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I 6 aspetti chiave della retrocessione del Napoli in Europa League – #napoli #el #chl

Un anno dopo l’addio a Mazzarri e l’inizio dell’era Benitez il Napoli è retrocesso in Europa League perdendo per 3-1 a Bilbao contro l’Athletic. Si tratta della terza competizione consecutiva in cui peggiora rispetto all’anno prima. Ma la sconfitta va vista secondo me nella logica più complessiva del progetto anziché in quella della singola sfida sui 180′.

In campionato ha chiuso terzo con 78 punti (23 vittorie) frutto di 77 gol fatti e 39 subiti. Nella stagione precedente aveva fatto gli stessi punti e le stesse vittorie con 73 gol fatti e 36 subiti, ma col secondo posto. E’ mancata la capacità di tener testa al diretto avversario (la Juve prima, la Roma poi) con l’aggravio della sfavorevole posizione in chiave Champions. Sostanzialmente il salto di qualità non c’è stato, anzi.

In Champions è passata da un ottavo di finale a una eliminazione nel girone a una retrocessione in Europa League.

La Coppa Italia vinta ha invece confermato la bontà complessiva di una squadra che non si è consolidata rimanendo legata a exploit estemporanei, ma senza continuità.

Emerge chiaramente che la squadra non è migliorata in nulla.

Ma l’eliminazione del Napoli ci insegna alcune cose non solo legate alla squadra di Benitez. Ecco quindi quelli che sono i sei aspetti più importanti che emergono in particolare in chiave mercato, in riferimento al calcio italiano nel suo complesso, e nello specifico della squadra azzurra.

MERCATO

1. Vendere Cavani è stato un errore. La retorica giornalistica più in voga dice che è bello vendere un fuoriclasse per comprare 4-5 giocatori a sostituirlo. Il risultato è che invece si finisce per peggiorare. Il discorso vale per il Tottenham del dopo-Bale ed è stato evocato da autorevoli osservatori (come Alan Shearer) per il Liverpool post-Suarez. Idem a mio giudizio per le ultime annate dell’Arsenal caratterizzate sempre da cessioni illustri (quella di Fabregas su tutte). Vale a livello italiano per il Napoli, e lo stesso ragionamento lo accosterei in futuro a Roma, Juve, Fiorentina qualora giocatori chiave come Benatia, Vidal o Cuadrado finissero altrove.

2. Le nostre società devono cambiare strategie di mercato. E’ tempo di capire che se non si hanno grandissimi capitali da investire è inutile puntare – ad esempio – su 4 giocatori che valgono meno di 10 milioni, meglio a quel punto costruirsi in casa giocatori di prospettiva ed inserirli in un collettivo impreziosto dai campioni (quelli grosso modo che valgono dai 25-30 milioni in su). Del resto il nostro miglior calcio (quello degli anni ’80 e ’90) era così: campioni affermati più prodotti interni. Detto questo non sono tra quelli che amano la retorica dei giovani italiani a tutti i costi, credo anzi che servano più giovani italiani da far crescere in vivai esteri, ma troverei apprezzabile una politica che intelligentemente coniughi l’autarchia con una precisa strategia finanziaria orientata a pochi acquisti ma dal peso specifico superiore. Purtroppo questo cozza con l’interesse di direttori sportivi faccendieri e procuratori che hanno bisogno del movimento per spartirsi la loro parte di torta legata a trasferimenti e percentuali su ingaggi e cartellini.

IL CALCIO ITALIANO

3. Da quando è in voga questa formula dei preliminari di Champions abbiamo superato il turno solo una volta su cinque. L’eliminazione del Napoli non è un fatto isolato ma fotografa il livello attuale del nostro movimento. Prima degli azzurri anche la Samp e l’Udinese (due volte) hanno fatto la stessa fine, solo il Milan lo scorso anno si è qualificato.

4. Il ranking italiano non è a rischio a causa di questa retrocessione. Ad essere compromesso è il fatturato stagionale del Napoli (ieri sera ha perso almeno una ventina di milioni che sarebbero stati incassati grazie al market pool, oltre ai lauti premi dei punti che avrebbe fatto nel girone di Champions). Paradossalmente ora il Napoli può invece fare risultati migliori e quindi contribuire in maniera più incisiva allo score italiano, andando in una competizione in cui le sue chances di arrivare in semifinale sono molto alte.

IL NAPOLI

5. Non è in alcun modo accettabile presentarsi con una condizione fisica inadeguata ad una gara così. Il calo del Napoli nel secondo tempo è stato verticale. Gli errori dei singoli derivano da problemi di lucidità e la lucidità cala al calare della condizione atletica di un calciatore, soprattutto se capitano ad un reparto nella sua quasi totalità e nella parte centrale del secondo tempo. C’è un errore di valutazione nell’impostazione del lavoro stagionale che non si può trascurare ed è forse la colpa maggiore in questa triste retrocessione.

6. Benitez ha un problema Hamsik: ignorarlo può diventare letale per il suo secondo anno a Napoli. Non si tratta di celebrare il centrocampista slovacco per il gol fatto: da grande giocatore quale è ha capitalizzato l’unica occasione vera avuta. Chi conosce Hamsik dall’inizio della carriera si intristisce a vederlo giocare da seconda punta toccando pochissimi palloni e finendo per fare solo il finalizzatore, venendo mortificato da un ruolo di rifinitore che non è suo e da una impostazione tattica che non lo contempla più come primo riferimento (sia in fase di possesso che di non possesso). Hamsik è un interno di centrocampo, a due o a tre che sia: va rimesso al suo posto, a costo di vederlo in una mediana con due soli interni come accade nel 4-2-3-1.

Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia

Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia. Non saranno molto contenti i due tecnici che ieri sera si sono dati battaglia al San Paolo a scoprire che i conti da loro forniti sono egualmente sbagliati e che se c’è uno che va lodato per l’ottimo rapporto qualità (punti fatti) prezzo della sua squadra, quello è il tecnico francese della Roma.

Curiosa la polemica nata stasera nel dopo Napoli-Juve tra Rafa Benitez e Antonio Conte. Curiosa perchè proprio in questi giorni mi ero dilettato ad utilizzare la classifica del monte ingaggi delle squadre di serie A e i dati sugli investimenti effettuati da ogni società sul mercato quest’anno per capire chi stava rendendo meglio o peggio rispetto ai costi sportivi sostenuti.

Andiamo con ordine.

Benitez afferma: “Trecento milioni di fatturato ti permettono di comprare i migliori calciatori del mondo”

Conte ribatte: “La formazione azzurra è stata costruita per vincere, De Laurentiis ha speso più di cento milioni di euro e per questo non può accontentarsi di partecipare. Il fatturato? È una cosa opinabile, sulla nostra squadra sono stati investiti appena 20 milioni di euro”.

Chi ha ragione? Proviamo a mettere qualche punto fermo.

Il fatturato della Juventus nell’ultima stagione secondo i dati della Deloitte Football Money League è stato di 272,4 milioni.

Quanto afferma Benitez è quindi falso. E lo è sul piano contabile, ma anche su quello formale. Bene fa in questo senso Conte a correggere il tiro parlando degli investimenti.

Ma qui l’allenatore della Juve non è sufficientemente preciso, e trascura a sua volta un aspetto importante, ovvero il monte ingaggi. Perchè una squadra di serie A non viene costruita interamente in un’estate, come succede al fantacalcio, ma ha dei valori consolidati nel tempo, anche se indubbiamente gli investimenti estivi contano.

Ci vengono in aiuto i dati del sito Transfermarkt.it e della Gazzetta dello Sport.

La Juventus paga ai suoi giocatori 116 milioni di euro. Risulta poi che tutti i movimenti di mercato di quest’estate (che potete trovare qui nel dettaglio squadra per squadra) abbiano fruttato alla Juve 5,985 milioni di euro. In altre parole la Juve (che per gli acquisti, a voler essere precisi, ha speso 31,860 mln e non 20 come dichiarato da Conte) tra l’estate scorsa e il mese di gennaio ha incassato più di quanto investito sul mercato.

Il Napoli, che ha un monte ingaggi totale di 74,1 milioni di euro, effettivamente (come detto da Conte) ha speso sul mercato 100,7 milioni di euro. Ma in gran parte si trattava dell’introito per la cessione di Cavani al Psg (64,5 milioni). Alla fine quindi l’investimento reale di De Laurentiis per rinforzare la squadra è stato di 29,1 milioni di euro, dati dal saldo tra i 100,7 milioni spesi e i 71,2 milioni spesi.

A conti fatti quindi si può dire che il costo sportivo della stagione Juventina è stato di circa 110 milioni di euro (ho aggiunto ai dati Gazzetta il milione speso per Osvaldo arrivato in gennaio) mentre il Napoli ha sborsato in tutto, tra mercato e monte ingaggi circa 103 milioni di euro. Insomma, la differenza di quello che io chiamo “costo sportivo” della stagione non è stata poi molta.

In questo senso, quindi, mi sento di dire che la polemica – innescata da Benitez nel prepartita – mi pare essere del tutto fuoriluogo. I 64 punti del Napoli fatti fin qui se riportati a media costante alle 38 partite finali del campionato sono costati ciascuno 1,32 milioni di euro. La Juventus di Conte (a cui è difficile chiedere più degli 81 punti in 31 partite che a media costante potrebbero proiettarla a 99-100 punti a fine stagione) è invece costata 1,1 milioni di euro a punto. I dati parlano chiaro.

Tuttavia, in questo ragionamento, chi può fare la voce grossa è soprattutto Rudy Garcia, tecnico della Roma. Pescando dalle stesse fonti vediamo infatti che la sua squadra, che ha un importante monte ingaggi pari a 92 milioni di euro l’anno (ed annovera peraltro il calciatore più pagato della A, Daniele De Rossi, che prende 6,5 milioni l’anno), in estate ha disinvestito. Il saldo tra soldi spesi e incassati dalla Roma è stato infatti positivo per 41 milioni di euro (decisivi i 60 incassati tra Marquinhos e Lamela e i 20 tra Bojan e Bradley). La Roma quindi ha finanziato il 44,5% della sua stagione grazie al mercato. A conti fatti ogni punto dei giallorossi costa a bilancio alla società 580 mila euro. Praticamente la metà di quel che costano a Juventus e Napoli.

Interessante – nell’elaborazione per tutta la serie A – notare il costo abnorme della stagione di Milan e Inter, ancor più fallimentare alla luce delle cifre spese dalle due società. Ma anche il fallimento del Sassuolo (1,72 mln a punto). Realtà a cui fanno da contraltare le virtuose: Udinese, Cagliari, Torino e Parma.

Per eventuali delucidazioni o contatti stampa se qualcuno volesse approfondire la tematica o visionare il foglio dati: giovanni.armanini@gmail.com

Ranking Uefa: entro due anni perderemo un altro posto in Champion’s – #calcio #italia

Se il buongiorno si vede dal mattino il calcio italiano si prepara all’ennesima stagione in cui verrà preso a schiaffi in Europa. Già due squadre su tre eliminate dall’Europa League, l’Udinese retrocessa, un bilancio assolutamente negativo e l’ennesimo dato preoccupante: secondo i dati del ranking Uefa le nostre squadre hanno riportato a livello Paese uno sconfortante 23esimo score (2,214 punti) a livello europeo.

Fare i nomi di certi paesi che hanno fatto meglio di noi potrebbe urtare la sensibilità di quelli che ragionano ancora come quando eravamo i più forti di tutti. Basti dire che dal quinto all’undicesimo posto TUTTI hanno fatto meglio di noi in termini di punteggio (si tratta di Francia, Portogallo, Russia, Ucraina, Olanda, Grecia e Turchia). Ed ora il livello degli avversari è destinato ad alzarsi (il nostro… il Napoli al posto di Roma e Udinese? …non lo so).

Solitamente i preliminari costituiscono (per le 15 nazioni più forti d’Europa) il 23% del bottino finale di punteggio nel ranking. Significa che se non ci sarà una svolta (che significa giocoforza vincere almeno una Coppa quest’anno e fare così incetta di bonus) entro due anni il rendimento attuale ci porterà dritti al declassamento al sesto posto, con il rischio che già a fine anno la Francia (che nei preliminari ha raccolto il terzo score tra le prime quindici d’Europa dietro a Inghilterra e Austria) ci possa sopravanzare.

Non credo che le categorie della vergogna facciano parte dello sport. Si gioca, ci si confronta, c’è chi vince e c’è chi perde. Tuttavia bisogna farlo con coscienza dei propri e degli altrui mezzi.

Nessuno sembra essersi accorto ad esempio che nello Slovan Bratislava di ieri sera c’erano in campo ieri sera 6 nazionali (contando anche il ’92 Pauschek che è nell’under). Non significa pensare di giocare contro i migliori al mondo, ma almeno rispettare un avversario che è pur sempre campione in carica nel suo paese. Ed invece prima della sfida d’andata si leggeva di esperimenti tattici, prove tecniche e vaccate del genere, che ormai in Europa abbiamo in testa solo noi e che significano solo zero cultura, niente rispetto dell’avversario, supponenza a fiumi e fallimenti assicurati.

Certo, Palermo, Roma e Udinese hanno perso per motivi diversi, ma il dato comune resta imbarazzante.

L’Udinese in 180′ non ne ha avuto uno solo in cui si è trovato in vantaggio e le situazioni di parità sono state rare: 8′ all’andata, 16′ al ritorno. Questa è inferiorità psicologica prima ancora che tecnica contro una squadra che vive il momento più difficile della sua storia recente. Il rigore sbagliato da Di Natale dà solo l’esatta dimensione di una squadra che arriva lì e si sente tremare le gambe.

Il Palermo, infine, è la barzelletta di sè stesso. Ha preso 3 gol in 180′ dal Thun. A prescindere dal fattore campo: cosa vuoi pretendere da una squadra che ogni ora che passa prende un gol e nonostante questo ha l’approccio mentale di chi si sente palesemente superiore all’avversario?

In pochi mesi la situazione è peggiorata, prima si iniziava a parlare di questi temi negli ottavi di Champion’s, ora partiamo già dai preliminari di Europa League.

Nella bassa bresciana il mitico Ciarli Varisco diceva ai suoi giocatori dilettanti prima delle partite: “Noi non sappiamo giocare, se ci rendiamo conto di questo possiamo rendere al 200%”. Lui lo faceva con un linguaggio un po’ colorito (parole testuali: “Notef fom cagà, gom de rindis cont che fom cagà, se sa rendem cont zughem be, altrimenti le ciapom”), ma la sostanza è quella: fin che l’Italia non ripartirà da questa convinzione smettendola di appellarsi a stronzate tipo: la sfortuna, il caldo agostano, le preparazioni pesanti o… barzelletta delle barzellette “il poco interesse per l’Europa League” continueremo a crogiolarci in una supposta superiorità ampiamente smentita dai fatti, beffata dal campo, superata dagli eventi.

Se poi a tutto questo unissimo anche un po’ di cultura e conoscenza che vada oltre la formazione titolare di Barcellona, Real e Manchester United (questo accomuna tutti: addetti ai lavori, giornalisti e tifosi) certo non guasterebbe nell’approccio con certi avversari.

Ovviamente partono i processi. Ma il dramma non è il fatto che partano processi mediatici o commenti fuori luogo tra i tifosi: il problema è che a fare i processi sono le società al loro interno!! Vedi il caos Roma, società fantoccio in mano a una banca e a un sedicente zio ricco e il Palermo e le minacce di addio di Zamparini. Fa eccezione l’Udinese che di fatto è stato declassato a quello che è il suo livello e quindi semplicemente fa spallucce a testa bassa e torna nel suo in silenzio.

E dico quest’ultima cosa con grande convinzione. E – come cerco di fare sempre – con la forza dei numeri. L’Udinese non è squadra da Champion’s ma da Europa League perchè il nostro campionato in questo momento sta esprimendo un valore medio inferiore rispetto all’attuale posizione nella classifica europea. Siamo quarti nel ranking, dopo Inghilterra, Spagna e Germania ma prima di Francia, Portogallo e Russia (che ha appena perso un posto in Champion’s a favore dei lusitani), ma quest’anno per l’ultimo anno abbiamo usufruito dei posti riservati ai terzi classificati: confermando che quella non è la nostra posizione.

Attenzione ora ai rischi: lo scorso anno abbiamo perso 3 squadre su 4 in Europa League nei gironi, quest’anno ci presentiamo con 2. In Champion’s intanto il rischio di non portare il Napoli agli ottavi è rilevante (e attenzione perchè la mancata qualificazione significa non poter aggiungere 5 punti al punteggio finale, mentre ai 4 del non raggiungimento della fase a gironi abbiamo già dovuto rinunciare lo scorso anno con la Samp), l’ipotesi di trovarci alle spalle della Francia nel mese di giugno, e di Francia e Portogallo nel giugno 2013 non è così remota.

Come leggere il #calciomercato 2011

Non sono un appassionato di quel genere letterario fantasy che è il giornalismo legato al calciomercato, che in queste settimane spopola in ossequio al fatto che in mancanza di notizie i giornali (e le 24 ore di programmazione televisiva di SkySport24) in qualche modo vanno pur riempiti.

Ho maturato queste convinzioni in merito agli spostamenti dei top player. Cito a memoria tra partenti certi e possibili valutati dai 20 milioni in su: Sanchez, Rossi, Aguero, Tevez, Hamsik, Adebayor, Benzema, Bale, Drogba, Falcao, Higuain, Hulk, Nasri, Neymar, Fabregas, Pastore, Ribery, Vucinic)

1. BENCHMARK. In questo momento manca un benchmark, per dirlo con linguaggio economico, ovvero un punto di riferimento economico. Probabilmente quando ci sarà una prima vendita (facciamo due) di un top player si sbloccherà a catena tutto il resto. L’impressione è che inevitabilmente oggi il mercato lo faccia il Barcellona con la trattativa Sanchez. Sarà quello il metro di paragone per tutti.
Pozzo ha valutato 50 mln, le offerte vanno dai 30 mln cash più contropartite tecniche (considerando ciò che questo aspetto comporta in termini di valutazioni finali scritte a bilancio) ai 40-42 milioni. Vista sempre in una logica economica una oscillazione che va dallo 0 al 40% è davvero una enormità e fa capire l’incertezza delle scelte e la difficoltà a chiudere affari.

2. FAIR PLAY FINANZIARIO. Una considerazione che nessun giornale fa è relativa al fair play finanziario (approfondimenti qui e qui). Un anno e mezzo fa l’Uefa fece sapere di essere già in possesso di un pre-monitoraggio. In marzo la Gazzetta ha scritto che secondo gli ultimi bilanci solo 4 squadre di serie A sarebbero ammesse. L’impressione è che i top club – parlo di Europa e anche di chi ha ricavi ben più alti dei club italiani – non siano così virtuosi (salvo eccezioni tutte da verificare). Il discorso vale a livello europeo e l’impressione è che in questo momento la vera leva per tener controllati i parametri sia quella di contenere il più possibile gli ingaggi, perchè in prospettiva rappresenteranno un costo che si ripeterà di anno in anno (un esempio sono le scelte dell’anno scorso della Juventus, che riuscì ad abbattere il monte ingaggi di circa 52 milioni).

3. I CLUB DI SECONDA FASCIA. Probabilmente da qui a fine agosto sarò smentito. Tuttavia oggi alcuni gioielli sono in mano a società come Palermo o Udinese (Pastore, Inler, Sanchez… in particolare quest’ultimo) che si trovano a recitare un duplice ruolo: da una parte quello di sbloccare la situazione come detto al punto 1 (se Sanchez va via a 50 milioni si tira dietro tutti gli altri in termini di valutazioni, se va via a 30 ribassa automaticamente molti top player). Dall’altra si trovano a metà tra la voglia di fare cassa in un momento in cui tutti proporranno pagamenti pluriennali e scambi con contropartite tecniche, e la consapevolezza che oggi soprattutto nel campionato italiano esiste la concreta possibilità di assottigliare ulteriormente il divario sulle prime tre. La Juve è un rebus, il Milan deve dimostrare la tenuta nel lungo periodo, l’Inter è ancora indecifrabile e un pochino sgarruppata rispetto agli ultimissimi anni. Quale istinto – quello di far cassa a prescidnere dal fatto che il mercato è senza cash o quello di tentare il salto di qualità – prevarrà? Questo lo potremo dire solo il 31 agosto.

La notte del calcio (interismi e altri individualismi deleteri)

Il nostro calcio non è in crisi da oggi. Chi se ne accorge solo ora soffre di miopia o ha sbagliato valutazioni credendo che a fare la differenza nel dare valore ad un movimento calcistico nazionale sia la punta dell’iceberg (ovvero: le squadre che primeggiano in Champion’s) e non la qualità media espressa dalle squadre di un determinato Paese (che si pesa in media punti complessiva nelle partite europee ed in cui l’Europa League gioca un ruolo fondamentale).

Considero più gravi le eliminazioni del Napoli, della Juve e del Palermo dalla serie B d’Europa e la doppia bocciatura della Samp (prima dai preliminari Champions, poi dal girone EL) che l’imminente uscita dell’Inter.

Considero più importanti le sette vittorie su dieci delle nostre squadre in Uefa negli anni ’90 che le Champion’s vinte negli anni 2000: numericamente identiche a quelle del decennio prima (3, prima due Milan e una Juve, poi due Milan e una Inter), ma espressione di un divario anzichè di un reale valore calcistico collettivo se isolate e fini a sè stesse (ovvero non circondate da risultati rilevanti di altre squadre dello stesso paese).

E’ un calcio che riflette la mentalità dominante del nostro Paese. E non credo di esagerare dicendo che è dal valore collettivo elevato, da un profondo senso comune, che emergono eccellenze e valori importanti e non da un esasperato individualismo: si veda la Bundesliga, che ha vinto meno Champion’s di noi nel decennio, ma ha un peso specifico europeo ormai superiore al nostro e potenzialmente crescente nei prossimi anni. Questo anche alla luce degli scricchiolii delle squadre inglesi e della endemica inconsistenza del movimento spagnolo alle spalle di Barcellona e Real (il Valencia di fine anni ’90 fu un’eccezione che la società pagherà economicamente a lungo).

Siamo un paese esasperato dall’individualismo. Ed è così nell’attività che più ci appassiona, il calcio, che è sempre più affare di pochi e sempre meno rito collettivo. E’ così a partire dalle risse dei sedicenti paperoni che siedono in Lega calcio per arrivare allo stucchevole gufismo dei tifosi, che ha un senso in una finale, ma diventa patetico quando rappresenta una regola dell’esistenza.

Eppure continuiamo a vivere di sensazionalismi. Parliamo di tattica e qualità quando vinciamo e di sfortuna se perdiamo. Autocritica zero. A partire dagli interismi trionfanti per l’impresa sul Bayern, incapaci di vedere che un’impresa del genere agli ottavi la fai 1: se sei molto forte, 2: se c’è qualcosa che non va (altrimenti la chiudi prima). E sarà così fino a quando le vittorie non torneranno ad essere quello che devono essere: opportunità inebrianti, anzichè questioni di vita o di morte in cui conta evitare la tragedia umana del non perdere più della gioia irripetibile del vincere.

Veniamo all’Inter.
Leonardo – se di fallimento si deve proprio parlare – ha fallito esattamente quanto Benitez, con l’aggravante dei soldi spesi sul mercato di gennaio. Non mi aspettavo nulla di diverso da lui: è supportato da una società ansiolitica e mal gestita, che sa vincere solo per distacco, che ha assecondato gli umori del suo presidente ed i capricci dei giocatori. Non sarà mai il nuovo Mou solo perchè banalmente nel primo caso il vincente in partenza era il tecnico, nel suo caso sono i giocatori-campioni d’europa che gli partono davanti. Infatti non ha risolto il problema della squadra (difensivo e di applicazione mentale) ma ha proposto un calcio spensieratamente perdente.

Il campionato secondo me dice che l’Inter ha un tasso tecnico superiore a quello del Milan, infatti al netto degli scontri diretti (dove la tattica spesso prende il sopravvento) i nerazzurri hanno un punto in più dei rossoneri. Il punto di partenza dovrebbe essere questo (in Italia) e la considerazione che in Europa 8 gol in tre gare sono oggettivamente troppi. Ed invece ci si lagnerà del mancato bis europeo (ovvero di una cosa mai accaduta nella storia della Champion’s) e del fatto che lo scudetto andrà ai rossoneri.

Da qui Moratti potrebbe ripartire dando una lezione a tutto il calcio italiano: “io ho vinto 5 scudetti di fila ed ho fatto il triplete ed ora faccio scuola imponendo un allenatore con una mentalità diversa e credendo nel suo lavoro”. Non lo farà perchè non ne ha le capacità e la statura umana e intellettuale. Tutt’al più lo confermerà a giugno e lo caccerà prima di Natale, riproponendoci un melenso film già visto.

Eppure, e lo dico oggi, Leonardo è un valore che il nostro calcio deve difendere oggi più di ieri per la sua idea di calcio. Il suo approccio tattico contiene un certo radicalismo indispensabile per le svolte. Così come il radicalismo zemaniano influenzò molti (pur senza arrivare agli scudetti) e quello sacchiano rivoluzionò il modo di stare in campo delle nostre squadre. Sarà croce e delizia degli interisti, ma il giudizio su di lui lo si potrà dare soltanto quando l’eco della Coppa dei Campioni si sarà esaurita, e non potrà essere legato a una vittoria in più o in meno, ma ad una lucida valutazione su cosa è l’Inter (ovvero quella società che negli ultimi 10 anni ha superato i quarti di finale 2 volte). Del resto, se non ti concedi un po’ di “naivety”, come la chiamano gli inglesi dopo cinque scudetti e una champion’s riconquistata dopo quarantacinque anni, quando mai lo fai?

Ma i piedi contano ancora qualcosa nel calcio?

Ennesima sconfitta del Brescia. Anche contro il Napoli 0-1 e tutti a casa. Ieri solo 2 conclusioni nello specchio su 13 totali (più la traversa di Campagnaro). E se le punte non prendono la porta il problema è squisitamente tecnico. non certo di sfortuna avversa o condizione atletica precaria. In altre parole: i piedi contano ancora qualcosa nel calcio? O è sempre colpa del cielo, del campo, della moglie incinta, del refolo di vento, della sfortuna, dei mondiali, di Berlusconi, dei comunisti o della Triade?

L’Europa che non conta

Quando si dice calcio spettacolo… (vedi video)

Che lo si voglia o meno il futuro del nostro calcio passa dall’Europa League molto più che dalla Champion’s League. Ci siamo cullati nell’idea che la vittoria dell’Inter sul Bayern ci abbia salvati dalla perdita di un posto nella massima competizione, per ritrovarci quest’anno con un probabile declassamento a tre squadre. Penso che il Werder sia favorito sulla Samp, e che il caso Ozil-Real sia stato una succulenta distrazione per i commentatori sportivi che sono stati sollevati dal fare una lucida analisi prepartita sul reale livello delle due squadre, al di là del singolo.

Ed allora il futuro del ranking italiano passa inevitabilmente dalle squadre impegnate in Europa League: Juventus, Napoli, Palermo, probabilmente la Samp. Trovo incoraggiante un certo rinnovato interesse per la seconda manifestazione europea. Probabilmente anni di schiaffi in faccia ci sono serviti (ma non credo bastino ancora per vincere). La miseria di una semifinale della Fiorentina in dieci anni (grande risultato sportivo in sè, ma isolato) è un po’ poco per chi negli anni 90 ha vinto 7 Coppe Uefa su 10.

Sul piano tecnico tattico, tuttavia, dovremo riacquistare l’umiltà di sempre. La ragion d’essere del nostro calcio fatto di difesa e furbizia, e non per questo meno affascinante, spettacolare o vincente di altri. Non si tratta di credere nei giovani o nei giocatori italiani ma semplicemente di metterli in condizione di fare il loro lavoro valutando i progressi (ovvero i miglioramenti rispetto al livello zero attuale) anzichè i sogni (le vittorie che tanto, comunque, al momento sono ridotte appunto a zero). Ricordandoci, infine, di tanto in tanto, che il risultato sportivo è una cosa, la vittoria un’altra. E non sono figli della stessa madre.

ps: da Calciopoli in poi il ranking delle italiane in Europa è sempre peggiorato. Ma si tratta sicuramente di un caso.

Gerarchie

Mai come quest’anno è in discussione la gerarchia storica di due campionati come la Serie A e la Premier League. Ma abbiamo, finalmente, qualcosa di cui vantarci a differenza degli inglesi.

In Inghilterra la situazione è abbastanza chiara: lo United ha fatto un mercato più di cessioni che di acquisti, il Chelsea si è consolidato senza strafare, l’Arsenal si è ridimensionato, il Liverpool poteva inserirsi in un discorso di primato ma ha balbettato. Tottenham e Manchester City si sono inseriti investendo. Se i primi ci provano da anni i secondi stanno facendo il botto a suon di acquisti altisonanti: una condizione possibile solo se sei guidato dall’uomo più ricco del mondo.

Dietro all’ascesa di Genoa, Napoli e Sampdoria e alla solidità della Fiorentina, ai buoni propositi della Lazio, stanno invece programmazioni più attente ed oculate (non le spese folli d’oltremanica). Solo il Milan, fra i top club italiani, ha sofferto sul piano economico in estate dovendo rinunciare a un giocatore come Kakà. La Juventus ha investito, ma può farlo perchè attualmente è forse l’unico caso europeo di società che ha anticipato l’idea di Platini: spendere solo in base al fatturato dell’anno precedente (la Borsa, prima di roi Michel, lo impone).

L’Inter è sempre lui, ma per la prima volta ha rinunciato ad un big come Ibra monetizzando. La Roma è partita male, ma in casa giallorossa non è cambiato molto rispetto all’ultimo anno.

Mentre le due maggiori spagnole spendono e si indebitano alla faccia della crisi che ha colpito il Paese molto più di altri (e per fattori economici strutturali, molto meno finanziari che altrove) perpetuando una storica leadership, gli altri due campionati potrebbero ritrovare un equilibrio perduto.

Purtroppo da quando la Champion’s è stata allargata, garantendo di fatto un’entrata sostanziosa ai Top club, anche i campionati si sono di molto livellati. In Italia i primi tre posti dal 2000 (primo anno della Champion’s a quattro) ad oggi sono stati occupati solo dalle romane, milanesi e dalla Juventus (nemmeno Calciopoli ha riscritto questa gerarchia) lasciando le briciole del quarto posto alla outsider di turno. Alla faccia della cupola. In Inghilterra è anche peggio: dal 2000 ad oggi sul podio sono andate solo in 4 (Mufc, Arsenal, Liverpool e Chelsea) con una eccezione: il Newcastle (ora in Championship, la serie B, terzo nel 2002-2003).

La vera perdita è stata in termini di imprevedibilità, variabilità, divisione dei premi Champions. Sia chiaro: il Milan secondo me rimane una delle 4 squadre più forti del campionato, e ce ne accorgeremo nel lungo periodo. Vero è che in questo momento è possibile riscrivere la gerarchia, in Italia come in Inghilterra.

E’ questo, infine, il momento migliore per giudicare le mosse del presidente Uefa Michel Platini. Che predica un fair play economico da attuare con alcune riforme radicali:
1. mercato vincolato al fatturato delle 3 stagioni precedenti
2. rose bloccate come accade nel basket per livellare la contesa
3. fine del sistema dei prestiti e delle comproprietà
4. sistema mutualistico di una parte dei premi delle competizioni europee
5. nuovo protagonismo delle Leghe rispetto ai club

Una sfida difficile, ma necessaria per un calcio più democratico.

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