dal pantano si chiamavano in causa Maggio e Quagliarella. E non so, oggettivamente, se questi quattro che ho citato messi insieme sommino dieci presenze in gare europee con i loro club negli ultimi 4 anni.

Questo è lo stato del calcio italiano attuale. E non è colpa di nessuno. Nemmeno dell’Inter, che sceglie gli stranieri non tanto per una folle esterofilia (era folle finchè non vinceva, poi nell’estate 2006 la storia è stata riscritta) quanto per una ponderata scelta di leadership italiana ed europea, che per essere tale ha bisogno di interpreti di primo piano che oggi il mercato nazionale non offre. Non a caso, tra le mie convocazioni possibili, il rimpianto maggiore lo metto per Thiago Motta, che mi risulta convocabile (ma potrei essere smentito).

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