Archivi delle etichette: crisi

#Banche – #imprese: in #Italia la stretta del #credito è stata meno forte

Da almeno due anni le aziende italiane lamentano una stretta creditizia da parte delle banche. Per questo ho letto con sorpresa i dati dell’Osservatorio permanente sui rapporti banche-imprese secondo cui:

la variazione tendenziale del totale impieghi, che è risultata pari a +1,1% nella media dell’Area euro (+2% a maggio 2009), +2,5% in Italia (+2,9% a maggio 2009).

via Bank-Press.com

In sostanza, le aziende italiane hanno meno da lamentarsi rispetto alla media europea. Il dato in qualche modo avvalora questa mia tesi del gennaio scorso.

Anno zero: crisi e fallimenti. L’altra faccia della ripresina.

Quella che in tanti si sono affrettati a chiamare “ripresina” a Brescia ha generato 313 fallimenti nell’arco del 2010. Aggiungiamoci pure (notizia sempre di ieri, da Bresciaoggi) che continuano a crescere gli sfratti ed avremo un quadro sufficientemente sconfortante.

Forse chi ha parlato anzitempo di ripresina non ha capito nulla, o era in malafede, oppure non ci ha detto tutta la verità, illudendo la gente con lo slogan beneaugurante della ripresa, che nella percezione comune è potere d’acquisto, occupazione, benessere diffuso, ma che nel linguaggio degli economisti si riduce a dato di fatto sui + e i – della produzione economica, che da solo tuttavia non garantisce nulla a nessuno.

Non sono tra quelli che considerano i fallimenti un male a priori, se non per le ricadute occupazionali sempre drammatiche. Ma nella sua declinazione italiana il fallimento vissuto come condanna imprenditoriale rischia ulteriormente di portarci all’immobilismo, alla sfiducia, all’incapacità di credere in nuove scommesse. Come il calciatore che dopo un grave infortunio non rientri psicologicamente in sè limitandosi a giocare tirando indietro il piede.

Il dato, 313 fallimenti, va contestualizzato. Si tratta del secondo più pesante negli ultimi 10 anni dopo i 329 del 2005. Non stupisce un po’ anche questo? Non era questa la peggior crisi vissuta dal nostro sistema? Non si era detto che così male non si era mai stati? Cosa si è tenuto nascosto del passato? Qualcosa che non torna: c’è stato un momento in cui numericamente le aziende bresciane “morivano” con più facilità. Non un momento lontano, ma talmente vicino da farci pensare che quel virus forse sia ancora alla base dei problemi odierni.

Parlando di radici della crisi nei giorni scorsi avevo fatto notare come Brescia

negli ultimi 8 anni ne ha avuti 6 in cui ha dovuto registrare un segno meno alla voce produzione

dati che confermano l’evidenza: la crisi che stiamo vivendo non è (non solo) quella di Lehmann Brothers del 16 settembre 2008 ma è (soprattutto) il profondo travaglio di un sistema produttivo che fatica a stare sul mercato, che ha resistito corrodendo i margini, che è arrivato al collasso dei fatturati evidenziato dai bilanci 2009, che nonostante l’inversione di tendenza del 2010 deve affrontare problemi di equilibrio aziendale assai diffusi.

Tutto quello che si è detto, a proposito di banche e finanza in primis, è solo un approdo, forse un peggiorativo, ma non una causa scatenante. Sta al termine di un percorso, non alla sua radice. Attribuire al sistema del credito tutte le colpe è come dire che un malato è morto perchè si è staccata la spina senza chiedersi perchè era malato.

Farlo invece incolpando la politica significa ignorare un intero ciclo economico-politico inaugurato nei primi anni ’90 in cui la figura centrale e più mitizzata è stata quella dell’imprenditore, che a gran voce ha chiesto di essere protagonista tout court della vita sociale del Paese (al punto da svilire il ruolo del lavoro dipendente progressivamente precarizzato) e per lunghi tratti è stato figura di riferimento nelle scelte del Paese.

So bene che una differenza sta in “chi” falliva nel 2005 (aziende più piccole) e chi invece è crollato negli ultimi anni (anche grandi realtà), in uno scenario in cui la Cassa integrazione massiccia (altro nodo che verrà al pettine) ha dato un altro elemento di inquietudine economica ed occupazionale. E nel conto entrano pure le grandi realtà (a Brescia il caso emblematico per dimensione e reazione sindacale è quello di Ideal Standard) che semplicemente hanno gettato la spugna scegliendo vie diverse. Al di là dei numeri puri lo scenario circostante dice che i 313 fallimenti 2010 pesano di più dei 329 del 2005, ma ciò non toglie che i numeri ci sono e quindi gli allarmi hanno suonato tardi (ed ancora forse non si è capito nemmeno dove sia scoppiato l’incendio).

L’Associazione industriale bresciana sostiene che ai livelli pre crisi torneremo solo nel 2019. Ora al di là di possibili critiche su cosa sia pre-crisi e sul valore dei dati congiunturali nella fase 2002-2005 e 2005-2008, a cui ho accennato nelle righe sopra, il dato (in sè puramente statistico) serve non tanto a porre un obiettivo a 10 anni, ma esclusivamente per una riflessione sull’oggi: se infatti nel lungo periodo saremo tutti morti (Keynes), l’unico imperativo per le aziende è quello di intervenire subito, puntando prioritariamente ad un nuovo equilibrio: attraverso prodotti capaci di stare sul mercato, non attraverso una svendita alla cinese che mortifica i margini più che i ricavi e quindi le aziende stesse. Un obiettivo strategico non più rimandabile.

E’ finito il tempo del fatturato come indice prioritario, finito il tempo della corrosione dei margini e pure quello della concorrenza sul prezzo di cui (in tempi di lira cartastraccia svalutata e svalutabile) siamo stati i primi veri maestri (prima dei cinesi che da bravi allievi ci hanno superato). Finito anche il tempo della sovrapproduzione che inflaziona e svaluta il prodotto stesso.

In tempi di latitanza politica e di totale assenza di politiche industriali nazionali, l’equilibrio (anche a crescita zero) sarebbe già un gran risultato minimo.

Recupero crediti

Un portafoglio bel gross…

L’altra faccia della crisi è rappresentata dalla crescita esponenziale del settore tradizionalmente conosciuto come «recupero crediti». Inutile dirvi che i migliori in assoluto sono dei bresciani, quelli della Guber, che hanno visto il portafoglio passare da ottocento milioni di euro a quasi un miliardo e quattrocento milioni.

Ecco invece il metodo storico di recupero crediti come finora conosciuto. Nel documento filmato…

Lo Stato lascia a casa 74 lavoratori

Ma non sono i tanto attesi tagli all’apparato burocratico degli enti pubblici.

E’ la vera storia della Paghera di Lonato. L’azienda deve 7 milioni di imposte pregresse, ma è a credito di 9 milioni (dal 1997!). Ma 9-7 in questo caso non fa 2.

Nonostante commesse per 4 milioni di euro da qui a maggio. E nessuna esposizione bancaria.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.