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Nel calcio vince chi spende di più. Ma il declino italiano non è ancora irreversibile #libri #economia

Uno dei “meriti” della crisi economica del calcio italiano è rappresentato dal fatto di aver allargato la platea di gente che scrive e si interessa di questioni economiche legate alla gestione di una società di calcio.

Nei giorni scorsi – attratto soprattutto dal corposo compendio statistico – ho scaricato l’ebook di Stefano Righi “Palloni bucati”.

Effettivamente il compendio statistico merita e vale da sè i 2,99 euro spesi. Il resto invece lascia un po’ a desiderare. Righi – giornalista del Corriere della sera – parla delle questioni economiche del calcio e muove anche delle critiche qua e là alle società italiane ed al malcostume (che sfocia nell’illegalità) del nostro calcio, ma non riesce ad andare oltre la retorica di questi giorni.

Complessivamente l’ebook è scorrevole e si legge d’un fiato. Ma pare più una somma di cose scritte a uso e consumo di un largo pubblico da rassicurare (atteggiamento tipico dei giornali italiani che sembrano quasi impauriti quando hanno la possibilità di distinguersi gli uni dagli altri) più che una analisi innovativa ed in grado di guardare oltre.

Lo si nota in particolare in due passaggi superficiali laddove Righi afferma che “il 15% della società nerazzurra (l’Inter) è nel portafoglio della China Railway Construction Corporation”, ignorando forse che questa notizia è stata negata e smentita dai cinesi stessi.

Per affrontare bene il tema degli investimenti esteri nel calcio italiano serve una uscita temporanea dal mondo puramente calcistico chiedendosi perché l’intero sistema italiano in questo momento soffra della mancanza di investimenti dall’estero. Magari leggendo Pietro Ichino che dedica una ventina di pagine della sua “Intervista sul lavoro” a quello che lui (componente del Comitato investitori esteri di Confindustria) definisce “L’accordo tacito che chiude l’Italia”.

Una analisi, quest’ultima, che stima in 30-35 miliardi la possibilità annua di afflusso di capitali dall’estero se il paese fosse in grado di allinearsi agli standard europei (in questo momento siamo penultimi, davanti solo alla Grecia, per capacità di attrattiva). Difficile non pensare che una tale mole di investimenti non possa riversarsi anche sullo sport più popolare. Per un approfondimento rimando chi vorrà al libro del professor Ichino, in particolare da pagina 149 in poi.

In un altro passaggio Righi afferma con un tono un po’ troppo enfatico:

Deve essere ben chiaro a tutti che non esiste correlazione tra le spese per acquistare calciatori di grido e risultati sportivi della squadra che può schierare quei calciatori.

Una affermazione decisamente smentita da Ferran Soriano nel suo libro “Il pallone non entra mai per caso” in cui l’ex vicepresidente del Barcellona parla del modello gestionale della società Catalana dal 2003 al 2008. Afferma Soriano:

Nel 1999 gli economisti Stefan Szymanski e Tim Kuypers analizzarono a fondo la relazione tra i risultati sportivi ottenuti dai club e i salari relativi, usando dati riguardanti un decennio di campionato inglese (90-99). Il rapporto che scoprirono costituisce la risposta alla domanda che potrebbe porsi un matematico appassionato di calcio: esiste una variabile che spieghi i risultati sportivi di una società calcistica? Sembra proprio di si, e si tratta dei salari che il club paga, in rapporto a quelli pagati dagli avversari.

Insomma, il modello esiste eccome, e al di là di sterili dispute dialettiche mi sembra anche abbastanza incontestabile.

Ora, possiamo anche augurarci che una società come il Napoli che riesce a tenere il livello salariale molto al di sotto dei diretti competitor vinca il titolo, ed ammettere così che De Laurentis abbia saputo creare un modello vincente. Ma difficilmente questo nel lungo periodo ci potrà apparire come una regola anzichè come una felice casualità.

Che fare quindi? Rassegnarsi al declino? Vendere i migliori e adeguare i conti ad un calcio che non ha più risorse fresche da investire?

La risposta, che tanti analisti calcioeconomici dell’ultim’ora sembrano ignorare, si sposta dai costi ai ricavi, ovvero alle strategie per rendere i marchi calcistici italiani realmente globali, andando a vendere il prodotto “calcio” laddove i mercati crescenti stanno destinando quote significative del proprio consumo ai simboli del gioco più bello del mondo.

Una risposta che – a mio modo di vedere – deve partire tuttavia da una strategia complessiva, affinché a crescere sia l’intero movimento calcistico nazionale e non la singola società. In futuro probabilmente tornerò su questi aspetti, che per ora mi limito qui ad accennare.

La motivazione culturale, secondo cui gli italiani non sarebbero in grado di darsi regole comuni e rispettarle, nemmeno in nome di una crescita economica altamente prevedibile oltre che necessaria, non può più reggere e non è più accettabile. Pena il declino definitivo della nostra storia calcistica.

Gasperini esonerato? Nessuna colpa – #amala #Inter #serieA #calciopoli

Sul sito del Guerin Sportivo, all’interndo del dibattito su Gasperini colpevole o innocente, ho letto un commento firmato da tale Giustina che condivido in pieno dalla prima all’ultima parola. Per questo lo riporto lasciandomi “sostituire” in questa occasione, nell’esprimere il mio giudizio sulla crisi Inter.

L’onda lunga del 2006 è finita. E’ venuta meno la tranquillità di poter giostrare in solitudine nel declassato campionato italiano, orfano della sua squadra più rappresentativa. In più è terminato anche il tempo delle spese folli, né ci sono squadre che possano regalare ai figli del 2006 giocatori come Ibra, Vierà e a cascata Eto’o. Ora è il momento in cui una società fallimentare per decenni nei periodi anti-farsa, dimostri veramente di essere all’altezza, e di far coincidere le esigenze di bilancio con le necessità tecniche. Negli ultimi venti anni di storia del nostro calcio, solo una persona è riuscita in questa impresa. Creava grandi squadre senza fare svenare i proprietari. E proprio perché era l’unico che vinceva senza sperperare denaro, lo hanno fatto fuori, dopo aver cercato di portarselo a Milano. Insomma, come recitava un dialogo di un famoso film italiano degli anni novanta: chi nasce tondo non puo’ morire quadrato. Pertanto la parentesi forzata degli ultimi cinque anni – inquinata dalle menzogne dei processi farsa – non è bastata a restituire uno spirito vincente a chi per vincere si è servito di misure e tattiche extracalcistiche. La fortuna è cieca, ma il dio del calcio ci vede benissimo. Tutto sta tornando al suo posto. Ogni cosa, giorno dopo giorno, sta contribuendo a restituire ad ognuno il suo ruolo.

PS: il Guerin Sportivo lancia un dibattito come se mettere alla gogna l’allenatore sia inevitabile in questi casi. Così fanno tutti i giornali italiani a corto di idee e coraggio. Indirettamente (e forse volutamente) si giustifica un metodo che tuttavia, a mio modo di vedere, andrebbe messo radicalmente in discussione. In altre parole, per me, il vero problema non è capire se un allenatore ha tante o poche colpe, per poi arrivare alla banalissima conclusione che come sempre le colpe vanno divise tra tutti gli attori in gioco. Il problema è un altro: ha senso – e lo dico riferito a tutte le società del mondo, non solo all’Inter – parlare di progetto in agosto e smontarlo a metà settembre?

#MORATTI E DELLA VALLE, DAI BACI AI CALCI (IN FACCIA) – FINO AL 2001 – #Calciopoli

Giuro che questa non la sapevo… Della Valle era nel Cda dell’Inter (proprio come Guido Rossi). Se non lo sa lui cosa succedeva in casa nerazzurra…

Massimo Moratti aveva voluto Diego Della Valle nel consiglio di amministrazione dell’Inter dal 29 maggio ‘ 95. Un’intesa che era andata avanti fino al 2001, due anni dopo il primo grande rimpasto nerazzurro (15 luglio ‘ 99). Il 3 agosto 2002, Diego Della Valle aveva accettato di salvare la Fiorentina appena fallita e costretta a ripartire dalla C2.

via MORATTI E DELLA VALLE, DAI BACI AI CALCI (IN FACCIA) – FINO AL 2001.

Come leggere il #calciomercato 2011

Non sono un appassionato di quel genere letterario fantasy che è il giornalismo legato al calciomercato, che in queste settimane spopola in ossequio al fatto che in mancanza di notizie i giornali (e le 24 ore di programmazione televisiva di SkySport24) in qualche modo vanno pur riempiti.

Ho maturato queste convinzioni in merito agli spostamenti dei top player. Cito a memoria tra partenti certi e possibili valutati dai 20 milioni in su: Sanchez, Rossi, Aguero, Tevez, Hamsik, Adebayor, Benzema, Bale, Drogba, Falcao, Higuain, Hulk, Nasri, Neymar, Fabregas, Pastore, Ribery, Vucinic)

1. BENCHMARK. In questo momento manca un benchmark, per dirlo con linguaggio economico, ovvero un punto di riferimento economico. Probabilmente quando ci sarà una prima vendita (facciamo due) di un top player si sbloccherà a catena tutto il resto. L’impressione è che inevitabilmente oggi il mercato lo faccia il Barcellona con la trattativa Sanchez. Sarà quello il metro di paragone per tutti.
Pozzo ha valutato 50 mln, le offerte vanno dai 30 mln cash più contropartite tecniche (considerando ciò che questo aspetto comporta in termini di valutazioni finali scritte a bilancio) ai 40-42 milioni. Vista sempre in una logica economica una oscillazione che va dallo 0 al 40% è davvero una enormità e fa capire l’incertezza delle scelte e la difficoltà a chiudere affari.

2. FAIR PLAY FINANZIARIO. Una considerazione che nessun giornale fa è relativa al fair play finanziario (approfondimenti qui e qui). Un anno e mezzo fa l’Uefa fece sapere di essere già in possesso di un pre-monitoraggio. In marzo la Gazzetta ha scritto che secondo gli ultimi bilanci solo 4 squadre di serie A sarebbero ammesse. L’impressione è che i top club – parlo di Europa e anche di chi ha ricavi ben più alti dei club italiani – non siano così virtuosi (salvo eccezioni tutte da verificare). Il discorso vale a livello europeo e l’impressione è che in questo momento la vera leva per tener controllati i parametri sia quella di contenere il più possibile gli ingaggi, perchè in prospettiva rappresenteranno un costo che si ripeterà di anno in anno (un esempio sono le scelte dell’anno scorso della Juventus, che riuscì ad abbattere il monte ingaggi di circa 52 milioni).

3. I CLUB DI SECONDA FASCIA. Probabilmente da qui a fine agosto sarò smentito. Tuttavia oggi alcuni gioielli sono in mano a società come Palermo o Udinese (Pastore, Inler, Sanchez… in particolare quest’ultimo) che si trovano a recitare un duplice ruolo: da una parte quello di sbloccare la situazione come detto al punto 1 (se Sanchez va via a 50 milioni si tira dietro tutti gli altri in termini di valutazioni, se va via a 30 ribassa automaticamente molti top player). Dall’altra si trovano a metà tra la voglia di fare cassa in un momento in cui tutti proporranno pagamenti pluriennali e scambi con contropartite tecniche, e la consapevolezza che oggi soprattutto nel campionato italiano esiste la concreta possibilità di assottigliare ulteriormente il divario sulle prime tre. La Juve è un rebus, il Milan deve dimostrare la tenuta nel lungo periodo, l’Inter è ancora indecifrabile e un pochino sgarruppata rispetto agli ultimissimi anni. Quale istinto – quello di far cassa a prescidnere dal fatto che il mercato è senza cash o quello di tentare il salto di qualità – prevarrà? Questo lo potremo dire solo il 31 agosto.

#Calciopoli, il sentimento popolare

Prendo dalla rivista Studio un estratto dell’articolo Calciopoli, il sentimento popolare che riassume perfettamente quello che penso di Calciopoli.

Il sentimento popolare, quello che ancora evita a tutti in questi giorni di entrare nel merito delle cose, tipo se abbia senso o meno la prescrizione nello sport, tipo di distinguere finalmente fra una requisitoria e una condanna (per me le requisitorie di Palazzi erano ridicole allora e lo sono oggi, e quegli juventini che adesso Palazzi è figo e prima era uno stronzo sono uguali a Moratti & co che allora erano tutti eroi e oggi sono “quelli lì”), o tipo finalmente capire una volta per tutte che c’entra la stagione 2005/2006 su cui non esistono non solo prove (quelle proprio non esistono in generale) ma manco intercettazioni; tipo se tutto questo processo di Calciopoli abbia senso o meno (secondo me non lo aveva allora e ne ha ancora di meno oggi). Il solo risultato da portare a casa sembra essere sempre quello: “Gobbi ladri, gobbi ladri, gobbi ladri”. Peccato.
 
 

Di tutt’altro genere, ma troppo poeticamente e sfacciatamente fazioso per non essere apprezzato è questo crudo, spietato, oltraggioso, logorroico, ricercato, astioso, velenoso, incazzato, gobbissimo pezzo di Vincenzo Ricchiuti su L’uccellino di Del Piero.

“Fate schifo”. Quello che v’hanno fatto è un po’ una mascalzonata. Quello che non sapete dire è peggio. La prescrizione non significa colpevolezza, anzi. La prescrizione significa un bel niente. Avete impersonato per così tanti anni il Bene da non saper la differenza con il Male. Il bene è: il male, si diventa. Mentre per voi fisionomisti anche il male è. Lo avete stabilito coi criteri di Lombroso.

…e altre cose da far impallidire preti e suore

Leonardo, un modello su cui riflettere

C’è un messaggio che nessuno sembra voler leggere nell’addio di Leonardo all’Inter. Quando si ha a che fare con un manager capace bisogna tenerselo stretto. Finiti i tempi del calcio padronale in cui presidenti considerati emeriti coglioni venivano giustificati con il termine “vulcanico”.

Milan e Inter possono governare il calcio italiano ma non la vita di un uomo libero come Leonardo.

Scelta economica? Anche. Ma un anno fa fu lui a farsi da parte al Milan in nome di un rapporto che non funzionava.
Scelta irriverente? Forse. Ma Moratti sa come stanno le cose ed ha banalmente detto: “Non mi serve un direttore generale”.

La scelta di Leonardo è soprattutto lo schiaffo ad un modello gestionale italiano arcaico ampiamente in crisi.

Ha certamente ragione Mario Sconcerti

C’è qualcosa di eccessivo, quasi di dilettantesco, tra la libertà lasciata a Leonardo e la flessibilità con cui si sta cercando adesso il sostituto. Una specie di annullamento delle differenze che non fa parte delle strategie di una grande azienda.

e probabilmente andrà come profetizza Stefano Olivari

In cosa consiste il progetto PSG finanziato dall’immancabile fondo sovrano e gestito da Leonardo? A prima vista nello spendere cifre impossibili, ammazzare il mediocre campionato francese e garantirsi un posto eterno in Champions League con abbonamento all’eliminazione agli ottavi di finale o ai quarti. Però agenti e giocatori hanno annusato il profumo dei soldi e fingono di prenderlo sul serio.

ma ciò che rimane oggi di certo lo ha scritto oggi Marco Ansaldo su La Stampa

Quando si è parlato di Cristiano Ronaldo al Milan, l’effetto è stato più comico di una barzelletta del presidente del Consiglio, quando invece Lippi ha rivelato che Ferguson non sarebbe stato contrario a riprendersi l’ex pupillo portoghese se ne è discusso per due giorni. Moratti disse in altri tempi che Messi provava simpatia per l’Inter, aprendo spiragli suggestivi: se lo fa oggi gli servono un calmante, benché l’Inter sia il club campione del mondo in carica mentre allora aveva sul petto lo scudetto di cartone o poco più.

Insomma, fino a dieci anni fa, e anche meno, eravamo il Paradiso terrestre. Ora si muove chi non può farne a meno.

L’ultimo atto

Beh, non ci voleva molto :D

Ora sentiremo raccontare che il nostro calcio fa cagare. E che i tedeschi sono meglio di noi. Ma sentiremo solo analisi fuoriluogo. Quest’anno le nostre squadre otterranno il quinto score degli ultimi dieci anni da incrementare al ranking Uefa. Vuol dire che negli ultimi 10 anni per 4 volte abbiamo fatto peggio (per la precisione nel 2000/2001, nel 2003/2004, nel 2007/2008 e nel 2008/2009). Al momento facciamo 11.571.  Meglio di noi quest’anno anche il Portogallo che ha ancora 3 squadre in Europa League (e fa 15 punti al momento).

Il dato è emblematico, questi siamo, da 10 anni a questa parte. Ma ce ne accorgiamo solo ora perchè siamo il Paese delle emergenze e delle occasioni perse.

La notte del calcio (interismi e altri individualismi deleteri)

Il nostro calcio non è in crisi da oggi. Chi se ne accorge solo ora soffre di miopia o ha sbagliato valutazioni credendo che a fare la differenza nel dare valore ad un movimento calcistico nazionale sia la punta dell’iceberg (ovvero: le squadre che primeggiano in Champion’s) e non la qualità media espressa dalle squadre di un determinato Paese (che si pesa in media punti complessiva nelle partite europee ed in cui l’Europa League gioca un ruolo fondamentale).

Considero più gravi le eliminazioni del Napoli, della Juve e del Palermo dalla serie B d’Europa e la doppia bocciatura della Samp (prima dai preliminari Champions, poi dal girone EL) che l’imminente uscita dell’Inter.

Considero più importanti le sette vittorie su dieci delle nostre squadre in Uefa negli anni ’90 che le Champion’s vinte negli anni 2000: numericamente identiche a quelle del decennio prima (3, prima due Milan e una Juve, poi due Milan e una Inter), ma espressione di un divario anzichè di un reale valore calcistico collettivo se isolate e fini a sè stesse (ovvero non circondate da risultati rilevanti di altre squadre dello stesso paese).

E’ un calcio che riflette la mentalità dominante del nostro Paese. E non credo di esagerare dicendo che è dal valore collettivo elevato, da un profondo senso comune, che emergono eccellenze e valori importanti e non da un esasperato individualismo: si veda la Bundesliga, che ha vinto meno Champion’s di noi nel decennio, ma ha un peso specifico europeo ormai superiore al nostro e potenzialmente crescente nei prossimi anni. Questo anche alla luce degli scricchiolii delle squadre inglesi e della endemica inconsistenza del movimento spagnolo alle spalle di Barcellona e Real (il Valencia di fine anni ’90 fu un’eccezione che la società pagherà economicamente a lungo).

Siamo un paese esasperato dall’individualismo. Ed è così nell’attività che più ci appassiona, il calcio, che è sempre più affare di pochi e sempre meno rito collettivo. E’ così a partire dalle risse dei sedicenti paperoni che siedono in Lega calcio per arrivare allo stucchevole gufismo dei tifosi, che ha un senso in una finale, ma diventa patetico quando rappresenta una regola dell’esistenza.

Eppure continuiamo a vivere di sensazionalismi. Parliamo di tattica e qualità quando vinciamo e di sfortuna se perdiamo. Autocritica zero. A partire dagli interismi trionfanti per l’impresa sul Bayern, incapaci di vedere che un’impresa del genere agli ottavi la fai 1: se sei molto forte, 2: se c’è qualcosa che non va (altrimenti la chiudi prima). E sarà così fino a quando le vittorie non torneranno ad essere quello che devono essere: opportunità inebrianti, anzichè questioni di vita o di morte in cui conta evitare la tragedia umana del non perdere più della gioia irripetibile del vincere.

Veniamo all’Inter.
Leonardo – se di fallimento si deve proprio parlare – ha fallito esattamente quanto Benitez, con l’aggravante dei soldi spesi sul mercato di gennaio. Non mi aspettavo nulla di diverso da lui: è supportato da una società ansiolitica e mal gestita, che sa vincere solo per distacco, che ha assecondato gli umori del suo presidente ed i capricci dei giocatori. Non sarà mai il nuovo Mou solo perchè banalmente nel primo caso il vincente in partenza era il tecnico, nel suo caso sono i giocatori-campioni d’europa che gli partono davanti. Infatti non ha risolto il problema della squadra (difensivo e di applicazione mentale) ma ha proposto un calcio spensieratamente perdente.

Il campionato secondo me dice che l’Inter ha un tasso tecnico superiore a quello del Milan, infatti al netto degli scontri diretti (dove la tattica spesso prende il sopravvento) i nerazzurri hanno un punto in più dei rossoneri. Il punto di partenza dovrebbe essere questo (in Italia) e la considerazione che in Europa 8 gol in tre gare sono oggettivamente troppi. Ed invece ci si lagnerà del mancato bis europeo (ovvero di una cosa mai accaduta nella storia della Champion’s) e del fatto che lo scudetto andrà ai rossoneri.

Da qui Moratti potrebbe ripartire dando una lezione a tutto il calcio italiano: “io ho vinto 5 scudetti di fila ed ho fatto il triplete ed ora faccio scuola imponendo un allenatore con una mentalità diversa e credendo nel suo lavoro”. Non lo farà perchè non ne ha le capacità e la statura umana e intellettuale. Tutt’al più lo confermerà a giugno e lo caccerà prima di Natale, riproponendoci un melenso film già visto.

Eppure, e lo dico oggi, Leonardo è un valore che il nostro calcio deve difendere oggi più di ieri per la sua idea di calcio. Il suo approccio tattico contiene un certo radicalismo indispensabile per le svolte. Così come il radicalismo zemaniano influenzò molti (pur senza arrivare agli scudetti) e quello sacchiano rivoluzionò il modo di stare in campo delle nostre squadre. Sarà croce e delizia degli interisti, ma il giudizio su di lui lo si potrà dare soltanto quando l’eco della Coppa dei Campioni si sarà esaurita, e non potrà essere legato a una vittoria in più o in meno, ma ad una lucida valutazione su cosa è l’Inter (ovvero quella società che negli ultimi 10 anni ha superato i quarti di finale 2 volte). Del resto, se non ti concedi un po’ di “naivety”, come la chiamano gli inglesi dopo cinque scudetti e una champion’s riconquistata dopo quarantacinque anni, quando mai lo fai?

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