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Ranking Uefa: entro due anni perderemo un altro posto in Champion’s – #calcio #italia

Se il buongiorno si vede dal mattino il calcio italiano si prepara all’ennesima stagione in cui verrà preso a schiaffi in Europa. Già due squadre su tre eliminate dall’Europa League, l’Udinese retrocessa, un bilancio assolutamente negativo e l’ennesimo dato preoccupante: secondo i dati del ranking Uefa le nostre squadre hanno riportato a livello Paese uno sconfortante 23esimo score (2,214 punti) a livello europeo.

Fare i nomi di certi paesi che hanno fatto meglio di noi potrebbe urtare la sensibilità di quelli che ragionano ancora come quando eravamo i più forti di tutti. Basti dire che dal quinto all’undicesimo posto TUTTI hanno fatto meglio di noi in termini di punteggio (si tratta di Francia, Portogallo, Russia, Ucraina, Olanda, Grecia e Turchia). Ed ora il livello degli avversari è destinato ad alzarsi (il nostro… il Napoli al posto di Roma e Udinese? …non lo so).

Solitamente i preliminari costituiscono (per le 15 nazioni più forti d’Europa) il 23% del bottino finale di punteggio nel ranking. Significa che se non ci sarà una svolta (che significa giocoforza vincere almeno una Coppa quest’anno e fare così incetta di bonus) entro due anni il rendimento attuale ci porterà dritti al declassamento al sesto posto, con il rischio che già a fine anno la Francia (che nei preliminari ha raccolto il terzo score tra le prime quindici d’Europa dietro a Inghilterra e Austria) ci possa sopravanzare.

Non credo che le categorie della vergogna facciano parte dello sport. Si gioca, ci si confronta, c’è chi vince e c’è chi perde. Tuttavia bisogna farlo con coscienza dei propri e degli altrui mezzi.

Nessuno sembra essersi accorto ad esempio che nello Slovan Bratislava di ieri sera c’erano in campo ieri sera 6 nazionali (contando anche il ’92 Pauschek che è nell’under). Non significa pensare di giocare contro i migliori al mondo, ma almeno rispettare un avversario che è pur sempre campione in carica nel suo paese. Ed invece prima della sfida d’andata si leggeva di esperimenti tattici, prove tecniche e vaccate del genere, che ormai in Europa abbiamo in testa solo noi e che significano solo zero cultura, niente rispetto dell’avversario, supponenza a fiumi e fallimenti assicurati.

Certo, Palermo, Roma e Udinese hanno perso per motivi diversi, ma il dato comune resta imbarazzante.

L’Udinese in 180′ non ne ha avuto uno solo in cui si è trovato in vantaggio e le situazioni di parità sono state rare: 8′ all’andata, 16′ al ritorno. Questa è inferiorità psicologica prima ancora che tecnica contro una squadra che vive il momento più difficile della sua storia recente. Il rigore sbagliato da Di Natale dà solo l’esatta dimensione di una squadra che arriva lì e si sente tremare le gambe.

Il Palermo, infine, è la barzelletta di sè stesso. Ha preso 3 gol in 180′ dal Thun. A prescindere dal fattore campo: cosa vuoi pretendere da una squadra che ogni ora che passa prende un gol e nonostante questo ha l’approccio mentale di chi si sente palesemente superiore all’avversario?

In pochi mesi la situazione è peggiorata, prima si iniziava a parlare di questi temi negli ottavi di Champion’s, ora partiamo già dai preliminari di Europa League.

Nella bassa bresciana il mitico Ciarli Varisco diceva ai suoi giocatori dilettanti prima delle partite: “Noi non sappiamo giocare, se ci rendiamo conto di questo possiamo rendere al 200%”. Lui lo faceva con un linguaggio un po’ colorito (parole testuali: “Notef fom cagà, gom de rindis cont che fom cagà, se sa rendem cont zughem be, altrimenti le ciapom”), ma la sostanza è quella: fin che l’Italia non ripartirà da questa convinzione smettendola di appellarsi a stronzate tipo: la sfortuna, il caldo agostano, le preparazioni pesanti o… barzelletta delle barzellette “il poco interesse per l’Europa League” continueremo a crogiolarci in una supposta superiorità ampiamente smentita dai fatti, beffata dal campo, superata dagli eventi.

Se poi a tutto questo unissimo anche un po’ di cultura e conoscenza che vada oltre la formazione titolare di Barcellona, Real e Manchester United (questo accomuna tutti: addetti ai lavori, giornalisti e tifosi) certo non guasterebbe nell’approccio con certi avversari.

Ovviamente partono i processi. Ma il dramma non è il fatto che partano processi mediatici o commenti fuori luogo tra i tifosi: il problema è che a fare i processi sono le società al loro interno!! Vedi il caos Roma, società fantoccio in mano a una banca e a un sedicente zio ricco e il Palermo e le minacce di addio di Zamparini. Fa eccezione l’Udinese che di fatto è stato declassato a quello che è il suo livello e quindi semplicemente fa spallucce a testa bassa e torna nel suo in silenzio.

E dico quest’ultima cosa con grande convinzione. E – come cerco di fare sempre – con la forza dei numeri. L’Udinese non è squadra da Champion’s ma da Europa League perchè il nostro campionato in questo momento sta esprimendo un valore medio inferiore rispetto all’attuale posizione nella classifica europea. Siamo quarti nel ranking, dopo Inghilterra, Spagna e Germania ma prima di Francia, Portogallo e Russia (che ha appena perso un posto in Champion’s a favore dei lusitani), ma quest’anno per l’ultimo anno abbiamo usufruito dei posti riservati ai terzi classificati: confermando che quella non è la nostra posizione.

Attenzione ora ai rischi: lo scorso anno abbiamo perso 3 squadre su 4 in Europa League nei gironi, quest’anno ci presentiamo con 2. In Champion’s intanto il rischio di non portare il Napoli agli ottavi è rilevante (e attenzione perchè la mancata qualificazione significa non poter aggiungere 5 punti al punteggio finale, mentre ai 4 del non raggiungimento della fase a gironi abbiamo già dovuto rinunciare lo scorso anno con la Samp), l’ipotesi di trovarci alle spalle della Francia nel mese di giugno, e di Francia e Portogallo nel giugno 2013 non è così remota.

Come leggere il #calciomercato 2011

Non sono un appassionato di quel genere letterario fantasy che è il giornalismo legato al calciomercato, che in queste settimane spopola in ossequio al fatto che in mancanza di notizie i giornali (e le 24 ore di programmazione televisiva di SkySport24) in qualche modo vanno pur riempiti.

Ho maturato queste convinzioni in merito agli spostamenti dei top player. Cito a memoria tra partenti certi e possibili valutati dai 20 milioni in su: Sanchez, Rossi, Aguero, Tevez, Hamsik, Adebayor, Benzema, Bale, Drogba, Falcao, Higuain, Hulk, Nasri, Neymar, Fabregas, Pastore, Ribery, Vucinic)

1. BENCHMARK. In questo momento manca un benchmark, per dirlo con linguaggio economico, ovvero un punto di riferimento economico. Probabilmente quando ci sarà una prima vendita (facciamo due) di un top player si sbloccherà a catena tutto il resto. L’impressione è che inevitabilmente oggi il mercato lo faccia il Barcellona con la trattativa Sanchez. Sarà quello il metro di paragone per tutti.
Pozzo ha valutato 50 mln, le offerte vanno dai 30 mln cash più contropartite tecniche (considerando ciò che questo aspetto comporta in termini di valutazioni finali scritte a bilancio) ai 40-42 milioni. Vista sempre in una logica economica una oscillazione che va dallo 0 al 40% è davvero una enormità e fa capire l’incertezza delle scelte e la difficoltà a chiudere affari.

2. FAIR PLAY FINANZIARIO. Una considerazione che nessun giornale fa è relativa al fair play finanziario (approfondimenti qui e qui). Un anno e mezzo fa l’Uefa fece sapere di essere già in possesso di un pre-monitoraggio. In marzo la Gazzetta ha scritto che secondo gli ultimi bilanci solo 4 squadre di serie A sarebbero ammesse. L’impressione è che i top club – parlo di Europa e anche di chi ha ricavi ben più alti dei club italiani – non siano così virtuosi (salvo eccezioni tutte da verificare). Il discorso vale a livello europeo e l’impressione è che in questo momento la vera leva per tener controllati i parametri sia quella di contenere il più possibile gli ingaggi, perchè in prospettiva rappresenteranno un costo che si ripeterà di anno in anno (un esempio sono le scelte dell’anno scorso della Juventus, che riuscì ad abbattere il monte ingaggi di circa 52 milioni).

3. I CLUB DI SECONDA FASCIA. Probabilmente da qui a fine agosto sarò smentito. Tuttavia oggi alcuni gioielli sono in mano a società come Palermo o Udinese (Pastore, Inler, Sanchez… in particolare quest’ultimo) che si trovano a recitare un duplice ruolo: da una parte quello di sbloccare la situazione come detto al punto 1 (se Sanchez va via a 50 milioni si tira dietro tutti gli altri in termini di valutazioni, se va via a 30 ribassa automaticamente molti top player). Dall’altra si trovano a metà tra la voglia di fare cassa in un momento in cui tutti proporranno pagamenti pluriennali e scambi con contropartite tecniche, e la consapevolezza che oggi soprattutto nel campionato italiano esiste la concreta possibilità di assottigliare ulteriormente il divario sulle prime tre. La Juve è un rebus, il Milan deve dimostrare la tenuta nel lungo periodo, l’Inter è ancora indecifrabile e un pochino sgarruppata rispetto agli ultimissimi anni. Quale istinto – quello di far cassa a prescidnere dal fatto che il mercato è senza cash o quello di tentare il salto di qualità – prevarrà? Questo lo potremo dire solo il 31 agosto.

La notte del calcio (interismi e altri individualismi deleteri)

Il nostro calcio non è in crisi da oggi. Chi se ne accorge solo ora soffre di miopia o ha sbagliato valutazioni credendo che a fare la differenza nel dare valore ad un movimento calcistico nazionale sia la punta dell’iceberg (ovvero: le squadre che primeggiano in Champion’s) e non la qualità media espressa dalle squadre di un determinato Paese (che si pesa in media punti complessiva nelle partite europee ed in cui l’Europa League gioca un ruolo fondamentale).

Considero più gravi le eliminazioni del Napoli, della Juve e del Palermo dalla serie B d’Europa e la doppia bocciatura della Samp (prima dai preliminari Champions, poi dal girone EL) che l’imminente uscita dell’Inter.

Considero più importanti le sette vittorie su dieci delle nostre squadre in Uefa negli anni ’90 che le Champion’s vinte negli anni 2000: numericamente identiche a quelle del decennio prima (3, prima due Milan e una Juve, poi due Milan e una Inter), ma espressione di un divario anzichè di un reale valore calcistico collettivo se isolate e fini a sè stesse (ovvero non circondate da risultati rilevanti di altre squadre dello stesso paese).

E’ un calcio che riflette la mentalità dominante del nostro Paese. E non credo di esagerare dicendo che è dal valore collettivo elevato, da un profondo senso comune, che emergono eccellenze e valori importanti e non da un esasperato individualismo: si veda la Bundesliga, che ha vinto meno Champion’s di noi nel decennio, ma ha un peso specifico europeo ormai superiore al nostro e potenzialmente crescente nei prossimi anni. Questo anche alla luce degli scricchiolii delle squadre inglesi e della endemica inconsistenza del movimento spagnolo alle spalle di Barcellona e Real (il Valencia di fine anni ’90 fu un’eccezione che la società pagherà economicamente a lungo).

Siamo un paese esasperato dall’individualismo. Ed è così nell’attività che più ci appassiona, il calcio, che è sempre più affare di pochi e sempre meno rito collettivo. E’ così a partire dalle risse dei sedicenti paperoni che siedono in Lega calcio per arrivare allo stucchevole gufismo dei tifosi, che ha un senso in una finale, ma diventa patetico quando rappresenta una regola dell’esistenza.

Eppure continuiamo a vivere di sensazionalismi. Parliamo di tattica e qualità quando vinciamo e di sfortuna se perdiamo. Autocritica zero. A partire dagli interismi trionfanti per l’impresa sul Bayern, incapaci di vedere che un’impresa del genere agli ottavi la fai 1: se sei molto forte, 2: se c’è qualcosa che non va (altrimenti la chiudi prima). E sarà così fino a quando le vittorie non torneranno ad essere quello che devono essere: opportunità inebrianti, anzichè questioni di vita o di morte in cui conta evitare la tragedia umana del non perdere più della gioia irripetibile del vincere.

Veniamo all’Inter.
Leonardo – se di fallimento si deve proprio parlare – ha fallito esattamente quanto Benitez, con l’aggravante dei soldi spesi sul mercato di gennaio. Non mi aspettavo nulla di diverso da lui: è supportato da una società ansiolitica e mal gestita, che sa vincere solo per distacco, che ha assecondato gli umori del suo presidente ed i capricci dei giocatori. Non sarà mai il nuovo Mou solo perchè banalmente nel primo caso il vincente in partenza era il tecnico, nel suo caso sono i giocatori-campioni d’europa che gli partono davanti. Infatti non ha risolto il problema della squadra (difensivo e di applicazione mentale) ma ha proposto un calcio spensieratamente perdente.

Il campionato secondo me dice che l’Inter ha un tasso tecnico superiore a quello del Milan, infatti al netto degli scontri diretti (dove la tattica spesso prende il sopravvento) i nerazzurri hanno un punto in più dei rossoneri. Il punto di partenza dovrebbe essere questo (in Italia) e la considerazione che in Europa 8 gol in tre gare sono oggettivamente troppi. Ed invece ci si lagnerà del mancato bis europeo (ovvero di una cosa mai accaduta nella storia della Champion’s) e del fatto che lo scudetto andrà ai rossoneri.

Da qui Moratti potrebbe ripartire dando una lezione a tutto il calcio italiano: “io ho vinto 5 scudetti di fila ed ho fatto il triplete ed ora faccio scuola imponendo un allenatore con una mentalità diversa e credendo nel suo lavoro”. Non lo farà perchè non ne ha le capacità e la statura umana e intellettuale. Tutt’al più lo confermerà a giugno e lo caccerà prima di Natale, riproponendoci un melenso film già visto.

Eppure, e lo dico oggi, Leonardo è un valore che il nostro calcio deve difendere oggi più di ieri per la sua idea di calcio. Il suo approccio tattico contiene un certo radicalismo indispensabile per le svolte. Così come il radicalismo zemaniano influenzò molti (pur senza arrivare agli scudetti) e quello sacchiano rivoluzionò il modo di stare in campo delle nostre squadre. Sarà croce e delizia degli interisti, ma il giudizio su di lui lo si potrà dare soltanto quando l’eco della Coppa dei Campioni si sarà esaurita, e non potrà essere legato a una vittoria in più o in meno, ma ad una lucida valutazione su cosa è l’Inter (ovvero quella società che negli ultimi 10 anni ha superato i quarti di finale 2 volte). Del resto, se non ti concedi un po’ di “naivety”, come la chiamano gli inglesi dopo cinque scudetti e una champion’s riconquistata dopo quarantacinque anni, quando mai lo fai?

Palermo-Brescia. Gli eccessi del difensivismo

Nella gara in cui il Brescia ha avuto il peggior score offensivo della stagione (solo 2 tiri nello specchio su 6 totali: 21,3% di pericolosità), ed il Palermo il migliore fra gli avversari incontrati fin qui (10/34) il pareggio è stato possibile fino a pochi minuti dalla fine. Perdere così brucia non tanto per il gioco espresso ma per il fatto che quando il tempo passa si alimenta la speranza. L’analisi oggettiva dei dati – tuttavia – dice altro.

continua su Bresciaoggi.it

“Apparato” iPhone4

“Per l’ottimizzazione delle attività istituzionali anche attraverso una migliore sincronizzazione dei dati è stata rappresentata l’esigenza di fornire al sindaco un apparato iPhone 4. La curiosa definizione di “apparato iPhone4″ è stata partorita dall’ufficio di gabinetto del sindaco di Palermo, Diego Cammarata (e ripresa da Repubblica).

Al di là delle valutazioni politiche o amminstrative che si possono fare attorno alla vicenda ciò che mi fa più sorridere è il linguaggio. In quell'”apparato iPhone4″ sembra nascondersi il tipico arrampicarsi sui vetri dello studente chiamato alla lavagna che non sa la lezione ed allora prova ad avvalorare la sua non preparazione con parole che possano suonare altisonanti, visto che i contenuti giocoforza rischiano di smascherarlo. Fuor di metafora: chiamarlo “apparato iPhone4″ è il miglior modo per far capire che non si sa di cosa si sta parlando, tentando l’arrampicata verbale per giustificare qualcosa che si percepisce come non proprio correttissima (autonota: tenere indietro questo post per il prossimo seminario su comunicazione e rapporti con i media tradizionali).

Ora, io lo so che forse Palermo ha qualche problemino più stringente, tuttavia un corso di comunicazione aziendale, fossi in loro, non me lo farei mancare.

L’Europa che non conta

Quando si dice calcio spettacolo… (vedi video)

Che lo si voglia o meno il futuro del nostro calcio passa dall’Europa League molto più che dalla Champion’s League. Ci siamo cullati nell’idea che la vittoria dell’Inter sul Bayern ci abbia salvati dalla perdita di un posto nella massima competizione, per ritrovarci quest’anno con un probabile declassamento a tre squadre. Penso che il Werder sia favorito sulla Samp, e che il caso Ozil-Real sia stato una succulenta distrazione per i commentatori sportivi che sono stati sollevati dal fare una lucida analisi prepartita sul reale livello delle due squadre, al di là del singolo.

Ed allora il futuro del ranking italiano passa inevitabilmente dalle squadre impegnate in Europa League: Juventus, Napoli, Palermo, probabilmente la Samp. Trovo incoraggiante un certo rinnovato interesse per la seconda manifestazione europea. Probabilmente anni di schiaffi in faccia ci sono serviti (ma non credo bastino ancora per vincere). La miseria di una semifinale della Fiorentina in dieci anni (grande risultato sportivo in sè, ma isolato) è un po’ poco per chi negli anni 90 ha vinto 7 Coppe Uefa su 10.

Sul piano tecnico tattico, tuttavia, dovremo riacquistare l’umiltà di sempre. La ragion d’essere del nostro calcio fatto di difesa e furbizia, e non per questo meno affascinante, spettacolare o vincente di altri. Non si tratta di credere nei giovani o nei giocatori italiani ma semplicemente di metterli in condizione di fare il loro lavoro valutando i progressi (ovvero i miglioramenti rispetto al livello zero attuale) anzichè i sogni (le vittorie che tanto, comunque, al momento sono ridotte appunto a zero). Ricordandoci, infine, di tanto in tanto, che il risultato sportivo è una cosa, la vittoria un’altra. E non sono figli della stessa madre.

ps: da Calciopoli in poi il ranking delle italiane in Europa è sempre peggiorato. Ma si tratta sicuramente di un caso.

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