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La crisi infinita, la politica lontana e il pressing improduttivo delle lobby

L’ultima analisi congiunturale dell’Associazione industriale bresciana (Confindustria) dice che avanti di questo passo recupereremo il -25% di produzione che la crisi ci ha portato via solo nel 2019. Lo scorso anno si parlava del 2013. A voler tradurre il dato economico in un auspicio politico si può semplicemente aggiungere che al momento per le aziende non sembrano esserci le condizioni operative necessarie per un rapido ritorno al passato.

A voler invece essere un pochino critico nei confronti delle aziende e dei loro organismi di rappresentanza, a cui viene dato un ruolo di pressione nei confronti della politica che nel maggio 2009 – in occasione del cambio alla presidenza degli industriali bresciani – fotografai così: È l’Italia del 2009, che conosce i suoi problemi ma non sa come venirne fuori, che da una parte soffre l’immobilità della politica e dall’altra il pressing improduttivo delle lobby.

In altre parole: politica improduttiva, ma allo stesso momento lobby che non hanno più quel peso specifico decisivo per indirizzare le scelte e renderle operative e realmente influenti nel tessuto socioeconomico del Paese.

Le imprese bresciane e l’aeroporto bresciano (punti di vista)

In passato (qui) avevo affrontato il tema dell’aeroporto di Montichiari parlando di “campanili che parlano di globalizzazione”.

Nei giorni scorsi ho visitato la Air Sea Service, azienda che lavora nel settore dei trasporto (tra le specializzazioni più interessanti, le armi e l’arte, ma anche le autovetture, in particolare quelle d’epoca).

Nel mio pezzo odierno sull’azienda ho potuto parlare di aeroporto dal punto di vista di chi l’aeroporto lo dovrebbe far funzionare, ovvero i trasportatori. Può sembrare una banalità ma fin qui di aeroporto hanno parlato più i politici (sia quelli delle istituzioni che quelli delle associazioni di categoria) che gli imprenditori.

Francesco Mangiarini spiega perchè in questo momento un aeroporto a gestione bresciana non avrebbe vita facile. «La mentalità bresciana – spiega Mangiarini – prevede spesso la vendita franco fabbrica: in altre parole si tratta di consegnare la merce al cliente sulla porta del magazzino lasciando perdere il trasporto». La sfida futura è quella di appropriarsi della maggior parte possibile del valore collegato alla propria vendita. Un aspetto nel quale il trasporto gioca un ruolo centrale. Quella di Mangiarini – che è anche consigliere del multisettore Aib – sembra essere una risposta possibile al presidente del gruppo giovani Francesco Uberto che
nei giorni scorsi ha indicato tra le sfide del futuro la capacità «di intercettare la maggior parte del valore non sono più unicamente quelle della trasformazione, ma anche quelle dell’ideazione e della commercializzazione» da parte delle filiere divenute globali. E la sfida va oltre: «quando le aziende bresciane – continua Mangiarini – avranno in mano un aspetto commerciale cruciale come il trasporto, avrà più valore la richiesta di un aeroporto locale».

Il problema, insomma, non è essere favorevoli o contrari, ma creare un sottobosco di utenti interessati (che al momento – stando a quanto dice l’amministratore delegato di Air Sea Service – non c’è). Personalmente, infine, resto convinto che al mondo dell’impresa interessi più il corretto ed efficiente funzionamento dell’infrastruttura che la bandierina provinciale che sventola all’esterno. E che il sistema aeroportuale del Nord Italia (scusate la ripetitività) ha solo bisogno di più mercato e meno politica.

Scuola da riallineare Politica da disallineare

E’ sempre interessante partecipare ad un convegno quando i partecipanti escono dagli schemi politici precostituiti e vanno ai contenuti senza pregiudizi.

Così ieri Piero Ichino (Pd): riferendosi alla riforma della scuola del ministro Mariastella Gelmini, ha invitato addirittura «ad essere più coraggiosa, ad andare fino infondo». Il senatore democratico si è detto d’accordo con la riforma invitando a «dimezzare lo stipendio ai ricercatori che non pubblicano nemmeno una riga: anche perchè i dati già ci sono». E rispetto al mercato del lavoro ha rilanciato il suo modello di flexsecurity

Mentre Michele Tiraboschi (consulente ministero del Welfare): il problema non è quello di avere leggi diverse, ma di applicare le esistenti. «La Biagi è solo al 30% delle sue potenzialità – ha evidenziato – e ad esempio sulla combinazione scuola lavoro la Lombardia, prima regione in Italia, è arrivata ad una legge applicativa otto anni dopo l’entrata in vigore». La sostanza per il consulente del ministro Sacconi è che: «le leggi non sono buone o cattive, dipende da chi le fa applicare ed il cambiamento non è solo legato alle modifiche legislative ma soprattutto a regole disapplicate».

Una “sinistra” che parla di regole e prese di posizione aspre, una “destra” che chiede cultura e ritiene sufficienti le leggi esistenti… solo per me è una curiosa novità?

Armi, ecco il futuro del Banco di Prova

Su Bresciaoggi (in una pagina che potete scaricare qui ho anticipato il progetto, attraverso il quale il Banco nazionale di Prova di Gardone Valtrompia sta cercando di diventare interamente bresciano sotto l’egida della Camera di commercio in qualità di azienda speciale.

Riporto qui soltanto la parte relativa alla ricostruzione delle vicende degli ultimi due anni. Dal decreto taglia enti di inizio 2009 (Brunetta) fino al tentativo centralista di far passare il ministero dal 25% al 60% in Cda, perchè credo sia un esempio della schizofrenia politica di questo Governo, del suo modo di muoversi, della totale inconcludenza e strumentalità della gran parte dei provvedimenti adottati o solo ventilati.

L’ente è da due anni al centro di una querelle tra le istituzioni locali ed il Governo. Ad inizio 2009 inspiegabilmente il Banco nazionale di prova delle armi (che è privato, ma di interesse pubblico) venne incluso nella lista degli enti inutili da tagliare del celebratissimo decreto Brunetta. Dopo il grande clamore iniziale, tuttavia, quel decreto non tagliò nulla. Durante Exa 2009 l’allora ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola – ai tempi ancora in sella, e ancora ignaro di chi gli avesse pagato casa – garantì ai produttori: «Il Banco non si tocca. Ci penso io, non so come ma ci penserò io». Il danno era evidente: la chiusura avrebbe creato un vuoto a livello nazionale visto che la struttura è l’unica in Italia atta a certificare armi e munizioni idonee a finire sul mercato. Dopo l’estate la prima svolta con la riabilitazione dell’ente, in seguito al cosiddetto «piano di riordino», che tuttavia lo appesantì burocraticamente imponento un collegio sindacale (30 mila euro circa all’anno di nuovi oneri). Degli 84 organismi che al 31 ottobre aderirono al «piano di riordino» nessuno fu tagliato.
Superato l’ostacolo Brunetta il Banco di Prova è finito nel mirino del Governo all’inizio del mese di giugno. L’obiettivo: ridurre i membri del Cda da 12 a 5 membri. Un taglio che nascondeva un fine secondario, perchè la riforma prevista puntava ad un azzeramento della presenza degli enti territoriali ed il depotenziamento della rappresentanza delle aziende (un armiere ed un munizonista in minoranza). Allo stesso momento la conferma dei 3 membri di nomina ministeriale avrebbe portato le nomine ministeriali dal 25% al 60% del Cda. La notizia cadde nei giorni della prima Exa international (a Toronto), e la reazione delle istituzioni locali economiche e politiche fu immediata, con il presidente della Camera di commercio Francesco Bettoni e quello del Banco di Prova, Aldo Rebecchi, che puntarono alla liberalizzazione dell’ente con l’intento di difendere una specificità locale, che ora ha portato a questo progetto.

Pmi, crisi e Rosari, uno spunto per il dibattito

“Le piccole e medie imprese nella crisi economica” è il titolo del dibattito che questa sera dovrò condurre a Botticino, alla festa provinciale del Pd, alle 21. Con me ci saranno un esponente confindustriale come Francesco Franceschetti, presidente del Comitato piccola industria di Aib, il leader di Apindustria Luciano Gaburri, il presidente provinciale di Confartigianato, Eugenio Massetti, e Luigi Dolci, presidente di Ascom Fidi.

Oggi, leggendo il Giornale di Brescia, ho avuto un bellissimo spunto da cui partire dal vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi, secondo cui i “Rosari” (confidenzialmente, il venditore di rose di strada, che vedete nella foto mentre ammalia i clienti-serpenti e fa fallire un paio di commercianti) mettono in difficoltà i negozi ed afferma: “i fioristi regolari a causa di questi venditori, per lo più indiani e pachistani, soffrono un calo delle vendite”. Questa sarà di certo una delle domande che porrò ai miei interlocutori… convinto come sono che la crisi non sia solo un fatto economico ma anche sociale e più in generale una questione di democrazia internazionale.

I benefattori della Credieuronord (bank for dummies)

ANTEFATTO: (Da Wikipedia) La banca Credieuronord è un istituto bancario, nota come Banca della Lega per la vicinanza ai vertici della Lega Nord. Nata nel 1998, venne sponsorizzata dallo stesso Umberto Bossi, che invitava con una lettera i vertici del movimento a sottoscrivere le quote. Dopo diverse vicende la banca fallisce e nel 2006 arrivano le prime sentenze giudiziarie contro Gian Maria Galimberti, Giancarlo Conti e Piero Franco Filippi, condannati a risarcire 3 milioni di euro, mentre lo stesso verdetto assolve i politici indagati. I condannati sono ritenuti responsabili di MALA GESTIO della banca.

Ieri è arrivato un comunicato in redazione, da cui è uscito questo pezzo sul giornale.

Ciò che però mi è piaciuto più di tutto, in assoluto, è il tono del comunicato stampa.
In particolare:
“Il Comitato di Soccorso ha potuto effettuare almeno un versamento di denaro alle oltre 2.000 persone che ci hanno richiesto un aiuto”. Avete capito bene? UN AIUTO. Praticamente dei benefattori.
E l’altra perla:
“Sono oltre mille gli ex azionisti che sono stati completamente rimborsati; sfido chiunque a trovare in questo decennio casi di investitori che hanno recuperato la totalità del loro investimento”. Frase dalla logica deduzione: uno degli “investimenti” più sicuri che potete fare è investire in una banca che fallisce!!

Quando si dice “il potere alla parola”…

Appunti in forma d’intervista su commercio, innovazione, società, marketing e commercianti senza futuro

Nelle scorse settimane ho avuto l’occasione di incontrare Fabrizio Valente, sociologo originario di Napoli ma attualmente operativo a Brescia, specializzato a Parigi e Londra, fondatore di Kiki Lab, laboratorio specializzato sul Retail a 360° che opera nel campo della consulenza, delle ricerche e della formazione per aziende distributive, produttive e dei servizi.
Valente fa parte della giuria di Confcommercio che ogni anno assegna il Premio per l’innovazione nel commercio e nei servizi. Per il World Retail Congress dal 2008 è l’unico italiano a far parte delle Giurie degli Awards e nel 2010 è stato nominato Presidente della Expert Jury per l’assegnazione del Retail Innovation Award. Partecipa come relatore a convegni internazionali in tutto il mondo.

Ne è uscita una interessante intervista pubblicata da Bresciaoggi.it che ricondurrei a tre punti chiave:
- marketing strategico (i negozi pensati come spazi d’incontro, teatro di eventi, non solo come spazi di vendita)
- integrazione urbanistica (una nuova logica di aggregazione commerciale esterna ai centri commerciali)
- progettualità territoriale (l’identificazione di una vocazione comune di determinate aree cittadine: le stazioni, i centri storici, i quartieri residenziali…)

La chiave di volta è unica: per stare nel commercio ai tempi della crisi bisogna uscire dall’isolamento e ripensare i quartieri e la loro ragion d’essere a partire dall’offerta commerciale. Un approccio che di riflesso può favorire o tutt’al più suggerire soluzioni per un altro settore in crisi, quello dell’edilizia residenziale…

Per ora sono soprattutto appunti… spero di avere l’occasione di approfondire e inventare qualcosa di più organico i temi che Valente ha affrontato con me in questa intervista così come nel suo studio “Retail innovations 6″, che vi invito a richiedere e consultare, che contiene numerosi casi di successo innovativo nel commercio da cui prendere spunto.

Purtroppo, in fondo, viviamo pur sempre nel paese in cui le mille sagre popolari che ogni estate caratterizzano tutta la penisola diventano per le conservatrici associazioni dei commercianti un motivo di polemica anzichè un’opportunità di sinergia e nuovi sviluppi da cogliere.

Zinco Service: mentalità mondiale, laboriosità made in Pompiano

Una azienda che mi ha sempre affascinato in questi anni è la Zinco Service di via Spalto San Marco. Nei giorni scorsi si è tenuto il loro convegno annuale con gli zincatori di mezzo mondo di cui parlo oggi su Bresciaoggi.

La cosa che mi ha fatto assolutamente piacere è stato scoprire che la parte tecnica degli impianti è appaltata ad una azienda di Pompiano la Carpenfer.

Una storia di imprenditorialità familiare bresciana che si è rinnovata nel tempo (quanto segue è preso da un mio articolo su Bresciaoggi del 2008). Dalla produzione ai servizi, rimanendo nel mercato dello zinco grazie a una tradizione familiare che continua da tre generazioni. L’entrata nel nuovo millennio e il passaggio di consegne fra Pietro e il figlio Mario, per la famiglia Ubiali ha coinciso con un radicale cambiamento nell’attività. Nel 2001 è nata Zinco Service (di cui il padre è presidente, il figlio
amministratore delegato), società specializzata nella diagnostica delle vasche di zincatura, mentre in precedenza il nome Ubiali era legato alla Zincatura bresciana di Verolanuova, fondata nel 1959 da Alessandro Ubiali: il primo impianto con processo «a caldo» in provincia di Brescia, uno dei primi in tutto il Paese.

Una realtà subito orientata, naturalmente, ai mercati mondiali: con Zinco Usa e Zinco Uk limited, nata nel marzo 2007 di cui Zincoservice detiene il 60%, presieduta dallo stesso Mario Ubiali, orientata ad un mercato in cui sono presenti 95 zincherie.

Sia negli Usa che in Gran Bretagna la società è presente attraverso patti con produttori locali (Hereford Galvanizers di Hereford, al confine con il Galles e Aaa Galvanizing di Chicago), ed opera grazie a team tecnici di 5 persone arruolati sul posto con contratto di staff leasing appositamente formati.

IL SERVIZIO innovativo è un check-up a costo contenuto, non invasivo, rapido e completo sulle vasche di zincatura, reso possibile attraverso il sistema Kid per l’ispezione di vasca (acronimo di Kettle inspection device, che la società ha messo a punto insieme all’Industrial materials institute del «National research Council of Canada». Un progetto di ricerca costato 1,2 milioni di euro (totalmente finanziato dalla società bresciana), che venne presentato ufficialmente all’«Intergalva» di Napoli nel giugno 2006 da
Mario Ubiali e dal professore taiwanese (che opera all’Nrc canadese) Chang Kwai Jen.

Fra i clienti i maggiori produttori di zinco al mondo: Joseph Ash (Usa), Galco (Irlanda), Vista (Paesi Bassi), France Galva (Francia).

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