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I #consorzi di tutela il #territorio e la #politica – #Brescia #Franciacorta #B2B #B2C

Mi inserisco in un discorso aperto da Giovanni Arcari sul suo blog Terra uomo cielo.

Giovanni parla del futuro dei Consorzi di tutela e afferma:

Certo non possono diventare enti turistici, i Consorzi, però dovrebbero cominciare a dialogare con le istituzioni, facendo sentire il proprio peso politico per tutelare un territorio che qualcuno -meno agricolo- dovrà promuovere anche con il loro fondamentale contributo.
TerraUomoCielo

Lo spunto è interessante e mi ha fatto venire in mente una lampadina che mi si è accesa leggendo recentemente un post a proposito del Great British Beer Festival.

il festival della birra più interessante del Regno Unito, organizzato dal CAMRA (Campaign for Real Ale), un’associazione volontaria con oltre 100 mila membri iscritti.
PintaPerfetta – Luoghi, viaggi e persone legate alla birra.

Ho fatto uno più uno. Ciò che manca oggi ai Consorzi sono i “membri iscritti”. I consumatori. Troppo spesso in Italia quando si fa del B2B si dimentica che alla fine di ogni processo di mercato sta… il mercato, ovvero i consumatori, non le aziende. C’è la supponenza di pensare che si faccia sempre un prodotto perfetto a prescindere dalla domanda. Lo dico in generale, non solo riferito al mondo del vino. Lo stesso potrebbe essere ad esempio se le aziende dell’acciaio, o energetiche, o manifatturiere ad impatto ambientale, in generale, pensassero di più alla gente cercando un dialogo costruttivo non solo quando un comitato di integralisti verdi scende in piazza.

Un consumatore non avrà mai la cultura e la competenza di un produttore, ma la sua presenza è funzionale e, dico io, indispensabile, se si vuole pesare l’interesse. Perchè la produzione di un qualsiasi prodotto è nulla, anche in presenza dei migliori propositi ambientali, se non ha un mercato.

In Italia manca la mentalità del B2C a prescindere. Potrei fare un esempio calcistico. Ho lavorato per due anni in una azienda di statistica sportiva che vende contenuti ad aziende. Il principale competitor è inglese. Il modello di business è nettamente B2B, la differenza è una: mentre gli italiani pensano a come vendere (ai media principalmente, ma anche ai club calcistici) gli inglesi pensano anche a come far diventare appetibili e diffusi i contenuti tra i consumatori (i tifosi, principalmente) in modo da facilitarsi il compito nel momento in cui si presenteranno dall’azienda cliente a vendere un nuovo supporto statistico.

E’ una differenza sostanziale. Il miglior B2B non perde d’occhio il mercato, prova a favorire comportamenti indotti, scavalca l’azienda cliente per convincerla con la forza dei fatti che esiste una domanda di quel prodotto. Crea la domanda di quel prodotto. Che poi magari ha bisogno di un ulteriore passaggio (ad esempio, dal supporto informativo al media della comunicazione) per arrivare al consumatore-cliente-tifoso (ed uso quest’ultimo termine proprio perchè ogni consumatore fidelizzato in fondo è un po’ tifoso…). Ma proprio in questo passaggio necessario che rende il rapporto con il consumatore “mediato” sta la forza dell’azienda cliente.

Questo accade anche quando l’interlocutore è la politica. Potremmo chiamarlo B2P (business to politics, ovvero creare le condizioni per scelte politiche che siano funzionali al business). Ma se il B2P rimane fine a se stesso diventa una cancrena clientelare. Se invece ci si pone nei confronti della politica come portatori di interessi di un numero più o meno alto di cittadini (che per il politico sono sempre e comunque voti potenziali) il paradigma cambia. Radicalmente. Perchè è l’interesse strutturato e veicolato verso la politica a prendere il sopravvento.

L’idea? Semplicissima. Aprire i Consorzi – o altre entità associative, il problema non sta nel nome e nemmeno nel cambiare ciò che già esiste – (a quale livello lo si vedrà e discuterà) ai portatori d’interesse finale. I consumatori.

Le violenze di serie B in Costa d’Avorio

the world is harder to divide into “goodies” and “baddies” than the West often likes to think

via Ivory Coast and intervention | Gideon Rachman’s blog | International affairs blog from the FT – FT.com.

Il giorno in cui la Confindustria bresciana sdoganò i blog

Ho letto con un certo entusiasmo, questa sera, la lettera di risposta del presidente dell’Aib, Giancarlo Dallera, al blog di Laura Castelletti. Il leader della Confindustria bresciana risponde nel merito di un dibattito su aziende e ambiente, e esordisce giocando al ribasso: “solamente perché, come si usa dire, vengo tirato per la giacca”.

In realtà il passo compiuto da Dallera è ben più importante. Innanzitutto perchè leggendo il contenuto si nota che tra Dallera e Castelletti si sviluppa un dibattito che ha senso nella sua dimensione pubblica e non certo privata. In secondo luogo perchè rispondendo ad un blog elencando quanto Aib sta facendo in questi anni in tema di ambiente, energia, prevenzione e pianificazione, il presidente di fatto riconosce il blog (o forse la blogger prima che il suo strumento) come interlocutore. Non già un interlocutore privato, come potrebbe essere con un qualsiasi esponente politico interessato alle tematiche, ma come interlocutore pubblico, con il quale intavolare un dialogo in piazza.

Non è un passaggio di poco conto. Fino a ieri questo tipo di dibattiti venivano impostati solo con i media tradizionali: i giornali o le tv, ora Dallera invece riconosce il potenziale divulgativo del blog, evidentemente capisce l’importanza di una audience altra rispetto a quella che solitamente frequenta le pagine di giornali e rispondento alla blogger Castelletti di fatto riconosce la necessità di un dialogo con il suo pubblico. La lettera di risposta diventa una finzione teatrale, perchè Dallera ben sa di essere in contatto con una audience ben più vasta.

A memoria mia è la prima volta che un esponente confindustriale interviene in Italia – nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali – in un dibattito sviluppato dai blog. E’ un passaggio storico, di cui andrà verificata la portata nelle prossime settimane. Intanto da parte della Confindustria un segnale di apertura e, lasciatemelo dire, di trasparenza.

Solo su una cosa trovo di dover eccepire rispetto a quanto esposto dal presidente Aib. Quando Dallera dice:

Gli imprenditori, particolarmente quelli bresciani, sono persone schive e non amano vantarsi di ciò che hanno fatto, preferiscono guardare solo al domani più che al passato.

in realtà il presidente Aib prova – sulla base di una presunta umiltà minimalista – a giustificare uno stile comunicativo che proprio i blog e i nuovi media stanno contribuendo a superare. Non si tratta di essere schivi, o di vantarsi di cose fatte. Le cose che si fanno non sempre portano a risultati positivi ed anche nel mondo delle lobby (come in quello della politica) sono i risultati a contare più delle buone volontà. Oggi la comunicazione pubblica delle associazioni di categoria è fatta sui progetti più che sui risultati, sulle potenzialità più che su ciò che viene concretizzato. Ebbene, chiedere resoconti e risultati non è un voler snaturare nature schive e volutamente low profile, si tratta di soddisfare la necessità di sapere che la strada che si sta percorrendo non si risolve in proclami ecologisti e sterili pressing improduttivi, ma cercare la testimonianza viva di idee che diventano realtà e che ancora sono in grado di influenzare le nostre esistenze. Di questo, se vorrà a sua volta accreditarsi presso la platea dei blogger o dei lettori dei blog, l’associazionismo imprenditoriale, di matrice confindustriale ma non solo, dovrà in futuro sempre più rendersi conto.

Tunisia, la rivoluzione dolce

Il reportage di Paola Buizza e Andrea Corini, Brescia Punto Tv. Da vedere.

Tunisia La Rivoluzione Dolce” from Bresciapuntotv on Vimeo.

L’unità d’Italia, una vicenda comunale

L’essere uniti non deve farci perdere la percezione di quale è la nostra forza di italiani. Una forza che pone le sue radici nell’essere stati divisi ed aver sognato il momento in cui avremmo avuto una sola bandiera. Non è quindi una contraddizione amare la nostra patria in quanto bresciani, con forti radici territoriali, radici anche e soprattutto comunali. Il nostro sentimento patriottico nasce prima di tutto dall’amore per la nostra città. Perchè siamo l’Italia dei Comuni e questo è il nostro peculiare elemento di forza, identità e libertà culturale.

da Wikipedia

Con Risorgimento la storiografia si riferisce al periodo della storia d’Italia durante il quale la nazione italiana conseguì la propria unità nazionale, riunendo in un solo nuovo Stato – il Regno d’Italia – i precedenti Stati preunitari.

Il termine, che designa anche il movimento culturale, politico e sociale che promosse l’unificazione, richiama l’ideale romantico e nazionalista di una resurrezione dell’Italia attraverso il raggiungimento di un’identità unitaria che si era iniziata a delineare durante la dominazione romana, la cui specificità «…valse a imprimere sull’Italia un tratto oggettivo di esperienza unitaria…»[1]. Tale processo si arrestò definitivamente nella seconda metà del VI secolo.

Sebbene non vi sia consenso unanime tra gli storici, la maggior parte di essi tende a stabilire l’inizio del Risorgimento, come movimento, subito dopo la fine del dominio Napoleonico e il Congresso di Vienna nel 1815, e il suo compimento fondamentale con l’annessione dello Stato Pontificio e lo spostamento della capitale a Roma nel febbraio 1871.

Tuttavia, gran parte della storiografia italiana ha esteso il compimento del processo di unità nazionale sino agli inizi del XX secolo, con l’annessione delle terre irredente, a seguito della prima guerra mondiale. Anche la Resistenza italiana (1943-1945) è stata talvolta ricollegata idealmente al Risorgimento.[2]

Sin dalla nascita del Regno d’Italia, sono state mosse critiche al processo di unificazione, le quali hanno dato origine ad una storiografia revisionista, di varia ispirazione culturale ed ideale, che contesta in diverso modo la rappresentazione offerta dalla storiografia più diffusa circa i processi politici e militari che condussero all’unità d’Italia, tanto da influenzare, in taluni casi, l’origine di movimenti autonomisti e separatisti, meridionali e settentrionali.[3]

I ministri del Governo Berlusconi, dal dispotismo illuminato al catenaccio all’italiana

In questi tre anni di governo Berlusconi ho avuto modo di seguire gli incontri di diversi ministri giunti a Brescia. Trovo assai curiosa l’evoluzione del tono che gli stessi usavano ed usano. Siamo passati dal “ghe pensi mi”, dalla richiesta di una fideistica adesione all’operato del governo, al minimo sindacale: “non sappiamo se facciamo bene o facciamo male ma questo è quel che sappiamo fare, abbiate pietà”. Una evoluzione che li ha portati dall’ostentata sicurezza da despoti illuminati ad un minimalista “primo non prenderle” che più che altro ricorda il catenaccio all’italiana di cui era maestro il paròn Nereo Rocco. Difesa ad oltranza perchè non fare gol è meglio che prendere gol.

Il 29 luglio 2008 il ministro Luca Zaia (agricoltura) venne in visita ad una azienda agricola di Leno. E disse, in un comizio contornato da bandiere leghiste:

«nel 2015 il regime delle quote latte cesserà per legge e ci troveremo ad affrontare un altro problema: le stalle che saranno ancora aperte, infatti – ha concluso il ministro – avranno bisogno di un aiuto per la formazione del prezzo del latte». Ma in conclusione tranquillizza gli allevatori: «state tranquilli e belli coperti, non voglio casini: ora ci pensa il ministro».

Il 18 aprile 2009 durante la Fiera delle armi bresciana Exa, il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, venne interrogato su un pasticcio creato dal decreto tagliaenti di Renato Brunetta relativo al Banco di Prova delle armi di Gardone Valtrompia:

Il «Banco» era finito nell’occhio del decreto Brunetta sugli enti inutili, ma come ha spiegato Scajola: «si è trattato di una situazione non voluta perchè quando si fanno questi interventi si agisce come quando si pulisce casa e a volte si buttano anche le cose utili. Per questo avevamo lasciato 60 giorni di tempo per segnalarci anomalie». Il ministro ha così garantito agli imprenditori presenti a Brixia Expo: «che non ci sarà alcuna cancellazione, anche se la lettera è arrivata fuori tempo massimo. Non so come ma troveremo un modo per mantenerlo».

Pochi giorni dopo, il 26 maggio 2009 fu lo stesso ministro Renato Brunetta ad intervenire all’assemblea dell’Associazione industriale bresciana, spiegando:

«La pubblica amministrazione comporta 300 miliardi di spesa, di cui 192 miliardi di stipendi. Io non tocco le cifre, voglio aumentare del 50% la produttività. Perchè proprio del 50%? Semplice, me lo sono inventato».

Evito di dire che due dei tre interessati non sono più al loro posto, che l’iter di salvataggio del Banco di Prova solo in questi giorni sembra aver avuto un suo compimento e che sulle quote latte la partita resta aperta (e si spera che l’invito a “stare coperti”… “continuando a violare le norme” del ministro Zaia rimanga lettera morta).

Ma i tre interventi sono assolutamente emblematici: “ci penso io”, “non so come ma troviamo un modo”, questo obiettivo “me lo sono inventato”. Riflettono un metodo dispotico. Non c’era programmazione, logica, azione coordinata in quello che i ministri promettevano. Solo un preteso fideismo, una richiesta di adesione fiduciaria totale, un atteggiamento da principe illuminato che fa il tuo bene in nome e per conto tuo… che tu lo voglia o meno.

Ieri a Brescia c’erano ben due ministri. L’occasione ghiotta era l’inaugurazione dell’anno accademico. Il nuovo rettore Sergio Pecorelli, un’apertura in pompa magna con 12 rettori, un momento solenne. Sono intervenuti il ministro dei ministri, colui che oggi pesa anche più del presidente del consiglio sulle sorti del Paese, Giulio Tremonti, e con lui il ministro della sanità Ferruccio Fazio.

Di certo non verranno tacciati di eccessivo ottimismo, nè di vendere promesse irrealizzabili. L’approccio dei due ministri, che si sono divisi il compito di rispondere al rettore Sergio Pecorelli ed al rappresentante degli studenti Andrea Curcio, è minimalista, senza proclami. «Stiamo facendo abbastanza per i giovani?» aveva chiesto il rettore. «Non lo so, posso solo garantire che i miei colleghi nel governo hanno una grande onestà intellettuale» è stata la replica di Fazio. Mentre Tremonti ha constatato: «A sentire Curcio andiamo indietro, mentre Pecorelli pare dire che possiamo andare avanti. Deduco che di certo non siamo fermi». Lapalissiano ma tutto sommato positivo: «Non credo alla retorica del declino – ha spiegato – siamo consci dei nostri limiti ma proprio per questo dobbiamo avere equilibrio nel valutare il presente e pensare il futuro».

Passatemi il paragone calcistico: siamo passati dall’aggressività di chi si crede superiore e più forte rispetto a tutti gli avversari al punto di poter bypassare di netto ogni ipotesi di schema, organizzazione, impostazione logica, al catenaccio all’italiana che riporta agli anni ’60 ed al paron Nereo Rocco. Minimalismo al minimo sindacale, “non abbiamo i piedi buoni ma corriamo tantissimo”, come quando si parla degli assessori come di gente “che lavora tanto”, come se in politica il problema fosse fare qualcosa a prescindere dalla bontà del risultato.

E’ triste lo scenario offerto da un Governo che non ha più certezze, che sta tendenzialmente fermo e se si muove sente la necessità di giustificarsi preventivamente perchè si è mosso. Non parlo di bunga bunga ma di atti di Governo, di ciò che profondamente dovrà delineare (almeno nelle sovrastrutture) il nostro futuro.

Lo dico – e ne sono convinto – da tremontiano. Perchè il ministro dell’Economia, che ammiro per le scelte collegate al contesto in cui si trova a lavorare (un po’ meno per le scelte in sè) e considero l’ultimo baluardo di salvezza del nostro Paese (sempre rispetto al contesto, non come valore assoluto), così dicendo svilisce il suo stesso ruolo all’interno della compagine, e probabilmente lo fa scientemente scaricando tutto ciò che è strategia e prospettiva e limitandosi ad una difesa oltranzista del risultato. Barricate allo stato puro. Non posso negare che molto si stia tentando di fare, ma non si può condividere la sarcastica constatazione del fatto che tutto fa schifo “eppur si muove”.

Posso dire meno del ministro Fazio, ma il suo richiamo all’onestà intellettuale dei ministri è off topic, fuori contesto, sa di ultimo baluardo di difesa dall’incapacità. Pare di rileggere le motivazioni dell’archiviazione del caso carte di credito a Brescia: non ladri ma sprovveduti, ma stavolta in chiave preventivamente autodescrittiva. Perchè la buona fede è una condizione imprescindibile della politica, non una forma di autoassicurazione su ipotetici insuccessi futuri. Ed è inaccettabile che – proprio mentre parlano a studenti e docenti di una efficiente università del Nord – due ministri spengano il volume dell’ottimismo e riportandoci indietro di 600 anni a Lorenzo dè Medici ci spieghino sostanzialmente che:

Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.

Ordinanze un tanto al metro

A Brescia sono scattate le targhe alterne. Ma ci sono ad esempio delle strade in cui si può andare in un senso e non nell’altro. E una serie di altre perle. Ne ho parlato oggi su Bresciaoggi.

«La mia targa finisce con 0. È pari o dispari?». La domanda è solo una delle tante che sono state poste agli operatori delle varie polizie locali dei comuni coinvolti. Ma anche a scorrere i testi delle ordinanze non è che la chiarezza regni sovrana.
IL CASO più curioso è quello che riguarda la statale 235. A Castelmella il divieto di circolazione – stando a quanto si legge nell’ordinanza – non si applica alle strade provinciali, a Roncadelle non si applica ai tratti autostradali ed alla tangenziale sud di Brescia. Da ciò si è portati a dedurre che sulla SP235 (Orceana), che è divisa a metà tra Roncadelle e Castelmella esattamente sulla riga centrale, sul lato di Castelmella si potrà circolare, su quello di Roncadelle no.
Curioso invece il dispositivo di Collebeato, dove si legge: «il Sindaco ordina la circolazione a targhe alterne sul territorio comunale di Brescia». Da cui si deduce che a Collebeato si può circolare tranquillamente. Sempre Collebeato non applica il divieto di circolazione in tutti i tratti di strada esclusi, ma sul territorio di Brescia. Sarà difficile per i vigili dare multe fuori territorio. L’impressione è che si tratti di un copincolla secco dall’ordinanza della Loggia, sarebbe curioso vedere il ricorso di un automobilista multato a Collebeato che impugnando l’ordinanza facesse notare che non vi erano di fatto territori di quel comune menzionati dal divieto. Così anche a Castelmella, dove «il Sinadco ordina la circolazione a targhe alterne» sul territorio comunale di Brescia». Peraltro nell’ordinanza si legge che «é prevista la facoltà di avvalersi di autocertificazioni». Quindi in caso in quel territorio uno si autocertifica e via, in tutti gli altri comuni no. Curioso anche il caso di Botticino, dove non si applica il blocco in alcune vie salvo consentire ai residenti (senza specificare se tutti o quelli che già possono circolare nelle vie indicate prima) di raggiungere per la via più breve le aree di parcheggio più vicine alle fermate dei mezzi di trasporto pubblico.
MA C’È ANCHE «il caso San Faustino»: 15 febbraio. In cui ognuno andrà un po’ per i fatti suoi. Le ordinanze di Brescia, Botticino, Collebeato e Castenedolo ne fanno menzione specifica. Gli altri comuni no. Tuttavia sul sito del comune di Brescia si legge che: «L’ordinanza ha valore, oltre che nel Comune di Brescia, nei comuni che hanno aderito e cioè: Borgosatollo, Botticino, Castenedolo, Cellatica, Collebeato, Rezzato, Roncadelle, S. Zeno, Gussago, Castelmella, Castegnato». Che farebbe pensare che gli altri comuni recepiscano la stessa ordinanza, anche se poi si scoprono – come visto – orientamenti diversi (e non sempre concordanti).
La soluzione migliore? Forse è quella di Cellatica, dove per salvare capra e cavoli si legge che: «eventuali deroghe alla presente ordinanza rilasciate dai Sindaci che hanno emanato la medesima ordinanza sono ritenute valide sul territorio comunale». Ma lo stesso comune si distingue in verità anche per precisione, specificando che «le prescrizioni della presente ordinanza si applicano anche sul tratto di strada provinciale S.P. 10 che insiste sul territorio del comune di Cellatica». Lapalissiano, visto che essendo in territorio comunale l’esclusione dovrebbe essere espressa, ma in una confusione tale forse meglio dirlo una volta di più.
Sul sito del Comune di San Zeno Naviglio invece non si trova nè l’ordinanza nè alcun riferimento al blocco del traffico. Si farà? boh!

2009-2010 l’altra faccia della crisi. Il videodocumentario: “Repressione e rivolta”

Ripropongo sul mio blog il videodocumentario pubblicato tra ieri e oggi su Youtube da Iskra. E’ una raccolta in trciò e parti di una serie di testimonianze video di quello che è accaduto nell’ultimo anno in Italia e in Europa: dal Dal Molin alla Gru di Brescia passando per Terzigno, gli aquiliani e i pastori sardi.

Il mio intento è quello di documentare ed approfondire, in questo caso con immagini, quello che sta succedendo. Il tema della crisi è assai complesso e le possibilità di analisi molteplici. Ma nessuna opinione si forma sulla fiducia incondizionata e sugli slogan. Prima serve documentazione, studio, comprensione.

Buona visione!

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