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Come si affronta la ripresa? Cambiando l’organizzazione aziendale

Interessantissima analisi questa mattina sul Giornale di Brescia in cui Gianfranco Tosini (ex direttore del Centro studi e settore economia dell’Associazione industriale bresciana) analizza i benefici portati dalla ripresa tedesca alle aziende bresciane. Tosini si spinge oltre individuando anche un passaggio chiave del successo tedesco sul mercato:

L’intuizione dei tedeschi è stata quella di identificare, in mercati sempre più complessi e articolati, l’organizzazione aziendale come il vero fattore critico di successo. Un modello che fa leva sui punti di forza dei singoli individui che vengono incastonati in processi aziendali molto complessi. Una buona organizzazione aziendale ha consentito la crescita di imprese efficienti, in grado di fabbricare buoni prodotti, apprezzati per qualità in tutto il mondo.

Non si spinge oltre, ma tra le righe si può leggere anche un consiglio-critica alle aziende bresciane ancora ancorate al modello dirigenzial-familiare dell’altro secolo. Soprattutto laddove Tosini “lega” i due modelli:

I rapporti commerciali di Brescia con la Germania datano da lungo tempo e si sono sempre di più intrecciati e rafforzati, tanto che si può dire che l’industria bresciana sia un’appendice di quella tedesca.

In altre parole: le aziende bresciane hanno goduto di un effetto traino, ma ora avrà bisogno di ripensarsi perchè da un certo punto in poi non basta il traino ma serve la capacità di correre al pari dei propri partner. Questa capacità passa da un ripensamento organizzativo delle realtà aziendali.

Arclinea a “Buonissimo”, occasioni di cultura in centro storico

Non mi hanno ancora convinto sul fatto che l’apertura di Buonissimo in centro storico (negli spazi dell’ex Oviesse in corso Mameli) a Brescia sarà un successo dal punto di vista commerciale. I prezzi, ma soprattutto le abitudini dei bresciani nel loro rapporto con il centro storico, restano i due interrogativi maggiori.

Ciò che tuttavia mi piace moltissimo è il tentativo di unire commercio e cultura in una ridefinizione più ampia della vivibilità degli spazi commerciali cittadini. Per questo trovo di grande interesse le lezioni di cucina di Arclinea che si terranno nello spazio inaugurato il mese scorso.

E’ una scelta che va nella direzione indicata da Fabrizio Valente di Kikilab (consulente ed esperto di retail) in una intervista che gli feci nel luglio 2010:

Non si deve più intendere il negozio come spazio di vendita, ma come punto di relazioni capace di catalizzare l’attenzione di potenziali clienti attraverso incontri, relazioni, spazi di incontro.

Credo che la sfida vada oltre i fatturati e sarà vinta il giorno in cui effettivamente questo nuovo store entrerà negli usi e costumi di una parte della città.

Business Angels e questioni di startup (anche a Brescia)

Di questi tempi sapere che esiste ancora chi ha voglia di mettere soldi in nuove aziende dovrebbe essere notizia da prima pagina.

Non da oggi, ma da almeno dieci anni, seguendo un modello che ha avuto successo nei primi anni ’80 in Gran Bretagna e Olanda, ma che affonda le sue radici nei finanziamenti teatrali a Brodway dell’800: quello dei «Business Angels».

Qui allegata la mia pagina su Bresciaoggi dedicata ai Business Angels bresciani

E’ uno dei segni di vitalità che ogni tanto arrivano ancora, e fa seguito alla startup night organizzata il 15 dicembre scorso da Wave.

Anno zero: crisi e fallimenti. L’altra faccia della ripresina.

Quella che in tanti si sono affrettati a chiamare “ripresina” a Brescia ha generato 313 fallimenti nell’arco del 2010. Aggiungiamoci pure (notizia sempre di ieri, da Bresciaoggi) che continuano a crescere gli sfratti ed avremo un quadro sufficientemente sconfortante.

Forse chi ha parlato anzitempo di ripresina non ha capito nulla, o era in malafede, oppure non ci ha detto tutta la verità, illudendo la gente con lo slogan beneaugurante della ripresa, che nella percezione comune è potere d’acquisto, occupazione, benessere diffuso, ma che nel linguaggio degli economisti si riduce a dato di fatto sui + e i – della produzione economica, che da solo tuttavia non garantisce nulla a nessuno.

Non sono tra quelli che considerano i fallimenti un male a priori, se non per le ricadute occupazionali sempre drammatiche. Ma nella sua declinazione italiana il fallimento vissuto come condanna imprenditoriale rischia ulteriormente di portarci all’immobilismo, alla sfiducia, all’incapacità di credere in nuove scommesse. Come il calciatore che dopo un grave infortunio non rientri psicologicamente in sè limitandosi a giocare tirando indietro il piede.

Il dato, 313 fallimenti, va contestualizzato. Si tratta del secondo più pesante negli ultimi 10 anni dopo i 329 del 2005. Non stupisce un po’ anche questo? Non era questa la peggior crisi vissuta dal nostro sistema? Non si era detto che così male non si era mai stati? Cosa si è tenuto nascosto del passato? Qualcosa che non torna: c’è stato un momento in cui numericamente le aziende bresciane “morivano” con più facilità. Non un momento lontano, ma talmente vicino da farci pensare che quel virus forse sia ancora alla base dei problemi odierni.

Parlando di radici della crisi nei giorni scorsi avevo fatto notare come Brescia

negli ultimi 8 anni ne ha avuti 6 in cui ha dovuto registrare un segno meno alla voce produzione

dati che confermano l’evidenza: la crisi che stiamo vivendo non è (non solo) quella di Lehmann Brothers del 16 settembre 2008 ma è (soprattutto) il profondo travaglio di un sistema produttivo che fatica a stare sul mercato, che ha resistito corrodendo i margini, che è arrivato al collasso dei fatturati evidenziato dai bilanci 2009, che nonostante l’inversione di tendenza del 2010 deve affrontare problemi di equilibrio aziendale assai diffusi.

Tutto quello che si è detto, a proposito di banche e finanza in primis, è solo un approdo, forse un peggiorativo, ma non una causa scatenante. Sta al termine di un percorso, non alla sua radice. Attribuire al sistema del credito tutte le colpe è come dire che un malato è morto perchè si è staccata la spina senza chiedersi perchè era malato.

Farlo invece incolpando la politica significa ignorare un intero ciclo economico-politico inaugurato nei primi anni ’90 in cui la figura centrale e più mitizzata è stata quella dell’imprenditore, che a gran voce ha chiesto di essere protagonista tout court della vita sociale del Paese (al punto da svilire il ruolo del lavoro dipendente progressivamente precarizzato) e per lunghi tratti è stato figura di riferimento nelle scelte del Paese.

So bene che una differenza sta in “chi” falliva nel 2005 (aziende più piccole) e chi invece è crollato negli ultimi anni (anche grandi realtà), in uno scenario in cui la Cassa integrazione massiccia (altro nodo che verrà al pettine) ha dato un altro elemento di inquietudine economica ed occupazionale. E nel conto entrano pure le grandi realtà (a Brescia il caso emblematico per dimensione e reazione sindacale è quello di Ideal Standard) che semplicemente hanno gettato la spugna scegliendo vie diverse. Al di là dei numeri puri lo scenario circostante dice che i 313 fallimenti 2010 pesano di più dei 329 del 2005, ma ciò non toglie che i numeri ci sono e quindi gli allarmi hanno suonato tardi (ed ancora forse non si è capito nemmeno dove sia scoppiato l’incendio).

L’Associazione industriale bresciana sostiene che ai livelli pre crisi torneremo solo nel 2019. Ora al di là di possibili critiche su cosa sia pre-crisi e sul valore dei dati congiunturali nella fase 2002-2005 e 2005-2008, a cui ho accennato nelle righe sopra, il dato (in sè puramente statistico) serve non tanto a porre un obiettivo a 10 anni, ma esclusivamente per una riflessione sull’oggi: se infatti nel lungo periodo saremo tutti morti (Keynes), l’unico imperativo per le aziende è quello di intervenire subito, puntando prioritariamente ad un nuovo equilibrio: attraverso prodotti capaci di stare sul mercato, non attraverso una svendita alla cinese che mortifica i margini più che i ricavi e quindi le aziende stesse. Un obiettivo strategico non più rimandabile.

E’ finito il tempo del fatturato come indice prioritario, finito il tempo della corrosione dei margini e pure quello della concorrenza sul prezzo di cui (in tempi di lira cartastraccia svalutata e svalutabile) siamo stati i primi veri maestri (prima dei cinesi che da bravi allievi ci hanno superato). Finito anche il tempo della sovrapproduzione che inflaziona e svaluta il prodotto stesso.

In tempi di latitanza politica e di totale assenza di politiche industriali nazionali, l’equilibrio (anche a crescita zero) sarebbe già un gran risultato minimo.

Wikileaks, una lezione per le aziende

Wikileaks sta facendo tremare il mondo, ma ciò che accade può stimolare anche una seria riflessione sulla sicurezza informatica. Pare infatti che i dati che vengono pubblicati dal sito siano stati facilmente trafugati da un impiegato infedele, che li avrebbe salvati su semplici CdRom.

Riprendo volentieri una mail che mi è arrivata oggi in redazione dall’agenzia “L’ippogrifo”, sia perchè trovo che il loro appello sia interessante, sia perchè mi piace molto questo modo di una agenzia di comunicazione di inserirsi nell’attualità delle notizie per suggerire soluzioni e servizi alle aziende. Un modo assai maturo, intelligente, suggestivo e produttivo – che consigliai anche nel mio ultimo seminario in Officina strategia – di fare comunicare le aziende con i media tradizionali.

Wikileaks dimostra cosa può succedere per un impiegato “infedele”. Il 97% delle aziende è certa che i dipendenti non salvino dati “sensibili”, ma…

“ E’ la dimostrazione di una delle tesi che da sempre sosteniamo: la vera “falla” della sicurezza informatica , prima ancora che i sistemi, è la persona, il dipendente, che volontariamente o meno apre la porta ai
pirati. Oppure che, come in questo caso, deliberatamente li copia per farne un uso improprio. – ha dichiarato Mirko Gatto, dell’Osservatorio Nazionale per la Sicurezza Informatica – Da un sondaggio da noi fatto realizzare appositamente, emerge che il 97% del campione è certo che i dipendenti non salvino i dati dell’azienda senza
autorizzazione. Ma i dati dimostrano invece che si tratta di un fenomeno ben più diffuso: il 5% delle aziende che sono state colpite da attacchi informatici hanno scoperto che il danno deriva o da un uso fraudolento dei
dati da parte di dipendenti o collaboratori o da disattenzione “colposa”.

Addirittura il 100% delle aziende che non hanno nessun sistema di prevenzione del fenomeno del download non autorizzato dichiara che non se ne preoccupa perché “ha fiducia nei dipendenti.

“ La fiducia è una bella cosa, indispensabile in una azienda. Ma se i dipendenti o i collaboratori sono numerosi, ecco che affidarsi solo all’onestà ed alla buona fede non è sufficiente. Se poi in questo periodo di crisi il dipendente tema un licenziamento, oppure ha motivi di risentimento verso l’azienda a causa di ritardi di pagamento o per ricorsi a cassa integrazione…”

Il 17% delle aziende colpite dichiara che il danno è stato elevato.

“ Se persino il Governo degli Stati Uniti è stato colpito immaginiamo cosa potrebbe succedere ad una azienda, in particolare se fossero piratati dati sulla ricerca e l’innovazione, sulle strategie aziendali o il settore commerciale, con i dati dei clienti attuali, di quelli passati e di quelli potenziali. – ha continuato Gatto – Si tratta di costruire una cultura imprenditoriale di maggiore consapevolezza. Pensare per tempo a sistemi di sicurezza che permettano di evitare download non autorizzati costa poco e permette di evitare danni che potrebbero essere notevoli. Dovrebbero pensarci anche dalle parti di Washington..”.

Green economy? A Brescia per ora solo parole

La green economy a Brescia rimane sulla carta e nelle dichiarazioni altisonanti di quelli che benpensano. Lo dicono le elaborazioni della Camera di Commercio di Milano. Nell’ultimo anno è aumentato del 9,8% rispetto all’anno precedente il numero di imprese lombarde con certificazione ambientale ISO 14001. Gli aumenti maggiori si registrano a Mantova (+25,8%) e a Monza (+19,4%).

Brescia è in ritardo: nell’ultimo anno da 231 certificazioni a 246, ovvero un incremento misero, del 6,5%, inferiore sia al dato regionale che a quello nazionale (+15,5%). Peggio, in Lombardia, hanno fatto solo Como, Sondrio e Pavia. Un vero peccato. Una “occasione persa” (per ora) si potrebbe dire pensando alle necessità di rinnovamento, trasparenza, garanzie, che la crisi sta facendo emergere.

In totale sono 1.908 le imprese in Lombardia con certificazione ambientale, il 14,4% del totale italiano che ammonta a 13.222 attività certificate. La maggior parte (751, 39,4% del totale lombardo) si trova a Milano e provincia, a seguire Brescia (246, 12,9% – un dato questo che fa crescere ancora di più il rammarico per una svolta “verde” che tarda ad arrivare) e Bergamo (230, 12,1%).

La crisi infinita, la politica lontana e il pressing improduttivo delle lobby

L’ultima analisi congiunturale dell’Associazione industriale bresciana (Confindustria) dice che avanti di questo passo recupereremo il -25% di produzione che la crisi ci ha portato via solo nel 2019. Lo scorso anno si parlava del 2013. A voler tradurre il dato economico in un auspicio politico si può semplicemente aggiungere che al momento per le aziende non sembrano esserci le condizioni operative necessarie per un rapido ritorno al passato.

A voler invece essere un pochino critico nei confronti delle aziende e dei loro organismi di rappresentanza, a cui viene dato un ruolo di pressione nei confronti della politica che nel maggio 2009 – in occasione del cambio alla presidenza degli industriali bresciani – fotografai così: È l’Italia del 2009, che conosce i suoi problemi ma non sa come venirne fuori, che da una parte soffre l’immobilità della politica e dall’altra il pressing improduttivo delle lobby.

In altre parole: politica improduttiva, ma allo stesso momento lobby che non hanno più quel peso specifico decisivo per indirizzare le scelte e renderle operative e realmente influenti nel tessuto socioeconomico del Paese.

Le imprese bresciane e l’aeroporto bresciano (punti di vista)

In passato (qui) avevo affrontato il tema dell’aeroporto di Montichiari parlando di “campanili che parlano di globalizzazione”.

Nei giorni scorsi ho visitato la Air Sea Service, azienda che lavora nel settore dei trasporto (tra le specializzazioni più interessanti, le armi e l’arte, ma anche le autovetture, in particolare quelle d’epoca).

Nel mio pezzo odierno sull’azienda ho potuto parlare di aeroporto dal punto di vista di chi l’aeroporto lo dovrebbe far funzionare, ovvero i trasportatori. Può sembrare una banalità ma fin qui di aeroporto hanno parlato più i politici (sia quelli delle istituzioni che quelli delle associazioni di categoria) che gli imprenditori.

Francesco Mangiarini spiega perchè in questo momento un aeroporto a gestione bresciana non avrebbe vita facile. «La mentalità bresciana – spiega Mangiarini – prevede spesso la vendita franco fabbrica: in altre parole si tratta di consegnare la merce al cliente sulla porta del magazzino lasciando perdere il trasporto». La sfida futura è quella di appropriarsi della maggior parte possibile del valore collegato alla propria vendita. Un aspetto nel quale il trasporto gioca un ruolo centrale. Quella di Mangiarini – che è anche consigliere del multisettore Aib – sembra essere una risposta possibile al presidente del gruppo giovani Francesco Uberto che
nei giorni scorsi ha indicato tra le sfide del futuro la capacità «di intercettare la maggior parte del valore non sono più unicamente quelle della trasformazione, ma anche quelle dell’ideazione e della commercializzazione» da parte delle filiere divenute globali. E la sfida va oltre: «quando le aziende bresciane – continua Mangiarini – avranno in mano un aspetto commerciale cruciale come il trasporto, avrà più valore la richiesta di un aeroporto locale».

Il problema, insomma, non è essere favorevoli o contrari, ma creare un sottobosco di utenti interessati (che al momento – stando a quanto dice l’amministratore delegato di Air Sea Service – non c’è). Personalmente, infine, resto convinto che al mondo dell’impresa interessi più il corretto ed efficiente funzionamento dell’infrastruttura che la bandierina provinciale che sventola all’esterno. E che il sistema aeroportuale del Nord Italia (scusate la ripetitività) ha solo bisogno di più mercato e meno politica.

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