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Incubo Europa? No, la Juve ha un problema tecnico e tattico da risolvere al più presto – #finoallafine #juventus #champions #chl

allegri

Quando Allegri afferma che la Juventus si qualificherà al prossimo turno di Champions League esprime la stessa debolezza di Garcia che dice che sicuramente vincerà lo scudetto.

E’ la dimostrazione lampante del fatto che quando si va in difficoltà ci si fa forza ostentando sicurezza con queste frasi fuoriluogo. Ora però tocca a lui. Perché è evidente che Conte se ne è andato perché aveva intravisto i limiti di questo gruppo che in un determinato contesto non era adatto a imporsi.

Quindi bisogna dare una sterzata soprattutto tattica (che ne determini a cascata una tecnica e una caratteriale), esattamente come quella che Conte diede alla fine del primo tempo di Napoli-Juventus 3-3 del 29 novembre 2011 quando per la prima volta si vide il 3-5-2 che ci ha accompagnato fino a questa sera.

Il problema secondo me non è di condizione e nemmeno di psiche. E’ un problema di atteggiamento: vai a Atene e fai un primo tempo totalmente incolore, a quel punto sì subentra la paura. Bisogna imparare a giocare con più ritmo, verticalizzazioni, con più collettivo e meno individualità, come giustamente ha detto anche Arrigo Sacchi ieri sera in sede di commento post partita.

In un certo senso questa Juve ha fatto un passo indietro rispetto all’anno scorso in Europa. L’eliminazione di Conte è maturata in maniera molto diversa rispetto a questa. Conte non ottenne risultati ma il suo gioco era molto più intenso. La sua Juve sbandò ma fece sempre gol tranne nella notte di Istanbul: segnò al Bernabeu (3 reti in totale in 2 gare contro il Real Madrid) e fece due reti al Galatasaray. Veniva – Antonio Conte – da un quarto di finale conquistato l’anno prima con un primo posto nel girone, un facile ottavo sul Celtic ed una eliminazione contro un Bayern (poi campione) nettamente superiore.

Il possesso palla a bassa intensità di Allegri ha invece mostrato tutti i suoi limiti a livello europeo. Non dà maggiore sicurezza difensiva e non fa segnare. Allegri dopo il passo indietro evidente avrà tre partite ora per farne tre avanti: dentro o fuori.

Prendete Lichtsteiner: in Italia con il suo individualismo si risolvono le partite, in Europa no, perché in Europa il livello medio è più alto e la sua posizione diventa facilmente prevedibile da avversari che poi hanno tempo di chiduere, raddoppiare, non concedere l’uno contro uno finendo sempre per affrontarlo in situazione di superiorità numerica.

Faccio mia anche la riflessione che Fabio Raffaglio ha postato ieri su questo blog commentando il mio pezzo sulla presunta crisi delle italiane in Europa.

Giochiamo un calcio lento e a bassa intensità, attacchiamo con pochi giocatori e non corriamo abbastanza senza palla. Spesso le nostre squadre vengono messe sotto sul piano del ritmo che anche avversari mediocri sanno imprimere alla gara vedi Costarica e A.Bilbao, ad esempio. Se non miglioreremo sotto questo aspetto, temo che andremo incontro a nuove delusioni.

Aggiungo a questi dettami tattici il mio auspicio: le novità dovranno partire giocoforza dal modulo. Non tanto perché con una nuova dislocazione numerica degli undici in campo si risolveranno magicamente tutti i problemi europei della Juve, ma perché il problema è numerico principalmente perché quando i singoli che hai a disposizione non riescono ad incidere individualmente l’unico modo che hai per vincere è attaccare con più uomini.

E perché il 3-5-2 in realtà è la fotografia della fase offensiva di un assetto tattico, ma se dovessimo utilizzare gli stessi parametri ad esempio con il 4-2-3-1 o con il 4-3-3 finiremmo per parlare di 2-4-3-1 o di 2-5-3 sottolineando con questo la partecipazione attiva degli esterni alla fase offensiva in posizione avanzata.

Questo è il momento di cambiare: già contro il Palermo. La rosa ha tutte le prerogative per farlo. Da qui in avanti possiamo iniziare a giudicare Allegri, che si presentò cosciente del fatto che il suo operato sarà giudicato in base ai risultati europei. E che su quelli verrà valutato.

 

L’identità perduta del Benfica – #champions #europaleague #benfica

L’analisi di Tom Kundert tradotta da Portugoal.net

Il Benfica ha battuto il Paris Saint Germain nell’ultimo turno del girone di Champion’s, ma ha chiuso al terzo posto nel gruppo C e anche quest’anno proseguirà in Europa League dopo Natale. Cavani ha portato avanti gli ospiti ma un rigore di Lima e un gol di Gaitan hanno dato alle aquile una vittoria dal sapore dolce amaro.

Jorge Jesus

Per il secondo anno consecutivo il Benfica non ha capitalizzato i progressi fatti. La scorsa stagione il Celtic ha centrato il secondo posto davanti al club di Lisbona, nonostante una sconfitta e un pareggio contro la squadra portoghese. Anche quest’anno il Benfica non può gioire, con una squadra apparentemente meno attrezzata qualificarsi al suo posto.

Questa volta il destino degli uomini di Jorge Jesus è stato deciso nelle due partite contro i rivali diretti per la qualificazione per gli ottavi: l’Olympiakos. Allo stadio Da Luz, un secondo tempo giocato sotto il diluvio ha ridotto il match finito 1-1 a poco più di una farsa. Ad Atene la gara è stata decisa da un solo uomo: l’ex portiere del Benfica Roberto, che ora gioca coi campioni di gregia, ha giocato la partita della vita sbarrando la strada al Benfica nonostante una partita dominata dall’inizio alla fine.

Grandi speranze deluse

Quale giudizio dare, quindi, sul Benfica? Da una parte aver conquistato 10 punti ed essere fuori lo stesso può essere addebitato alla sfortuna, ed è difficile fare una valutazione considerando il fattore-Roberto nella migliore performance stagionale del Benfica. Tuttavia, le speranze erano soprattutto dopo che il Benfica era stato ammesso tra le teste di serie sulla scorta della corsa emozionante per la finale di Europa League dello scorso anno, con un conseguente sorteggio apparentemente favorevole. Il presidente Luís Filipe Vieira aveva addirittura detto che il Benfica poteva nutrire legittime aspirazioni di mira per la finale di Champions League di quest’anno, che sarà giocata proprio allo stadio Da Luz .

Ma il Benfica come è successo dall’inizio della stagione, non è riuscito a ingranare. Senza grandi partenze ed una sfilza di nuovi acquisti estivi per rafforzare la squadra, questo doveva essere l’anno in cui il Benfica doveva fare il salto di qualità. Tutto ciò, semplicemente non è accaduto. Si è tentati di attribuire la colpa al trauma causato dalla spettacolare crollo della scorsa stagione, ma a quattro mesi di distanza gli alibi si stanno esaurendo.

Potrebbe essere che il Benfica è più debole in questa stagione, nonostante una squadra grande e più forte, a causa di una ragione meno tangibile ma potenzialmente più dannosa legata ad una presunta perdita di identità?

Il carismatico Jorge Jesus ha portato un atteggiamento entusiasta dal momento in cui è stato nominato allenatore nel 2009/10. Il trionfo emozionante nel campionato portoghese al debutto è stato seguito da stagioni altrettanto convincenti negli anni successivi. Il calcio iperoffensivo è stato applicato anche in Europa. Nonostante i suoi critici hanno sempre sostenuto che avrebbe dovuto fare meglio, il record di Jorge Jesus parla di quarti di EL, semifinali di EL, quarti di Champion’s, finale di EL: una sequenza di successi che erano impensabili prima del suo arrivo al club. Tutto realizzato con una spregiudicatezza calcistica ammirevole.

L’enfasi sulla solidità

Gli obiettivi sono stati migliorati, ma non sono arrivati i trofei. Sia a causa delle critiche che di una sopravvenuta prudenza consapevolmente adottata, Jesus ha attenuato gli istinti d’attacco della sua squadra e ha adottato un approccio più prudente. Invece di sovraccaricare le ali e istruire i suoi terzini di attaccare incessantemente, il tecnico del Benfica ha posto una maggiore enfasi sulla solidità a centrocampo, il che spiega il ruolo chiave giocato da Fejsa (eccellente visione di gioco contro il Psg), Matic, Enzo Perez e Ruben Amorim in questa stagione.
Le prima scelta nel ruolo di terzino sinistro sono state Siqueira e André Almeida, che spesso ha fatto le veci di Maxi Pereira sulla destra. Certamente difensori migliori rispetto ai precedenti interpreti, ma con minore propensione offensiva

In breve, il Benfica è stato trasformato da una squadra costruita per attaccare in ogni occasione, in una con un approccio più equilibrato. La domanda è: ciò che si guadagna in solidità difensiva riesce a superare ciò che si è perso in vivacità offensiva. Nel peggiore dei casi la squadra e l’allenatore stesso, saranno chiamati ad adottare diversi atteggiamenti nel corso della stagione in base agli avversari. Prevedere l’undici di partenza del Benfica da una partita all’altra in questa stagione si è rivelato fin qui un compito difficile. Ma se Jesus non riuscirà d’ora in poi a dare una chiara identità della squadra, un altro fallimento in Champions League potrebbe essere l’ultimo dei suoi problemi.

L’Italia in Europa vale meno di quel che pesa (3 idee per venirne fuori) – #calcio #europaleague #palermo

Non ho visto la gare del Palermo contro il Thun (eliminazione per i rosanero con 1-1 esterno e 2-2 interno), ma l’eliminazione conferma quello che si sa del calcio italiano: la serie A esprime un movimento mediocre giustamente retrocesso in Europa.

Il rilancio passa inevitabilmente da due operazioni. La prima è di umiltà. Smettiamola di bollare come abbordabile ogni avversario che non sia tedesco, spagnolo o inglese. I giudizi sono per lo più dettati dall’ignoranza, dalla non conoscenza del calcio che si gioca oltre il nostro orticello, da una presunta superiorità ormai smentita più volte dai fatti.

La seconda è di sistema. Oggi il problema è prima di tutto quello di non perdere la terza rappresentante in Champion’s, prima ancora di pensare alla rimonta per riconquistare la quarta. Lo dicono i fatti: lo scorso anno con un coefficiente di 11.571 abbiamo fatto peggio di Inghilterra, Spagna e Germania, ma anche di Portogallo (18.800, migliore paese in assoluto grazie ai trionfi in Europa League dove ha messo 3 squadre su 4 in semifinale). A parità di prestazioni nel 2014 ci troveremo declassati di un’altra posizione.

Perchè è successo questo? Banalmente perchè a fronte di 7 coppe Uefa vinte negli anni ’90 non ne abbiamo più vinta una nell’ultimo decennio. Eppure abbiamo vinto 3 Champion’s contro le quattro delle spagnole! In termini di risultati assoluti abbiamo fatto anche meglio delle inglesi (2 sole Coppe campioni dal 2000 ad oggi), mentre le altre due le hanno vinte il Bayern e il Porto.

Non finirò mai di dire che il vero problema del nostro calcio è il livello medio scadente. Quello che sta esattamente dietro le prime. E’ su quel campo che la Germania ci ha rimontati e su quello stesso terreno che stiamo perdendo posizioni insidiati da Francia e Portogallo. Basti un dato: lo scorso anno la Juventus è stata eliminata dal Lech Poznan campione di Polonia (26esima nel ranking), il Palermo da Cska Mosca (quinto in Russia, sesta nel ranking) e Sparta Praga (campione di Cekia 18esima nel ranking), la Samp dopo gli schiaffi dal Werder è finita dietro al Psv Eindhoven (terzo in Olanda, decimo stato del ranking) e Metalist (terzo in Ucraina, ranking 7). Il Napoli invece ha genialmente pensato di escludere i migliori nella sfida contro il Villareal per giocarsi a denti stretti il terzo posto in campionato. Il nostro livello medio è questo. E solo la gran quantità di partecipanti tiene su lo score.

Risultato: è sul livello medio del campionato che bisogna lavorare. Come si fa? Ipotizzo tre soluzioni.
1. tornare alla radice del nostro calcio, fatto di umiltà e atteggiamenti speculativi. Da dieci anni snobbiamo la Coppa Uefa comportandoci come quelle donne di una certa età che hanno perso fascino ma mantengono la spocchia dei giorni migliori, circondate tuttavia da indifferenza anzichè dall’antica ammirazione.
2. concentrarci su mercati alla portata. L’esempio è il Borussia Dortmund che va a prendere Perisic dal Bruges per 5,5 milioni. Per farlo serve competenza, ma anche pazienza, perchè se si pretenderà di valutare i giocatori in 90′ si andrà sempre più incontro a delusioni.
3. ridurre il numero di squadre nella massima serie (18 o, meglio ancora, 16) per poter alleggerire gli impegni, visto e considerato che difficilmente riusciremo ad intervenire sulla radice logorante del nostro calcio. Un aspetto, quest’ultimo, che rappresenta un’idea praticabile ma non imprescindibile.

La “missione impossible” di un calcio da terzo mondo

Milan, Roma e Inter hanno perso la gara di andata degli ottavi di Champion’s League. Tutte e tre hanno perso in casa. E questo complica non poco il discorso qualificazione.

Chi perde la gara di andata in casa in genere esce. Lo dicono i numeri: quest’anno si gioca la trentacinquesima edizione della Coppa dei Campioni e dal 1955 ad oggi è successo soltanto 7 volte che chi ha chiuso la gara di andata giocata in casa con una sconfitta si sia qualificato.

Non svolgo qui una analisi tecnico tattica ma mi limito ad una constatazione statistica, anche perchè il dato che ne esce è abbastanza netto.

L’ultima volta è successo all’Ajax nel 1996 che ad Atene riscattò lo 0-1 interno dell’andata con un netto 3-1. Poi i lanceri persero la finale con la Juventus. questi gli altri precedenti.

1995-1996 semifinale Ajax Panatinaikos 0-1 3-0 Ajax poi battuto in finale dalla Juve ai rigori
1985-1986 quarti Anderlecht – Bayern 1-2 2-0 Anderlecht eliminato poi in finale dalla Steaua poi campione ai rigori sul Barcellona
1979-1980 quarti Notthingham Forest – Dinamo Berlino 0-1 3-1 NF campione 1-0 all’Amburgo
1977-1978 semifinali Liverpool – Borussia M 1-2 3-0 Liverpool campione 1-0 al Bruges
1974-1975 sedicesimi HJK Helsinki – Valletta 0-1 4-1 Hjk fuori negli ottavi con Atvidabergs (Svezia)
1968-1969 quarti Ajax – Benfica 1-3 3-1 (poi spareggio 3-0) Ajax battuto in finale dal Milan
1955-1956 ottavi Milan – Saarbrucken 3-4 4-1 Milan eliminato in semifinale dal Real che poi vinse la coppa

In altre tre occasioni, invece, la situazione è stata pareggiata ma poi la squadra che aveva vinto l’andata ha vinto lo spareggio.

A volerla vedere diversamente, da quando esiste la Champion’s League (con più squadre di uno stesso paese partecipanti) solo in UNA occasione chi ha perso l’andata in casa si è qualificato.

Nella storia intera della Coppa campioni, invece, capita mediamente ogni 7/8 anni che la squadra battuta all’andata riesca a qualificarsi ribaltando il risultato al ritorno. Certo, ora c’è un ritardo di 15 anni e si potrebbe pensare ad una doppia vittoria, ma statisticamente la rimonta è assai improbabile. Non certo impossibile sul piano tecnico tattico, anche perchè le tre italiane dal punto di vista del valore assoluto non mi sembrano inferiori, ma se i precedenti presentano medie così schiaccianti un motivo ci sarà pure.

Buonanotte Italia

Premetto che ieri non ho visto la partita della Samp. Tuttavia credo che sia possibile fare un commento extratecnico a quanto è successo ieri sera. Primo elemento di mediocrità: la Samp è uscita da un turno preliminare vissuto con l’emotività di una finale. Secondo elemento di mediocrità: oggi i giudizi sono sostanzialmente positivi, la gazzetta tra giocatori e allenatore da una sola insufficienza (Curci) e ben 5 punti in più del sei (sommando) ai giocatori in campo. Una sorta di ammissione: poverini, più di così non potevano fare. Credete che se al posto della Samp ci fossero state Milan, Inter o Roma i voti sarebbero stati gli stessi? Nonostante questo non si perde l’occasione per tirare in ballo ancora Lippi (su Pazzini…).

Sportivamente dico: il risultato non è tutto nel calcio. Ma è l’unico elemento reale che ti fa capire il tuo livello. Possiamo discutere su una finale vinta o persa, sulla differenza tra un quarto e un ottavo. Ma non tra un preliminare di Champion’s e un possibile accreditamento tra le 16 migliori europee (ovvero lo step successivo che la Samp sarebbe stata chiamata a compiere). Soprattutto dopo anni di schiaffi (da parte di tutte le italiane, Roma e Juventus ultime in ordine di tempo, nella “mediocre” Europa League). E oggi come oggi l’Italia non è più una nazione che – per il calcio espresso – merita le 4 squadre in Champions. Ma ci sarà qualcuno che sicuramente dirà che pure questo è colpa di Lippi. Mentre difficilmente sentirete dire che Lippi nel 2010 ha dovuto pescare gli azzurri in questo mutato quadro di valori tecnici.

Il problema è che al calcio italiano serve un bagno di umiltà che stenta ad arrivare.

C’era una volta

Le squadre italiane quando giocano in Europa sono come quelle signore anziane sedute sulle panchine che raccontano di quanto erano belle da giovani con tutti gli uomini a corteggiarle… e i giornalisti sono come i parenti che le ascoltano facendo di sì con la testa con sguardo intenerito e compiacente.

L’Europa che non conta

Quando si dice calcio spettacolo… (vedi video)

Che lo si voglia o meno il futuro del nostro calcio passa dall’Europa League molto più che dalla Champion’s League. Ci siamo cullati nell’idea che la vittoria dell’Inter sul Bayern ci abbia salvati dalla perdita di un posto nella massima competizione, per ritrovarci quest’anno con un probabile declassamento a tre squadre. Penso che il Werder sia favorito sulla Samp, e che il caso Ozil-Real sia stato una succulenta distrazione per i commentatori sportivi che sono stati sollevati dal fare una lucida analisi prepartita sul reale livello delle due squadre, al di là del singolo.

Ed allora il futuro del ranking italiano passa inevitabilmente dalle squadre impegnate in Europa League: Juventus, Napoli, Palermo, probabilmente la Samp. Trovo incoraggiante un certo rinnovato interesse per la seconda manifestazione europea. Probabilmente anni di schiaffi in faccia ci sono serviti (ma non credo bastino ancora per vincere). La miseria di una semifinale della Fiorentina in dieci anni (grande risultato sportivo in sè, ma isolato) è un po’ poco per chi negli anni 90 ha vinto 7 Coppe Uefa su 10.

Sul piano tecnico tattico, tuttavia, dovremo riacquistare l’umiltà di sempre. La ragion d’essere del nostro calcio fatto di difesa e furbizia, e non per questo meno affascinante, spettacolare o vincente di altri. Non si tratta di credere nei giovani o nei giocatori italiani ma semplicemente di metterli in condizione di fare il loro lavoro valutando i progressi (ovvero i miglioramenti rispetto al livello zero attuale) anzichè i sogni (le vittorie che tanto, comunque, al momento sono ridotte appunto a zero). Ricordandoci, infine, di tanto in tanto, che il risultato sportivo è una cosa, la vittoria un’altra. E non sono figli della stessa madre.

ps: da Calciopoli in poi il ranking delle italiane in Europa è sempre peggiorato. Ma si tratta sicuramente di un caso.

Chi ha vinto a Madrid?

Ha vinto l’Inter, e ha vinto il calcio tedesco, anche se ha perso il Bayern. Ecco perchè. Condivido.

E un po’ questo Moratti mi fa anche pena…

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