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Ecco perché ora Graziano Pellè può essere considerato un giocatore maturo e decisivo – #southampton #bpl #epl #italia #azzurri

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Nelle prime sette giornate di Premier League Graziano Pellè figura nella top ten dei giocatori con il contributo offensivo più importante alla propria squadra. Prendendo come riferimento l'”attacking contribution”, indice che prende in considerazione quante volte un giocatore è autore di uno dei 4 gesti tecnici che precedono un tiro della propria squadra, scopriamo che l’attaccante, atteso questa sera dall’esordio in maglia azzurra, è nono nella classifica stagionale della Premier league.

qui potete trovare l’approfondimento

Pirlo e il grande ritorno: 200 presenze azzurre nel mirino

«Per ora ho deciso di lasciare la Nazionale, ma se il nuovo ct chiedesse la mia disponibilità tornerei volentieri». Così ieri Andrea Pirlo ha riaperto la sua storia in azzurro dopo l’invito di Demetrio Albertini: «Chiederemo a Pirlo di essere il traghettatore – dice il presidente del Club Italia -. Se vorrà, tornerà a giocare in Nazionale».

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Nella partita purtroppo persa con l’Uruguay il centrocampista di Flero è diventato il quinto giocatore di sempre per presenze in nazionale maggiore. Primo assoluto, irraggiungibile, se si considerano anche le presenze nelle nazionali giovanili. E da domani anche uno dei 150 giocatori a livello mondiale più presenti con le proprie nazionali. Nella partita in cui torna al centro dell’Italia, Andrea Pirlo mette nel mirino le 112 presenze di un totem come Dino Zoff (quarto), e punta a trascinare la squadra verso una qualificazione che solo una settimana fa sembrava assai meno problematica.

I suoi numeri sono davvero impressionanti: sono 189 le presenze totali con la maglia azzurra, considerando anche quelle con le giovanili (77) tra cui spiccano le 46 con l’Under 21 di cui è stato trascinatore per un quadriennio intero, dal 1998 al 2002 (segnando 16 reti). Difficilmente Pirlo farà 200, avendo annunciato l’addio a fine mondiale, ma si sa che l’appetito vien mangiando e tra due anni (ne avrà 37) all’Europeo potrebbe ancora tornare utile.

Nel palmares non solo un mondiale vinto, ma anche un titolo europeo under 21 (in Slovacchia nel 2000), un argento a Euro 2012 in Polonia e Ucraina e due bronzi, quello alle Olimpiadi di Atene nel 2004 e quello alla Confederations Cup dello scorso anno. Il suo esordio risale al 7 settembre 2002, in occasione di un Azerbaijan-Italia vinto dagli azzurri per 2-0 nelle prime battute delle qualificazioni europee che ci avrebbero portato a Euro 2004 (quello del biscottone confezionato da Danimarca e Svezia per escludere i nostri con un preventivato 2-2). In questi 12 anni è stato anche sette volte capitano, l’ultima contro l’Inghilterra all’esordio, prima di cedere la fascia a Buffon, recordmen assoluto di presenze azzurre in nazionale maggiore davanti a Cannavaro, Maldini e Zoff. Quattro grandi calciatori che con Pirlo sono anche gli unici cinque ad aver collezionato più di 100 presenze.

E la centododicesima presenza azzurra gli ha permesso di entrare nella storia del calcio mondiale, figurando tra i 150 giocatori al mondo che hanno totalizzato più presenze con la loro selezione nazionale. Una classifica guidata da autentici carneadi come l’egiziano Ahmed Hassan (184) e il messicano Claudio Suarez (177), mentre Iker Casillas con 156 presenze è all’undicesimo posto: primo europeo e primo campione del mondo della graduatoria.

Pirlo e Zoff hanno aspetti in comune: entrambi leader silenziosi di nazionali egualmente vincenti, nel 1982 il portiere friulano, nel 2006 il centrocampista di Flero, entrambi dati per «finiti» prima di riscattarsi. Zoff divenne campione del mondo a 40 anni dopo che nel 1978 in molti pensavano giusto un suo avvicendamento con qualche collega più giovane, Pirlo non è stato mai apertamente criticato, ma il suo addio al Milan nel 2011 era legato anche a qualche affrettato giudizio sulla sua tenuta atletica nel lungo periodo: veniva in quel 2010-2011 da un mondiale che lo vide triste protagonista (unico capace a dare la scossa) dell’epilogo perdente contro la Slovacchia e da una stagione con qualche inedito acciacco di troppo e qualche esclusione. Recentemente Allegri ha rifiutato la paternità di quella scelta rivendicando invece la volontà di spostarlo sul centrosinistra di centrocampo: scelta che in azzurro non ha mai convinto fino in fondo e che ora Prandelli ha (finalmente) corretto.

Da Tunisi al Maracanà, sono tredici in totale le reti di Andrea Pirlo in nazionale maggiore. A queste si potrebbero aggiungere i due rigori, tirati contro la Francia ai mondiali del 2006 e contro l’Inghilterra (quello del cucchiaio) a Euro 2012, che tuttavia per convenzione non rientrano nel conto finale. In generale le marcature «azzurre» di Pirlo annoverano anche le 2 con l’under 16, le 7 con l’under 18 e le 16 segnate con l’under 21 (maglia con la quale il solo Gilardino, con 19 gol in 30 presenze, ha fatto meglio di lui) che comprendono anche quella con l’Olimpica, segnata a Sydney contro l’Australia nella prima partita del torneo a cinque cerchi da un Pirlo allora interista.

Per la prima firma d’autore con la nazionale maggiore si è dovuto attendere un biennio dall’esordio del 2002. Il 30 maggio 2004 a Tunisi l’Italia di Giovanni Trapattoni, pronta per disputare l’Europeo svizzero-austriaco, vinse 4-0 contro la nazionale africana. Pirlo, entrato nella ripresa per Cristiano Zanetti, metterà il sigillo all’85’ su calcio di punizione. Addirittura esagerato il 26 marzo 2005 quando la nazionale (affidata a Marcello Lippi) si imporrà sulla Scozia per 2-0 e lui farà una doppietta, sempre su punizione. I calci piazzati sono la specialità della casa, non è un mistero: 8 punizioni, 3 rigori a partita in corso e 2 rigori nelle serie finali. Solo due le reti su azione: quella contro l’Irlanda in amichevole a Dublino il 17 agosto 2005 (una sassata in rete raccogliendo la corta ribattuta del portiere) e quella più pesante contro il Ghana nella partita d’esordio del trionfale mondiale tedesco del 2006. Non poteva essere che il direttore d’orchestra a dare il «la» alla cavalcata azzurra che porterà a Berlino, nella sera in cui ancora lui prenderà la responsabilità di calciare il primo rigore della serie conclusa poi da Grosso.

Quello al mondiale tedesco è stato anche l’ultimo gol su azione di Pirlo: tutte su calcio piazzato le altre otto marcature azzurre. Stilisticamente non perfetto, ma certamente ricco di pathos è stato in particolare il «cucchiaio» che ha beffato Joe Hart, portiere della nazionale inglese, durante gli europei del 2012 quando l’Italia vinse ai quarti di finale. In quell’occasione Pirlo si presentò dal dischetto come terzo tiratore, dopo il gol di Balotelli e l’errore di Montolivo. Il suo tocco fu morbido ma tale da disegnare una parabola accentuata come il più celebre cucchiaio di Totti agli europei del 2000 contro l’Olanda in semifinale. Ma fu una dimostrazione di forza che diede il via ad una vittoria dagli undici metri in cui decisivi furono gli errori di Young (traversa) e Cole (parato).

Leggendario, infine, il calcio di punizione segnato proprio l’anno scorso al Maracanà contro il Messico alla Confederations cup in cui l’Italia arrivò terza. Un gol che strappò applausi a scena aperta da parte del pubblico di Rio de Janeiro e che gli fece ammettere a fine partita: «Sognavo un gol su punizione al Maracanà».

Ora gli italiani si aspettano nuove prodezze, sperando di potersi affidare ancora a lui, che da anni trasforma in perle preziose i palloni che gli vengono affidati, e per cui valgono sempre le parole del suo antico maestro della Voluntas, Roberto Clerici: «se a te dalla panchina viene in mente che potrebbe fare una cosa, sta’ certo che lui l’ha già pensato»

Brasile 2014. Italia subito fuori. Io la vedo così

Premessa: la “vergogna” secondo me non fa parte dello sport se non è legata a qualcosa di scorretto o illegale. In altre parole: il doping è vergognoso, il morso di Suarez è vergognoso, gli sputi agli avversari sono vergognosi. La sconfitta invece è solo l’altro lato della medaglia della vittoria.

Parto sempre dal presupposto che un calciatore (fino a che non vi è una dimostrata prova contraria) vada in campo per vincere e dare tutto. Purtroppo alcuni calciatori come alcuni uomini sono caratterialmente deboli, ma non penso che in cuor loro vogliano perdere la partita o dare preventivamente meno di quel che hanno da spendere (se non in casi eccezionali in cui il risultato è formalmente ininfluente, tipo nelle amichevoli).

Allo stesso modo non penso che uno sportivo debba scusarsi se perde. Fa parte della sua attività, che ha solo una certezza: il risultato finale e la sua incontestabilità sostanziale. Penso invece che sia giusto fornire spiegazioni, letture chiare e trasparenti, proprio per aiutare il pubblico a capire meglio.

Trovo più vergognoso un giornalista che vuole spiegare la sconfitta con la Costarica senza capire ed ammettere i meriti tecnico tattici dell’avversario, di un giocatore che perde con la Costarica.

Detto questo l’Italia per la seconda volta consecutiva ai Mondiali è uscita al primo turno. Chi ha sbagliato, e perché?

Non credo che Prandelli fosse infallibile quando arrivò alla finale di Euro 2012. Non credo sia un incompetente ora. In generale, oltretutto, le nazionali giocano competizioni (gli Europei come i Mondiali) che sono molto legate all’estemporaneità di una partita. In altre parole, se casuale fu il nostro approdo in finale agli Europei casuale va considerata – in parallelo – anche l’eliminazione dai Mondiali. Su certi giudizi bisogna avere equilibrio e coerenza.

Nel corso dei 4 anni alla guida della nazionale l’Italia ha perso 2 partite il primo anno, 4 il secondo, 3 il terzo, 4 quest’anno. Quando si dice che siamo usciti perchè in fondo “questi siamo” ci si riferisce anche a questo. Ne ha pareggiate 3, 4, 7 e 6. Insomma, valutare la forza di questa squadra nell’arco più ampio delle partite disputate e dire se nel 2012 eravamo più forti di adesso è questione di opinioni e sfumature. Di partite andate bene (stavolta abbiamo battuto l’Inghilterra, due anni fa solo ai rigori) e partite andate male. Come quella di ieri.

A Prandelli imputo in generale (non da oggi) una scarsa capacità di lettura della partita: ha subito una sconfitta sul piano tattico dalla Costarica e questo gli è costato il mondiale. Ha battuto l’Inghilterra e perso con l’Uruguay, risultati che ci stanno, ma è fuori per quella sconfitta coi centroamericani.

Sul piano del gioco espresso l’Italia ha tirato in porta 4 volte con l’Inghilterra, 4 con il Costarica, 1 con l’Uruguay. La squadra che nell’ultimo anno in serie A ha concluso meno è stata il Cagliari con 3,4 preceduta da Chievo e Genoa con 3,5 tiri a partita. Questi sono i termini di paragone. Ai mondiali hanno fatto peggio di noi soltanto Australia (2,7) Iran (2) e Camerun (1,3).

Di contro abbiamo fatto il 57,6% di possesso palla (settimi) e l’89,2% di passaggi riusciti (secondi dietro l’Argentina). L’equivoco tecnico-tattico nel quale ci siamo cacciati, facendo un calcio non nostro al quale non siamo adeguati, è abbastanza palese.

Quando succede questo i problemi sono profondi.

La tattica. Purtroppo Prandelli si è incartato. Non è questione di moduli ma di interpreti. Quando battemmo la Germania in semifinale nel 2006 la partita finì con Pirlo, Del Piero, Totti, Iaquinta e Gilardino in campo in contemporanea in un 4-2-3-1 con il solo Gattuso incontrista.

Quest’anno in primo luogo abbiamo avuto paura non dico a giocare con due punte ma con una e mezza. Ed anche ai giocatori maggiormente deputati ad attaccare abbiamo chiesto ruoli defilati (penso a Candreva e Marchisio nel 4-1-4-1) senza avere una prima punta in grado di giocare di sponda permettendo gli inserimenti dalla mediana. La scelta Immobile-Balotelli era giusta, sbagliato era il fatto di averla osteggiata il giorno prima e di averla estemporaneamente presentata nell’ultima partita, salvo poi togliere sia l’uno che l’altro dopo un tempo sbagliando quindi ripetutamente.

In secondo luogo: io credo che le squadre debbano avere una solida impostazione iniziale di base, ma è ovvio che debbano sapere giocare e adattarsi alle situazioni. Nell’arco delle partite di un mondiale ti può capitare di tutto: essere avanti, essere sotto, essere in inferiorità o superiorità numerica. Questa Italia quando ha dovuto cambiare in corsa (Costarica) è addirittura peggiorata, quando ha cambiato dall’inizio (Uruguay) si è inceppata. Un problema anche di interpreti.

Caso Balotelli. Sinceramente da Buffon non mi aspettavo quella autoassoluzione con difesa del clan e colpe scaricate sugli altri, Mario in primis. Usarlo come parafulmine per spostare le attenzioni su di lui è stato scorretto, ai limiti del vile. Anche perché Buffon non ci ha spiegato cosa sia successo veramente tra i vecchi e i giovani. Farlo avrebbe permesso chiarezza, ma forse avrebbe offerto chiavi interpretative che avrebbero esposto anche il suo clan a qualche critica.

Oggi Balotelli è un giocatore incompiuto. Che fa qualche gol, sporadicamente ha giocate di classe. Di lui sappiamo che si è imposto molto giovane ma che negli ultimi 4 anni non è migliorato di una virgola, anzi, probabilmente si è involuto. Il calcio è fatto anche di questo: miglioramento costante e mantenimento di uno standard alto. Tatticamente non si capisce ancora cosa sia, caratterialmente non regge le pressioni, umanamente fa tenerezza (annunciare il matrimonio nel momento della concentrazione massima pre mondiale è, semplicemente, dimostrazione di uno che non ci sta con la testa).

Roberto Mancini non è tra i miei allenatori preferiti, ma probabilmente è lui l’unico che è stato capace fin qui a far rendere Mario al massimo. Gli faceva fare la quarta-quinta punta del Manchester City, con impiego saltuario, raramente superiore ai 70′ a partita. Ottenne da lui una media gol rispetto al minutaggio molto alta (nel 2012 il City vinse il titolo con Mario forte di una media da un gol ogni 87′ giocati circa). Personalmente pensavo che Balotelli fosse l’uomo da torneo breve, tipo Europeo o Mondiali, invece pare essere un giocatore che ha bisogno di ombra per poter emergere con acuti. In fondo anche agli Europei, senza quel doppio sprazzo contro la Germania, avrebbe concluso un torneo assai anonimo. Questo è Balotelli, piaccia o non piaccia, per lui come per tutti parlano i fatti. Non è un bidone, ma nemmeno un fuoriclasse. Per me nemmeno un incompiuto alla Cassano, perché Cassano – il più grande talento sprecato del nostro calcio – aveva (passato non casuale) altre doti ed eleganza. Balotelli è semplicemente uno destinato, di questo passo, ad essere ininfluente.

I giovani. Non ho mai capito la retorica dei giovani applicata al calcio, tanto più alle nazionali. In campo ci vai se sei più forte degli altri, non se sei più giovane. Sempre. Soprattutto in una nazionale che è una selezione. I mondiali li vinci con l’esperienza: la generazione del 2006 per diventare campione ha dovuto passare dalla Corea del 2002 e da un Europeo perso al Golden goal.

La parola “progetto” legata ad una nazionale è una idiozia. Già la trovo stupida quando riferita ad un club: gratta gratta il progetto è sempre quello di vincere qualcosa, ma il vincitore è uno, che facciamo se il secondo arrivato offre performance altissime vicino al 90-95% ma non sufficienti a primeggiare? Buttiamo tutto? Da noi stupidamente si impone il perfezionismo della vittoria (salvo poi strizzare l’occhio alla fortuna, quando capita) e non si valutano le performance. Si butta anche il buono quando si raggiungono livelli elevati, rischiando di ricadere (ricordate gli europei 2008 e l’epilogo ai mondiali 2010?) si cercano responsabili finendo per svalutare i contributi positivi sull’altare di una totale mancanza di cultura sportiva.

In una nazionale ci devono andare i migliori. Scegliere, soprattutto quando non si hanno giocatori che primeggiano a livello europeo, è assolutamente difficile. Ma serve il coraggio di guardare sempre all’oggi. Perché la nazionale dovrebbe oggi rinunciare a Buffon se non ha un Buffon migliore? Perché rinunciare a Pirlo (dico per dire, io fossi in lui ripenserei al ritiro e fossi il prossimo ct lo chiamerei per primo) se non ha uno meglio e Verratti può coesistere con lui (e ci mancherebbe: coesistono gli scarsi, figuratevi quelli forti).

Le convocazioni. Nei giorni delle grandi scelte avevo questa impressione: ognuno di noi avrebbe chiamato giocatori diversi semplicemente perché non avendo fuoriclasse affermati e indiscutibili dietro a loro una pletora di buoni giocatori poteva avere titolo per giocarsela con gli altri.

Io personalmente non avrei rinunciato a Florenzi e nemmeno a Destro (non avevamo un attaccante che teneva palla in su), ma nemmeno all’ultimo Giaccherini del Sunderland. Ma non ho la supponenza di credere che con loro certamente questa nazionale sarebbe stata diametralmente un’altra cosa. Non avrei rinunciato nemmeno all’esperienza di Toni e Totti, sempre in ossequio al tema della nazionale dei “migliori”. Ma anche qui alle certezze si sommano pure gli interrogativi, che ci sono quasi sempre a meno che tu non stia parlando di gente come Messi o Cristiano Ronaldo o uno dei primi 10 giocatori al mondo. E non è il nostro caso.

Il futuro. Ho sentito dare colpe a chiunque oltre ai giocatori ed al tecnico: ai vertici federali, ai settori giovanili, alla programmazione. Spero che il calcio di club, i tornei birra Moretti e il campionato 2014-2015, arrivino alla svelta perché sono un po’ stufo di sentire cazzate. Il calcio è il calcio, non è il principio e la fine di tutti i mali. Non è la chiave di lettura di una società, anche se si può offrire a diverse metafore. A calcio vinci e perdi se hai una squadra forte. I nostri settori giovanili sono culturalmente sottosviluppati da sempre, anche quando eravamo quelli che al mondo spendevano di più per portare i campioni in Serie A. I nostri vertici federali erano messi anche peggio quando siamo diventati campioni nel 2006 in piena Calciopoli, anche se poi abbiamo trovato – specialità nostra – il capro espiatorio.

Abete si è dimesso. Il successore? Che sia Albertini o Tavecchio poco conta. Pescheranno comunque dagli entourage, all’interno, sentendo gli amici e gli amici degli amici. Non leggeranno curriculum, non faranno certo recruiting tra gente seria e preparata capace di dare una svolta (organizzativa, culturale, sportiva) al calcio italiano. Questo siamo: auguriamoci solo che gli amici degli amici abbiano amici almeno presentabili. Non sempre ci va bene. E soprattutto che la generazione ’90-’95 che nel 2018 sarà protagonista assoluta del mondiale di Russia faccia emergere giocatori in grado di ben figurare.

Più italiani in serie A? Io spero di vedere più calciatori italiani all’estero. Il problema dell’Inghilterra ad esempio è proprio questo. Da quando hanno inventato la Premier League (1992) sono diventati il più grande mercato mondiale di importazione di calciatori di alto livello, ma non sono mai diventati esportatori. Infatti si ritrovano con una Championship di alto profilo, che mescola molti inglesi interessanti e tantissimi ottimi stranieri, ma non sfornano una nazionale decente da Italia ’90. In 24 anni hanno fatto due semifinali ed hanno bucato i mondiali ’94 e gli europei 2008. Sono sfigati ai rigori, ma anche quando vincevano tutto a livello europeo non hanno saputo far crescere una generazione all’altezza, proprio perché importano talenti ma i loro migliori giocatori rimangono dei buoni comprimari a casa loro, mentre le altre nazionali schierano sempre 3-4 emigranti che diventano fortissimi altrove (vedi la Francia, ad esempio). Sono un po’ i mammoni del calcio :)

Brasile 2014 sta confermando la globalizzazione del calcio come un dato di fatto. Sta dimostrando che le europee di seconda fascia valgono meno delle nazionali qualificate da qualsiasi altro continente. Per la prima volta in Sudafrica le europee agli ottavi (6) furono meno del 50%. Quest’anno il dato dovrebbe essere confermato.

Ma di fronte al calcio che cambia il vero cambiamento sta nel non considerarsi più il centro del mondo, nel non pensare di avere l’esclusiva del tatticismo, nel capire che si può andare in giro per il mondo ad imparare. Che si ha molto da imparare, anche dalla Costarica.

L’influenza italiana sul calcio brasiliano

FIFA.com analizza le origini dell’influenza italiana sul calcio brasiliano con lo storico e giornalista Fernando Galuppo Italia. (traduzione di Giovanni Armanini)

Nato a San Paolo del Brasile da padre scozzese e formatosi nelle scuole inglesi, Charles Miller è considerato padre fondatore del calcio brasiliano. Negli anni successivi al suo lavoro pioneristico, tuttavia, furono gli immigrati italiani ad essere i primi responsabili della diffusione del gioco oltre ai club, nell’intero paese.

E’ senza dubbio in quel momento che questi “missionari” si resero conto del fatto che stavano preparando il terreno per la nascita di una delle superpotenze mondiali, che si sarebbe nel tempo scontrata più volte con l’Italia nella Coppa del Mondo Fifa, comprese due finali: entrambe vinte dal Brasile.

“Il brillante giornalista Thomaz mazzoni, che scrisse innumerevoli pezzi sullo sviluppo del calcio in Brasile, ha detto che lo sport era elitario nei suoi primi giorni ed era considerato una sorta di status”, ha detto lo storico e giornalista Fernando Galuppo, autore di molti libri sulla storia dei club brasiliani di origine italiana. “Era come andare al cinema o a teatro. Le persone sceglievano il miglior spettacolo. Non esisteva il tifo per i club a quel tempo. Era considerato puro intrattenimento”.

A Sao Paulo la popolarità del gioco iniziò a diffondersi quando i lavoratori provenienti da importanti fabbriche della città iniziarono fondare i propri club. In mancanza di un luogo potevano chiamare loro, nei primi giorni nuove squadre e molto spesso dovuto giocare su campi improvvisati, mentre lottavano per affermarsi. A giocare un ruolo molto importante in questo processo erano gli immigrati italiani, gente che era giunta per lavorare nelle piantagioni di caffè dell’interno brasiliano prima di stabilirsi in massa nelle città, dove le possibilità di lavoro erano più variegate.

Diffondere il Vangelo.
Fondata nel 1914, Palestra Italia è diventato il club più strettamente associato agli oriundi. Per i primi 16 anni della sua esistenza, del resto, teneva tutte le sue riunioni in italiano. Nel 1920 il club ha acquistato l’Estadio Palestra Italia, noto anche come il Parque Antartica, ed è cresciuto notevolmente. Nel frattempo la sua collezione di trofei si è arricchita determinando una popolarità crescente, sia pure con un nuovo nome.

Il cambiamento della denominazione avvenne durante la seconda guerra mondiale, a seguito di un decreto del governo nazionale di Getulio Vargas, che vietò a qualsiasi organizzazione di adottare il nome di una delle tre potenze dell’Asse: Germania, Italia e Giappone. Il club scelse di chiamarsi Palmeiras, conservando la lettera iniziale del suo nome di nascita.

La stessa legge che spinse la Societa Sportiva Palestra Italia di Belo Horizonte, fondata nel 1921 e cresciuta notevolmente, a cambiare nome in Cruzeiro, un riferimento alla costellazione della Croce del Sud (Cruzeiro do Sul in portoghese), presente sulla bandiera del Brasile e di altri paesi del Sud del mondo.

Un’altra storia
Un altro club di Sao Paulo con radici italiane era il Clube Atlético Juventus, una squadra competitiva nei primi decenni della sua esistenza, che tuttavia non riuscì ad eguagliare il successo delle due “Palestre”. Furono incapaci di tenere il passo con l’elite brasiliana e statali, ma ebbero forti legami con la comunità e riuscirono a mantenere il loro nome sulle loro maglie, che per ironia della sorte per una squadra chiamata Juventus erano gli stessi del Torino.

La storia può essere credibilmente collegata con un viaggio fatto da Conde Rodolfo Crespi in Italia, in cui vide una partita di derby di Torino. Tornato in Brasile suggerì che il team ufficiale da lui fondato, nel sobborgo di Mooca, adottasse il nome della Juventus, in omaggio alla Vecchia Signora. Il club indossava le maglie bianconere, che tuttavia erano anche i colori di Corinthians e Santos.

Nel libro “Le glorie di un Naughty Boy”, Fernando Galuppo, Angelo Eduardo Agarelli e Vicente Romano Netto raccontano la storia di come il club cambiò colori: “In risposta alla situazione – si legge -, CA Juventus ha scelto un colore che nessuna altra squadra nella divisione indossava. Su suggerimento del loro benefattore principale, che aveva già proposto un cambio di nome per riflettere la sua personale preferenza, hanno optato per gli stessi colori indossati dal Torino”.

Anche se la Juventus non è mai diventata un peso massimo a livello statale o nazionale, vantava una tradizione, ed era anche proprietaria del proprio stadio, il Rua Javari. Pur avendo spazio per soli 5.000 spettatori, molti hanno affermato di essersi accomodati sull’erba il 2 agosto 1959, il giorno in cui Pelè segnò quello che lui stesso considerava il più bello della sua carriera nella vittoria per 4-0 del Santos sulla Juventus. Come osserva ironicamente il libro: “Così tante persone hanno detto di aver visto lo splendido gol di Pelé, che il Javari quel giorno probabilmente ebbe la capienza del Maracanà”.

Vantaggi reciproci
Una cosa che può tranquillamente essere detto a proposito del Javari è che ha fatto sempre registrare il tutto esaurito ogni volta che la Juventus ha affrontato una delle due grandi di Sao Paulo, anche se dal 1950 il sold out era all’ordine del giorno nel calcio brasiliano, considerato che il gioco era ormai diventato ormai una ossessione per i brasiliani, sull’onda dei trionfi come a Svezia 1958, con un Pelè adolescento che presto sarebbe diventato “O Rei”.

Il primo gol del Brasile in quel torneo fu di Josè Joao Altafini, soprannominato “Mazzola”, contro l’Austria. Pur segnando un secondo gol in quella partita, perderà presto la maglia da titolare. Quattro anni più tardi in Cile il posto lo avrebbe riconquistato, ma giocando da oriundo con la maglia azzurra dell’Italia.

Ex Palmeiras, Altafini è arrivato al Milan dopo la sua prima Coppa del Mondo FIFA e rimase al club fino al 1965. Dopo essersi tolto altre soddisfazioni con Napoli e Juventus, è diventato un esperto di calcio in Italia.

“E ‘stato molto semplice,” scrisse Altafini nel giornale Lance! “A quei tempi il Brasile non aveva mai chiamato giocatori impegnati in campionati esteri. Mai. Avevo solo 23 o 24 ero distrutto dall’idea di perdere una Coppa del Mondo. Non sono stato io a lasciare il Brasile. E’ stato il Brasile a lasciare me”.

Altafini/Mazzola non è stato il primo brasiliano a giocare in maglia azzurra. L’Italia non ha mai avuto esitazioni nell’accogliere gli immigrati di talento calcistico da oltre Atlantico. Il primo di loro era l’ala destra Anfilogino Guarisi, noto anche come Filo, che faceva parte della squadra Italia che vinse il primo titolo mondiale giocato in casa nel 1934 e che scese in campo nella gara d’esordio in quel torneo, un 7-1 contro gli Stati Uniti.

Dopo aver fatto il salto di qualità con il Portuguesa, Guarisi giocò per Paulistano e Corinthians prima di andare alla Lazio nel 1931, dove rimase fino al 1937. Con lui anche altri quattro ex Corinthians si trasferirono nella capitale, primo fra tutti il ​​difensore Del Debbio. Non c’è da stupirsi, quindi, che la squadra venne soprannominata Brasilazio.

Nella stagione 1931-1932 la squadra romana è stata ad un passo dal creare una squadra di soli brasiliani, molti dei quali provenienti dalle due “Palestre”. L’allenatore era l’ex Corinthians Amilcar Barbuy, schierato anche come attaccante. Ma non si è trattato di un felice esperimento, con la Lazio a dover lottare per non retrocedere.

Diversi membri della squadra fecero un rapido ritorno in Brasile. Tra loro non figuravano i cinque membri del Fantoni clan, tutti ex idoli della Societa Sportiva Palestra Italia, che sarebbero diventati verre e proprie colonne della Lazio. Il più famoso di loro era Nininho, convocato dalla nazionale italiana nella fase di preparazione per la Coppa del Mondo FIFA nel 1934, ma alla fine escluso dalla lista per la fase finale.

La storia è andata avanti fino ad oggi, quasi 80 anni dopo, con Thiago Motta, nato nello stato di San Paolo e scoperto dal Clube Atlético Juventus, che punta alla convocazione nella nazionale italiana per la prossima Coppa delle Confederazioni FIFA. Il destino ha voluto che il Brasile debba affrontare proprio gli azzurri nella fase a gironi, a Salvador, il 22 giugno, un’occasione da non perdere per gli italo-brasiliani, che potranno così onorare i vantaggi della intima relazione tra due delle grandi culture calcistiche del mondo.

Ranking Uefa e coppe europee. Le inglesi vanno male. Siete proprio sicuri?

Scommetto che a fine stagione, nonostante il crollo in Champion’s, l’Inghilterra (zero squadre in Champion’s ma tre in Europa League, ovvero Chelsea, Tottenham e Newcastle) otterrà un punteggio europeo per il ranking Uefa superiore a quello dell’Italia (Juve in Champion’s e Lazio in Europa league).

Al momento siamo 14.571 per loro contro i 14.250 nostri.

Altro che crisi del calcio inglese.

In nazionale giocano i più in forma. Davvero? [I luoghi comuni del calcio] (3) #luoghicomuni

Una delle frasi fatte sulla nazionale – in particolar modo da quando la allena Cesare Prandelli – è che in nazionale ci devono andare i più in forma del momento. Ma è proprio vero?

Se si adotta il rating Opta [un indice quali-quantitativo che dà una misura delle prestazioni dei singoli giocatori sia per cose fatte che per il loro peso nell'economia di una gara] come punto di riferimento sembra proprio di no. Al di là delle dispute tattiche sul modulo (Prandelli ha scelto il 3-5-2 già visto agli europei dopo anni con difesa a 4 e una sorta di 3-1-2 offensivo intercambiabile) ci sono almeno 5 giocatori che in campionato si stanno esprimendo su ottimi livelli e meriterebbero una chances, quantomeno una convocazione.

Andrea CONSIGLI (Atalanta). Rating: 7.9 – Il portiere nerazzurro è finora il migliore in assoluto del campionato, anche grazie a due rigori parati. Classe 1987, ha parato due rigori contro il Cagliari. Da notare che lo scorso anno ha subito 36 gol in 35 partite in una squadra che in totale ne ha presi 43 ed ha ottenuto la quarta miglior performance difensiva di serie A dopo le tre qualificate in Champions.

Andrea COSTA (Samp). Rating: 8.03 – Può darsi che il terzino sinistro di Ciro Ferrara sia stato penalizzato dalla difesa a 3 azzurra (mentre lui nella Samp gioca esterno di sinistra a 4). Ma al suo posto è stato preferito Giaccherini, e non certo perchè si tratta di uno dei più in forma del momento, visto che non gioca. Fin qui non gli è quindi bastata l’ottima partenza. Lo scorso anno per lui 27 presenze e 2 gol, in precedenza titolarissimo alla Reggina. Da provare.

Antonio CANDREVA (Lazio). Rating: 7.89 – C’è anche il suo contributo nell’ottima partenza della Lazio quest’anno. Si è disimpegnato da esterno alto di destra in un 4-5-1 (1-4 a centrocampo) e questo forse lo ha penalizzato nell’idea tattica di Prandelli che cerca esterni a tutto campo e non prettamente offensivi. Ma è un duttile e ad esempio in luogo di un non brillantissimo Marchisio poteva avere il suo spazio. Anche lui comunque sicuramente convocabile.

Giuseppe BIAVA (Lazio). Rating: 7.62 – Per lui non ci sono scuse. Fin qui è il miglior difensore centrale di nazionalità italiana della nostra serie A. Nelle ultime due stagioni ha collezionato 61 presenze nella Lazio (4 gol all’attivo). Punto di riferimento di una difesa che non ha subito gol (come il Torino) nelle prime 2 gare di campionato. La meritava.

Paolo CANNAVARO (Napoli). Rating: 7.37 – Quando la nazionale giocava a 4 dietro (ricordate?) Prandelli disse che non era adatto a quel modulo. Ora che è passata a 3 Cannavaro continua a non essere convocato. La differenza che rimane è che lui continua ad essere nelle primissime posizioni di rendimento. Inspiegabile?

Ranking Uefa: supremazia spagnola, ascesa tedesca, declino italiano – #calcio #football

L’eliminazione di Real e Barcellona ha fatto passare in secondo piano il fatto che con uno score di 20.571 punti la Spagna quest’anno ha fatto segnare la miglior prestazione nazionale di sempre a livello europeo. Stando così le cose, in virtù del meccanismo dell’eliminazione dei risultati più vecchi di 5 anni, l’anno prossimo potrebbe tornare in vetta alla graduatoria scavalcando l’Inghilterra.

La Spagna aveva perso il primato nel 2007/2008 quando Real e Barcellona uscirono negli ottavi e il Valencia nei quarti mentre le inglesi piazzarono tre squadre in semifinale cedendo però la coppa al Milan (che si prese la rivincita sul Liverpool). Anche in quel caso il Barça fu eliminato da una inglese (il Liverpool) e il Real dal Bayern.

La finale tra Bayern e Chelsea che attribuirà il prossimo 20 maggio la Chiampion’s League 2012 sarà anche uno spareggio per stabilire quale nazione si piazza al secondo posto. Al momento l’Inghilterra è in vantaggio sulla Germania di pochissimo: 15.125 punti contro 15.083.

Una vittoria del Bayern sancirebbe per la seconda volta negli ultimi tre anni uno score migliore a favore dei tedeschi rispetto agli inglesi. Una tendenza che sembra indicare una raggiunta superiorità del livello medio in Bundesliga rispetto alla Premier league, visto anche che negli ultimi 10 anni la supremazia teutonica si era verificata solo nel 2001-2002.

Per l’Italia un altro anno deficitario che ha confermato il reale valore delle nostre squadre a livello europeo. Il ranking complessivo finale è stato di 11.375 punti. Se si esclude l’anno dell’Inter campione d’Europa le squadre italiane in 5 occasioni su 6 degli ultimi anni hanno totalizzato uno score compreso tra i 10.250 e 11.571 punti.

Conserviamo il terzo posto in classifica, ma visti gli ultimi risultati rischiamo di cederlo entro due anni al Portogallo. A livello generale abbiamo raccolto il sesto score (meglio di noi Spagna, Inghilterra, Germania, Olanda e Portogallo): mai avevamo avuto cinque paesi davanti per prestazioni. Andando a ritroso negli ultimi anni siamo arrivati quinti, quarti, quinti e quinti alla pari con la Scozia (nel 2007/2008). Anche nel 2003/2004 (quando raccogliemmo solo 8.875 punti realizzando la peggior prestazione in termini di score degli ultimi vent’anni) meglio di noi fecero solo quattro nazioni (e non cinque come quest’anno): nell’ordine Spagna, Francia, Inghilterra e Portogallo.

Consiglieri regionali, stipendi oltre i 10 mila euro. Ma i tagli li pagano i precari (e i dipendenti) – #politica #Italia

Gli stipendi dei consiglieri regionali sono i più alti d’Europa. Quelli lombardi ad esempio sono il doppio rispetto ai lander tedeschi (circa 10.800 euro contro una media di 4.500 euro al mese…). Ma siccome siamo una provincia efficiente abbiamo subito provveduto a tagliare…

Ma non si tratta degli stipendi dei consiglieri (se non per la parte riguardante la diaria parlamentare): a pagare – stando a quanto pubblicato sul sito del consiglio regionale – saranno soprattutto i lavoratori precari impiegati nella struttura (alla voce «lavoro somministrato»). E tra le altre sforbiciate spiccano quelle relative alla comunicazione radiotelevisiva (che venne introdotta ufficialmente come misura di trasparenza) e alla formazione specialistica del personale dipendente, oltre al dimezzamento delle consulenze ed attività di studio.

a questi aggiungo dei legittimi dubbi

considerando anche che negli ultimi 6 anni, peraltro, rispetto alle cifre messe a bilancio previsionale, si è finiti per «sforare» di circa 12,7 milioni di euro (un paio di milioni all’anno), non pare fuoriluogo dire che anche quest’anno le spese potrebbero superare i 72 milioni di euro, ovvero più dei 71,850 mln stanziati lo scorso anno.

continua online qui, mentre qui potete trovare la seconda pagina della mia inchiesta pubblicata da Bresciaoggi sui costi della politica (qui invece la prima puntata, mentre sul giornale di domani la terza parte dedicata alle Province).

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