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Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia

Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia. Non saranno molto contenti i due tecnici che ieri sera si sono dati battaglia al San Paolo a scoprire che i conti da loro forniti sono egualmente sbagliati e che se c’è uno che va lodato per l’ottimo rapporto qualità (punti fatti) prezzo della sua squadra, quello è il tecnico francese della Roma.

Curiosa la polemica nata stasera nel dopo Napoli-Juve tra Rafa Benitez e Antonio Conte. Curiosa perchè proprio in questi giorni mi ero dilettato ad utilizzare la classifica del monte ingaggi delle squadre di serie A e i dati sugli investimenti effettuati da ogni società sul mercato quest’anno per capire chi stava rendendo meglio o peggio rispetto ai costi sportivi sostenuti.

Andiamo con ordine.

Benitez afferma: “Trecento milioni di fatturato ti permettono di comprare i migliori calciatori del mondo”

Conte ribatte: “La formazione azzurra è stata costruita per vincere, De Laurentiis ha speso più di cento milioni di euro e per questo non può accontentarsi di partecipare. Il fatturato? È una cosa opinabile, sulla nostra squadra sono stati investiti appena 20 milioni di euro”.

Chi ha ragione? Proviamo a mettere qualche punto fermo.

Il fatturato della Juventus nell’ultima stagione secondo i dati della Deloitte Football Money League è stato di 272,4 milioni.

Quanto afferma Benitez è quindi falso. E lo è sul piano contabile, ma anche su quello formale. Bene fa in questo senso Conte a correggere il tiro parlando degli investimenti.

Ma qui l’allenatore della Juve non è sufficientemente preciso, e trascura a sua volta un aspetto importante, ovvero il monte ingaggi. Perchè una squadra di serie A non viene costruita interamente in un’estate, come succede al fantacalcio, ma ha dei valori consolidati nel tempo, anche se indubbiamente gli investimenti estivi contano.

Ci vengono in aiuto i dati del sito Transfermarkt.it e della Gazzetta dello Sport.

La Juventus paga ai suoi giocatori 116 milioni di euro. Risulta poi che tutti i movimenti di mercato di quest’estate (che potete trovare qui nel dettaglio squadra per squadra) abbiano fruttato alla Juve 5,985 milioni di euro. In altre parole la Juve (che per gli acquisti, a voler essere precisi, ha speso 31,860 mln e non 20 come dichiarato da Conte) tra l’estate scorsa e il mese di gennaio ha incassato più di quanto investito sul mercato.

Il Napoli, che ha un monte ingaggi totale di 74,1 milioni di euro, effettivamente (come detto da Conte) ha speso sul mercato 100,7 milioni di euro. Ma in gran parte si trattava dell’introito per la cessione di Cavani al Psg (64,5 milioni). Alla fine quindi l’investimento reale di De Laurentiis per rinforzare la squadra è stato di 29,1 milioni di euro, dati dal saldo tra i 100,7 milioni spesi e i 71,2 milioni spesi.

A conti fatti quindi si può dire che il costo sportivo della stagione Juventina è stato di circa 110 milioni di euro (ho aggiunto ai dati Gazzetta il milione speso per Osvaldo arrivato in gennaio) mentre il Napoli ha sborsato in tutto, tra mercato e monte ingaggi circa 103 milioni di euro. Insomma, la differenza di quello che io chiamo “costo sportivo” della stagione non è stata poi molta.

In questo senso, quindi, mi sento di dire che la polemica – innescata da Benitez nel prepartita – mi pare essere del tutto fuoriluogo. I 64 punti del Napoli fatti fin qui se riportati a media costante alle 38 partite finali del campionato sono costati ciascuno 1,32 milioni di euro. La Juventus di Conte (a cui è difficile chiedere più degli 81 punti in 31 partite che a media costante potrebbero proiettarla a 99-100 punti a fine stagione) è invece costata 1,1 milioni di euro a punto. I dati parlano chiaro.

Tuttavia, in questo ragionamento, chi può fare la voce grossa è soprattutto Rudy Garcia, tecnico della Roma. Pescando dalle stesse fonti vediamo infatti che la sua squadra, che ha un importante monte ingaggi pari a 92 milioni di euro l’anno (ed annovera peraltro il calciatore più pagato della A, Daniele De Rossi, che prende 6,5 milioni l’anno), in estate ha disinvestito. Il saldo tra soldi spesi e incassati dalla Roma è stato infatti positivo per 41 milioni di euro (decisivi i 60 incassati tra Marquinhos e Lamela e i 20 tra Bojan e Bradley). La Roma quindi ha finanziato il 44,5% della sua stagione grazie al mercato. A conti fatti ogni punto dei giallorossi costa a bilancio alla società 580 mila euro. Praticamente la metà di quel che costano a Juventus e Napoli.

Interessante – nell’elaborazione per tutta la serie A – notare il costo abnorme della stagione di Milan e Inter, ancor più fallimentare alla luce delle cifre spese dalle due società. Ma anche il fallimento del Sassuolo (1,72 mln a punto). Realtà a cui fanno da contraltare le virtuose: Udinese, Cagliari, Torino e Parma.

Per eventuali delucidazioni o contatti stampa se qualcuno volesse approfondire la tematica o visionare il foglio dati: giovanni.armanini@gmail.com

Domenico Berardi (Sassuolo): 52% di incidenza realizzativa #seriea

Con 11 gol sui 21 totali del Sassuolo, Berardi è il giocatore che ha la più alta incidenza realizzativa in serie A sul totale della propria squadra: 52%. Segue Giuseppe Rossi con il 41% (14/34). Considerando gli assist (2) arriva al 59%. Impressionante che dalla tripletta con la Samp in poi Berardi abbia fatto 9 dei 12 gol del Sassuolo e 2 assist.

Udinese-Brescia 0-0. Un punto che fa la differenza

È impossibile non pensare alla gara di ieri evitando il parallelo con quella dell’andata. Perchè tra le due ci sono differenze formali e sostanziali. Allora un Brescia con il 4-3-1-2 giocò una gara propositiva ed offensiva, qualitativamente discutibile perchè al gioco espresso non si affiancò la concretezza.

Ieri tutta un’altra musica: organizzazione, copertura, ripartenza, capacità di non scoprirsi contro un avversario che non aspetta altro (quest’anno ha un possesso palla bassissimo e gioca tutto su ripartenze veloci e verticali per le sue punte). A Udine si è vista nel complesso la miglior prestazione da quando è tornato Beppe Iachini. A dimostrarlo è una lettura attenta dei dati statistici ufficiali della serie A che elaborano due indicatori interessanti per «protezione area» ed «attacco alla porta».

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Brescia – Bari 2-0 (analisi tattica). E alla fine tornò il 3-5-2 (era ora!)

Vittoria è stata, come doveva essere, grazie ad una tattica di grande accortezza, nonostante una condizione non brillantissima. Iachini così come a Roma ha riproposto il 3-5-2 della promozione con una squadra compatta e senza fronzoli che ha giocato sui limiti dell’avversario. Due guizzi hanno steso il Bari: manovriero ma sterile sul piano offensivo.

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Palermo-Brescia. Gli eccessi del difensivismo

Nella gara in cui il Brescia ha avuto il peggior score offensivo della stagione (solo 2 tiri nello specchio su 6 totali: 21,3% di pericolosità), ed il Palermo il migliore fra gli avversari incontrati fin qui (10/34) il pareggio è stato possibile fino a pochi minuti dalla fine. Perdere così brucia non tanto per il gioco espresso ma per il fatto che quando il tempo passa si alimenta la speranza. L’analisi oggettiva dei dati – tuttavia – dice altro.

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La Juventus di ieri e di oggi, il calcio di domani (si spera)

Diverse volte mi sono trovato a confrontarmi in questi mesi con colleghi giornalisti o altri tifosi sul valore di questa Juventus, sulle sue prospettive, sul livello del campionato italiano. Ma non è sempre facile trovare un linguaggio comune ed un punto di incontro con chi ragiona come se la Juventus debba essere una delle prime sempre, per mandato divino, a prescindere dai valori in campo, dai fatti reali e dalle loro implicazioni. Soprattutto è difficilissimo farlo con chi non riesce a capire che esistono dei limiti (sacrosanti) imposti dalla proprietà nella gestione della squadra che nessuno (evidentemente) si sogna di mettere in discussione.

Ieri parlando con un amico mi sono fermato alla frase “che la vendano a un russo o a uno sceicco se non vogliono spendere i soldi”. Non ho mai amato l’irriconoscenza dei tifosi, ma la questione va ben oltre: augurarsi che arrivi un mecenate paperone nella propria società è profondamente amorale, direi, quasi, incivile.

Oggi l’orgoglio juventino sta nel riconoscere il lavoro di una società che non ha il mandato di spendere fin che ce n’è bisogno, ma che deve muoversi con oculatezza sempre. Di questo ho già parlato in passato. Ma è bene ritornare sul tema.

Partiamo dai fatti. La Juventus dello scorso anno ha ottenuto il settimo posto in campionato e quella di quest’anno finora non è riuscita nemmeno a qualificarsi in Europa League. Alla fine del girone d’andata si è classificata sesta, dodici mesi fa era terza. Ha otto punti sulla prima contro i dodici dello scorso anno. Ma ha un campionato totalmente diverso (più allineato) intorno a sè. Questi eventi secondo me danno la dimensione di quale fosse il punto di partenza e di quale sia il primo punto intermedio del nuovo corso. Potrebbe esserci – secondo una certa logica – già abbastanza per dichiarare fallimenti ed annunciare rivoluzioni. Ma la strada intrapresa è un’altra.

La Juventus ha condotto un mercato al risparmio ottenendo dal saldo finale acquisti – cessioni – stipendi nuovi e vecchi un GUADAGNO di 7 milioni di euro ed un ringiovanimento della rosa (calcoli ante-Toni) di circa 3 anni in media. Ha lavorato sulle prospettive. Ha chiuso il primo trimestre del nuovo esercizio con un utile di bilancio superiore ai 5 milioni di euro contro la perdita di 18 mln dell’anno prima (altri non hanno obblighi borsistici, ma sarebbe bello, per una questione di etica sportiva, che la presentazione dei risultati economici intermedi diventasse regola per le società) e con un risparmio secco sul costo del personale che si aggira sui 6 milioni.

C’è un rinnovamento etico-economico alla base di quello che Andrea Agnelli e Beppe Marotta stanno facendo. Giustamente Mario Sconcerti nel post Juve – Napoli una settimana fa si chiedeva se questa società fosse in grado di rinverdire i fasti del passato, spiegando (con un certo gusto da tifoso fiorentino, ma con grande chiarezza in una analisi sostanzialmente condivisibile) che questa società dopo Gianni e Umberto Agnelli potrebbe non essere più la stessa:
– non ha più il retroterra dell’azienda-Stato Fiat
– non ha una vera piazza ma è una società decentrata, diffusa (con benefici e rishi che questo produce)
– ha un gap tecnico da colmare rispetto a tante antagoniste (e questo significa milioni di investimenti)
– ha una storia legata ad una identità che non c’è più
– con la Borsa ha anche più obblighi rispetto agli altri

Non si vince per il nome, ma per il valore che si esprime. Ed è evidente che oggi questa realtà possa non piacere ai tifosi ma razionalizza chiaramente il momento della squadra e della società. Per un parallelo con l’età moggiana si dovranno aspettare le sentenze dei processi. Intanto sportivamente non si può non apprezzare il lavoro equilibrato di una società che sta introducendo nel calcio di altissimo livello il vero fair play finanziario, che afferma valori più alti della vittoria a tutti i costi (economicamente intesi).

A tutti coloro che pensano che le mie siano solo fantasie astruse consiglio di approfondire la conoscenza di quello che è il fair play finanziario il cui monitoraggio entrerà in vigore dal 2011/2012 (ovvero sui bilanci di quest’anno), tenendo in buon conto che si tratta di una norma che verrà fatta osservare a livello europeo, che dovrebbe essere tutt’altra cosa rispetto al lassismo italiano.

Un anno di calcio… visto da me

Spagna e Inter, due facce di un calcio vincente che sintetizzano quello che è stato il 2011. Stile completamente diverso, calcio tecnico contro calcio tattico, per confermare quel che si sa già: non esistono verità assolute nel gioco più bello del mondo, ed è questo probabilmente a renderlo così speciale.

La Spagna Campione d’Europa e del Mondo bissa un successo sportivo che era riuscito esattamente un decennio fa alla Francia. Ma questa impresa è ancor più grande perchè sorretta dalla capacità di fare scuola acquisita dagli spagnoli. Oggi la Liga è il secondo campionato più ricco al mondo, mantiene i difetti di sempre dati dalla eccessiva prevedibilità del risultato finale (solo 3 vincitori diversi in questo decennio, 5 negli ultimi 20 anni – come in Inghilterra, paese che merita un discorso a parte – 4 e 6 in Italia, 3 e 9 in Francia, 5 e 6 in Germania) ma è riuscita a tradurre le sue eccellenze (Real e Barcellona) e l’identità nazionale del suo campionato in risultati della nazionale. Non è un caso se la Liga è tra i primi campionati d’Europa quello con meno stranieri: 185 su 491 (il 37,7% ovvero 9 per squadra mentre la Premier con 333 stranieri tocca il 65,4% la Bundesliga con 249 il 48,4%, la serie A con 272 il 47,7%, la Ligue 1 con 215 il 41% – dati transfermarkt.co.uk) ma il secondo (dopo la Premier) per valore medio degli stessi stranieri ingaggiati (4,5 mln di sterline contro i 5,5 dell’Inghilterra e i 3,7 mln di uno straniero medio della serie A). In altre parole: senza nessuna regola inutile si è difeso il prodotto interno, si è puntato su stranieri di qualità, si è continuato a produrre calcio di livello. Il risultato è: calcio vincente. Il Barcellona rappresenta la punta dell’iceberg di questo movimento che spontaneamente ha trovato un elisir di lunga vita. Dopo questa analisi dilungarmi su quanto sono belli e bravi gli uomini di Guardiola mi sembrerebbe superfluo. Per questo trovo ridicolo che tanti club d’Europa cerchino l’allenatore blaugrana non capendo che lui stesso è solo un ingranaggio di un meccanismo vincente.

Un meccanismo che si è inceppato contro l’Inter in semifinale di Champion’s. Quella doppia gara rappresenta l’unico passaggio a vuoto del calcio spagnolo nel 2011. Non parlerò qui di errori arbitrali, alchimie e fortuna. C’è un dato che non è mai stato sufficientemente sottolineato: l’Inter quest’anno ha sempre affrontato le gare di ritorno di Champion’s potendo puntare anche sullo 0-0, ovvero da una posizione di vantaggio. Dagli ottavi in poi si sono giocati in totale 630′ e la qualificazione non è stata in mano all’Inter per soli 33′ (4′ contro il Chelsea, 29′ contro il Barcellona) ed è stato di perfetta parità (iniziale) per 122′ (3′ contro il Chelsea, 19′ contro il Barcellona, 65′ contro il Cska, 35′ contro il Bayern).
Avere una condizione di vantaggio per il 75% del tempo contro le squadre migliori d’Europa è segno di grande forza, farlo impostando un gioco basato sulla ripartenza, sulle azioni di rimessa e sulla solidità difensiva più che sull’imposizione di tempi e ritmi della gara significa avere qualità tattiche di livello superiore che solo i miopi non possono riconoscere. Un successo difficilmente ripetibile ma di grande valore, frutto di un insieme più che di una somma di valori singoli, di un collettivo. Anche per questo giustamente di quella squadra alla fine si è enfatizzato soprattutto il ruolo dell’allenatore (giustamente).
Ed è veramente miope quel che è successo alla fine, con il cambio indotto dall’addio del tecnico e l’epilogo di questi giorni con un sostituto che è stato stritolato dallo spogliatoio. Del caso Benitez sfociato nell’ingaggio di Leonardo mi sono dato questa spiegazione. Un gruppo vincente che non è stato rinnovato e quindi ha mantenuto inalterati valori e gerarchie ha rigettato il tecnico imponendo di fatto un nome gradito, quello del brasiliano più milanese del mondo, un allenatore senza esperienza ma evidentemente vicino al sentire dello spogliatoio. Le prese di posizione di Zanetti e Materazzi, senatori del gruppo, lo hanno fatto capire benissimo. Ai prossimi sei mesi l’ardua sentenza.

Quel che il calcio italiano dovrebbe imparare dall’Inter mourinhana è che il ritorno ad una impostazione tradizionalista delle nostre squadre è l’unico che può dare risultati. Me ne convincevo riguardando alcune finali degli anni ’90 quando andavamo al doppio degli altri, giocavamo meglio, non ci scoprivamo, ma facevamo un gran male! Ed invece il nostro calcio quest’anno ha perso una squadra in Champion’s ed anche nel secondo semestre con la debacle in Europa League (e l’eliminazione della Samp nei preliminari di Champion’s) ha confermato di esprimere in questo momento un livello tecnico che la mette alle spalle di quanto di meglio produce l’Europa, e non solo.

Nel frattempo assistiamo all’ascesa della Bundesliga che ha mandato una squadra in Finale di Champion’s e si appresta a celebrare la promozione a 4 squadre del proprio campionato nella massima competizione continentale. Per me quello tedesco è il calcio che esprime il livello medio più alto d’Europa. Non a caso è quello che mantiene la più alta variabilità della vittoria finale in campionato (si veda sopra) e migliora il proprio ranking europeo a spese dell’Italia.

Crisi, invece, per il calcio inglese. La Premier rimane il campionato più ricco (anche perchè negli ultimi anni è il solo che – nel bene e nel male – ha attratto gli investimenti dei mecenati stranieri) e sul profilo tecnico probabilmente è ancora quello con il più alto livello. Ma negli ultimi anni è stata la negazione di se stessa, con ManUtd, Chelsea, Arsenal e Liverpool sempre nelle prime quattro posizioni. Una gerarchia scalfita al momento solo dai petroldollari del City. Nessuna semifinalista in Champion’s quest’anno e una situazione debitoria dei club (Manchester, Liverpool e Arsenal su tutti) assai preoccupante. Il prodotto commerciale migliore ha generato il calcio migliore per qualche anno ma non un modello economico sostenibile: quello che al calcio europeo di oggi serve realmente.

La nazionale inglese ha fatto l’ennesimo buco nell’acqua, ma oggettivamente Capello ha ottenuto a mio modo di vedere il massimo da un gruppo che in patria fa da comprimario rispetto ai big stranieri. Un dato: la nazionale inglese ha mandato in campo contro la Germania 5 giocatori su 11 che hanno partecipato all’ultima Champions (in squadra anche un giocatore retrocesso…), i teutonici hanno risposto con 8 su 11. La Spagna in finale ne schierava 10 su 11, l’Olanda finalista (che tuttavia ha dinamiche diverse essendo una nazione d’esportazione calcistica) 5 su 11, proprio come l’Inghilterra.

Per il 2011 che dovrebbe anche vedere una accelerazione sul Fair Play finanziario si aprirà un nuovo decennio in cui credo che tra gli obiettivi del calcio europeo ci sia quello di trovare finalmente una via economicamente sostenibile e lontana dal mecenatismo imperante al modello di gestione attuale. Una sfida difficile ma non impossibile, per il bene di tutti.

Da Iachini a Beretta: ecco le novità tattiche (e i demeriti della Samp)

di Giovanni Armanini

La vittoria di ieri va archiviata con il sorriso di soddisfazione per i tre punti. Ma è giusto capire al contempo cosa è cambiato nel Brescia, da Iachini a Beretta, sul piano tattico ed anche quali sono stati i demeriti della Samp, che ieri ha confermato le sue caratteristiche.

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Piccolo inciso su Gianluca Nani che afferma Tranne il buco nell’ozono tutto quello che accade a Brescia ultimamente è colpa mia.
Non si sopravvaluti, il direttore sportivo del Brescia, e risponda solo dei risultati di questa squadra che lui ha creato dopo essere arrivata in serie A nell’anno in cui lui è stato più lontano ed in seguito a 4 anni in cui lui (spesso con intuizioni interessanti e positive) ha provato a riportarla in A (ma senza riuscirci).

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