Archivi Categorie: web

Il futuro alle spalle (4). Sorpresa! Mamma Rai regina dei social

Devo ammettere che mi ha stupito assai leggere la notizia diffusa da Blogmeter il 13 gennaio scorso, secondo cui “La Rai è l’editore più citato su Twitter con quattro programmi presenti in classifica”.

In altre parole, se è vero che Masterchef (Sky) e Servizio Pubblico (La7) si aggiudicano primo e terzo posto in classifica, insieme a C’è posta per te (Canale5) che sale sul podio al secondo posto, l’editore più forte rimane anche quello che nell’immaginario collettivo è più vecchio di tutti.

Va ricordato che le metriche considerate da Blogmeter nell’elaborazione della Top Social TV Programs sono il numero di tweet (che citano la trasmissione, gli hashtag e l’account ufficiali), gli autori unici, le unique impressions (somma dei follower degli autori unici che hanno menzionato il profilo) rilevate attraverso l’utilizzo della nuova piattaforma proprietaria socialTVmeter. Oltre alla classifica settimanale, è possibile conoscere quotidianamente, seguendo l’account @Blogmeter, il programma più discusso su Twitter nella serata precedente.

Mamma Rai non sale sul podio, come si è già potuto notare, ma si distingue per la quantità di prodotti di successo: in particolare due programmi di approfondimento di RaiTre, “Presa Diretta”, (quarto posto con 10.100 tweet, 3.200 autori unici, 5,5 milioni di unique impressions) e “Ballarò” (quinto posto: 8.000 tweet, 3.400 autori unici, 3,5 milioni di unique impressions). Gli altri due programmi di punta sono “Che tempo che fa” su RaiTre con 5.100 tweet, spediti da 2.400 autori unici, per complessivi 2,8 milioni di u.i. (ottavo) e “Chi L’ha visto” di RaiTre che genera 3.300 tweet, provenienti da 603 autori unici, per complessivi 517.600 u.i.

Per quanto riguarda la performance dei singoli editori, la piattaforma satellitare Sky conquista la prima posizione del rating con “Masterchef”, ma è la Rai a svettare con ben quattro trasmissioni di RaiTre presenti, seguita da Mediaset con tre e da La7 e Discovery con una a testa.

Una sfida interessante in cui sinceramente è difficile dare una lettura univoca. Quel che è evidente al di là di facili sociologie è che il “sistema” Rai sembra ancora funzionare ed avere un futuro, mentre i concorrenti riescono a far breccia con la novità dei format.

Flower news

mandela

Pare che la notizia della morte di Nelson Mandela sia stata data prima di qualsiasi altra fonte sul web da un negozio di fiori.

Mi piacerebbe tornare al 1996 per convincere mia mamma a non vendere il suo, di negozio di fiori. Forse oggi sarei un giornalista con qualche certezza in più.

Il futuro alle spalle (3). Nonni insospettabili

La demografia del web è un aspetto importante se si vogliono capire le strategie digitali da mettere in atto a tutti i livelli.

Su Twitter, ad esempio, la fascia d’età a maggior crescita è quella tra i 55 e i 64 anni.

In molti stanno riflettendo sul fatto che è una strategia utile pensare che le persone anziane e meno alfabetizzate siano disponibili a sostenere la carta a tutti i costi.

I dati sono avvalorati (per qualcuno, soprendentemente) se si guarda al più immediato fenomeno di business del web: l’e-commerce. Basta leggere i numeri dello studio elaborato dall’Osservatorio sull’e-commerce Ipsos-Webloyalty, condotto su 1500 consumatori online nel nostro Paese.

Vediamo ad esempio fasce d’età che più ricorrono all’e-commerce, effettuando un elevato numero di acquisti. Se, come è lecito attendersi, i più attivi sono nella fascia 25 – 34 anni (80,1% di grossi acquirenti), seguiti a brevissima distanza dai giovani tra i 18 e i 24 (79,6% nella stessa categoria), bisogna sottolineare come ben il 68,4% degli ultrasessantacinquenni sia annoverabile tra gli “heavy buyer”, superando i 55-65enni (68,4%), posizionandosi in tal modo immediatamente alle spalle della fascia 45-54 anni (73,4%) e non lontano da quella 35-44 anni (in cui il 76,6% è composto da “grossi acquirenti”).

Stiamo insomma entrando nell’era del nonno multimediale.

Forse, insospettabilmente, prima di rendercene conto.

Il futuro alle spalle (1). Gli investimenti Usa nel giornalismo

Jeff Bezos ha comprato il Washington post. Il fondatore di ebay ha investito 250 milioni di dollari per un sito di inchieste. La vedova Jobs, Laurene Powell, ha investito nella Ozy Media, una startup giornalistica. Chris Huges ha investito i soldi guadagnati con facebook per acquistare il New Republic e sostenere l’aggregatore di contenuti di qualità Upworthy. Questi avvenimenti degli ultimi mesi sono stati ripresi da La Repubblica attraverso la traduzione di un pezzo di David Carr del New York Times. Il titolone delle tre pagine, accompagnate da un approfondimento di Federico Rampini era: “La rivincita della stampa”. Ma già l’occhiello correggeva il tiro: “così i big della Silicon Valley cambierano le news”. Le news. Più generico che “la stampa”. Il contenuto, non il medium.

stampa

Con questo argomento, idealmente, tre anni dopo, riannodo i fili del mio intervento al Pane web e salame del giugno 2011. In quell’occasione parlando di blog, giornalismo e tecnologia, di stampa tradizionale, social network e nuove iniziative editoriali online dissi: “Per fare giornalismo serve più testa che testata”. Insomma: giornalisti professionalmente preparati prima di tutto. Mi pare che, al di là degli entusiasmi di chi sostiene a priori la stampa come unico media in grado di coniugare credibilità, qualità e redditività del giornalismo, i fatti confermino quell’impressione che va in tutt’altra direzione.

C’è stato un flusso di investimenti interessante verso i giornali americani con una storia ed un valore di mercato ancora spendibile. Ma è altresì vero che il filo conduttore di questi investimenti non è la ricerca di redditività degli old media. Il minimo comune denominatore è un altro: la ricerca di giornalisti capaci di applicare la storica rettitudine deontologica che i loro giornali esprimevano alle nuove sfide dell’informazione. Non un ritorno, ma una focalizzazione: il valore non sta nelle testate (per lo meno, non solo), e tantomeno nel nuovo mezzo tecnologico (ricco di disinformazione, in verità), ma nelle capacità degli interpreti e nei loro contenuti.
Il fenomeno è tutto americano. Dopo aver passato anni a distruggere (per riflesso, non per volontà) il sistema degli old media, gli uomini della silicon valley sembrano concentrarsi sulla rifondazione giornalistica del loro paese. Alla base c’è l’idea che la democrazia abbia bisogno di un sistema giornalistico libero e maturo.
Succederà anche in Italia? Il dubbio mi assale quando penso che noi non abbiamo gente che negli ultimi anni ha accumulato risorse ora investibili-spendibili (e, se li avessimo, non sarebbero incentivati a investire i propri guadagni in nuove imprese), e soprattutto non abbiamo un sistema dell’informazione che si focalizza sul contenuto prima che sul media. Quando i nostri giornali andarono in crisi negli anni ‘90 inventarono i “panini” (due giornali al prezzo di uno) e gli allegati (videocassette, poi dvd, i mitici album Panini). Insomma: venditori di carta, non di notizie. Dovremo imparare, anche in questo, a fare il contrario. Produrre contenuti di qualità prima di tutto. Valorizzare le teste, anche nel giornalismo, per liberare anche da noi le sue grandi potenzialità.

#Giornali e #socialnetwork. Il futuro che vedo. – #Italia #Usa #giornalismo #sn

Granieri evidenzia due dati che emergono dal rapporto sullo stato dell’informazione americana (che – non c’è bisogno di dirlo – in qualche misura anticipa le tendenze anche sull’Italia):

Un numero crescente di addetti ai lavori predice che entro 5 anni molti giornali offriranno una versione di carta solo la domenica».

Ma a dominare le headline che accompagnano l’uscita del rapporto è -soprattutto- la crescente importanza dei social media nel ciclo delle news.su Bookcafe: La sopravvivenza dei giornali.

Se il primo aspetto mi sembra piuttosto visionario e fondamentalmente immotivato (perché tenere il cartaceo se il business diventa altro?). Il secondo è decisamente più attuale e verificabile.

Il passaggio chiave secondo me sta in una nuova consapevolezza.

Il punto è che i social network hanno ormai attivato una enorme conversazione in cui le testate tradizionali perdono il monopolio precedente in cui erano loro a dettare tempi, trend e agenda delle stesse conversazioni. Spesso in maniera dispotica perché arbitraria rispetto agli indici di ascolto o di gradimento reali (in Italia ancora oggi paghiamo un forte gap tra le scelte dell’emittente e la misurazione reale ed affidabile dell’audience al seguito).

Ma la perdita del monopolio non è ancora perdita di autorevolezza. Questa al contrario può essere confermata ed addirittura aumentata nella misura in cui i media tradizionali (ovvero quelli nati prima della rete) sapranno inserendosi nella conversazione allargata con le proprie peculiarità deontologiche e professionali che in termini di autorevolezza non possono che rappresentare un valore.

#Twitter non ucciderà il #giornalismo, ma l’#Auditel stia in guardia

Sono convinto da tempo che twitter, lungi dall’essere considerato una fonte primaria, sia una risorsa e non un limite per il giornalismo. E che peraltro configurandosi come “agenzia di citizen journalism” porti in sé una carica creativa solo marginalmente pericolosa per il giornalismo. Lo dice bene oggi Giuseppe Granieri nel suo blog.

Twitter sta diventando trasversale a tutti i settori dell’industria culturale… [cut]c’è molto da riflettere su come si può utilizzare l’«ascolto sociale» per capire come funziona davvero la televisione. Soprattutto in una modernità che ha invecchiato di colpo l’Auditel, già sistema discutibile prima.

via Il crocevia di tutti i media, dal blog di Giuseppe Granieri

Un ministro per internet. Ma stiamo scherzando? – #innovazione #rimontiamo #monti #montifacts @massimosideri

Ho appena letto il pezzo di Massimo Sideri sul Corriere della sera.

Beh, se voleva far discutere ci è riuscito. Se voleva sollevare sdegno anche. Cercherò di contenere il DISSENSO TOTALE provando a manifestarlo nel modo più diplomatico che conosco.

Sideri chiede di istituire un ministero per Internet.

E afferma:

Il web è ormai il 2% del nostro Pil. È ora di un ministro di Internet? Un’industria con tassi di crescita del 18% annuo. Serve qualcuno che sappia dialogare con il mondo delle start up

E dunque è probabile che nella prossima legislatura avvenga il sorpasso: più Internet, meno cabernet, rielaborando un vecchio e famoso graffito popolare.

Ogni lunedì su Twitter faremo il punto. Vediamo quanto ci vorrà per avere un dicastero che capisca cos’è un mouse.

Una proposta del genere mi pare totalmente scollegata dalla realtà, figlia di una cultura retrograda, superata, dirigista (ma purtroppo non minoritaria nel Paese) in ossequio al peggior burocratismo possibile.

Dobbiamo trovare qualcuno che dialoghi col mondo delle startup? Tutti i ministri devono farlo perchè ogni startup può dare a loro (non alla rete) un valore aggiunto. La rete esiste ed esisterà a prescindere, è il Paese a giovarsi della sua presenza.

Lo dico chiaramente. Se il futuro sarà “più Internet, meno cabernet” (che è un bello slogan ma la sua validità non va al di là dell’assonanza) avremo fallito. Perchè se ci sarà più Internet fatto in modo intelligente ci sarà anche più cabernet! Ignorare questo è ignorare l’essenza stessa della rete.

Credo che si commettano 3 ERRORI DI FONDO, che vanno al di là della critica, fondatissima e di stampo antipolitico, che in molti in rete stanno già facendo, ovvero: “Un ministero bloccherebbe l’unica cosa che funziona”.

1. IL WEB E’ SERVIZIO.
Pensare a Internet come ad uno strumento fine a se stesso, scollegato da tutti gli altri settori fa parte di quella cultura uccisa dalla prima bolla speculativa, quando banalizzando si pensava che il web sarebbe stato il veicolo di un mercato pubblicitario infinito fatto di connettività.

Il web è terziario avanzato, è un acceleratore di business per tutti i business che noi abbiamo conosciuto finora.

Sta nella realtà, per questo non ho mai amato la distinzione tra internet e mondo reale, ed è alla realtà che dà un contributo, non a un suo mondo astratto.

Internet è un mezzo non un fine, ed è capace di veicolare informazione su campi dove l’Italia può davvero essere un riferimento mondiale.

2. IL WEB E’ LIBERTA’.
La rete per sua stessa natura sarà sempre un passo avanti a tutte le leggi e le programmazioni nazionali ed internazionali. Perchè è esperienza diretta e immediata. Per quanto si voglia pensare ad una strategia il web sarà sempre un passo avanti:
- gli hacker nascono dirottatori e finiscono a fare sicurezza per le aziende
- il web come strumento di scambio e apprendimento arriva molto prima di ogni altro media di massa (e potenzialmente questa influenza sarà infinitamente crescente), è un media immediato: questa la sua grandezza
- internet per sua natura è anarchico, e quindi ha bisogno di ottimi tecnici e di conoscenza, i politici vengono molto dopo (il più tardi possibile)
- la rete è un luogo senza spazi e senza tempi che gioca d’anticipo
- la rete non innova perchè è innovazione in sè! (lo ha capito bene Zuckerberg, criticato quando rinnovava Facebook radicalmente e quindi passato ad un work in progress costante in grado di mutarti l’interfaccia quotidianamente senza che tu te ne accorga)

3. IL WEB E’ TUTTO.
Sarebbe assurdo avere ministro di Internet, perchè questo sarebbe il ministro di tutto. L’ultimo governo Berlusconi aveva 24 ministri, e tutti, se avessero avuto un minimo di collegamento con la realtà, con il Paese che cresce e non con quello parassitario che tira a campare, oggi dovrebbero essere dei guru del web!

Mi chiedo, davvero non capiamo perchè Internet doveva stare al centro dei pensieri del ministro per la “Pubblica amministrazione e l’Innovazione” (!!!), delle “Pari opportunità”, dei “Rapporti con il Parlamento”, della “Semplificazione Normativa”, della “Sussidiarietà e il decentramento”, e ancora “Economia e Finanze”, “Sviluppo Economico”, “Politiche Agricole, Alimentari e Forestali”, “Infrastrutture e Trasporti” (!!! la banda larga !!!), “Lavoro e Politiche sociali” (!!!), “Salute”, “Istruzione Università e Ricerca” (!!!). E sono solo i primi in cui trovo un collegamento diretto per quella che è la mia conoscenza limitata del web!

Trattare Internet come un ambito della politica significa non capire che Internet è la politica nella sua essenza! Perchè è opinione, necessità di comunicazione, capacità di stare sui contenuti, concretezza quotidiana, innovazione, nuova strumentazione, decostruzione e ricostruzione di vecchie metodologie su basi più efficienti e dinamiche.

Davvero, quando leggo certe cose mi sembra di sognare. Siamo davvero così indietro da pensare che un ministro per il web abbia minimamente senso?

La web economy tra curiosità e resistenze – #summitbs

Il Summit 2011 di Aib ha confermato in pieno il momento culturale che le aziende (bresciane, ma mi verrebbe da dire italiane tout court) stanno affrontando. Cito un commento arrivato ieri al mio precedente post sul tema.

Tutti ormai vedono di buon occhio computer, internet, palmari, posta elettronica. Hanno capito che l’informatica aiuta ma si ostinano ad utilizzarla per velocizzare in alcuni passaggi i workflow radicati da 30 anni. Usano i pc come comode macchine da scrivere che non necessitano di carta carbone. Usano internet come una volta si usavano le pagine gialle e google maps nello stesso modo in cui usavano Tuttocittà. Excel come i quaderni registro. Stampano quantità inimmaginabili di documenti per spedirli via fax e buttarli nel cestino un minuto dopo.

Alla tavola rotonda che ha chiuso la lunga giornata di Summit 2011 è emerso proprio questo atteggiamento. Soprattutto il passaggio che ho evidenziato in neretto. Su Bresciaoggi ho sottolineato:

una volta ottimizzati i processi e i prodotti resta poco da fare. La managerialità, l’amministrazione, il valore aggiunto in termini di servizio ai clienti, non sono ancora percepiti come ambiti ottimizzabili.

e ieri sera un amico imprenditore a proposito dell’affermazione sentita ieri da un suo collega durante la tavola rotonda, che sostiene: “non ho fatto una analisi approfondita ma le aperture del cloud computing non fanno per noi”, in un rapido scambio di sms mi ha fatto notare: “Vedi, il problema non è che non li usano, è che non sanno cosa sono”.

Nulla di nuovo sotto il cielo quindi? Tutt’altro.
Ho colto con un sentimento estremamente positivo la partecipazione (almeno 150 aziende su 250 presenti totali) al convegno di ieri in Aib. Ultimamente non avevo mai registrato questo tipo di numeri. Ed infatti per me la notizia è questa: manca la cultura, è vero, ma l’interesse c’è. In altre parole: esiste un mercato potenziale da alfabetizzare.

L’evento Aib si è accodato ai numerosi visti a Brescia in questi ultimi mesi: quelli degli sviluppatori del gruppo Webdebs.org, il barcamp estivo Pane web e Salame di Uncle Pear e Viral Farm e il recente startup weekend. Il compito ora è quello di riuscire a far dialogare questi due mondi, magari già a partire dall’Imw (uno storico appuntamento bresciano sui temi dell’innovazione che dopo felici esordi è stato progressivamente lasciato sfumare) che il Gruppo Giovani proverà a rilanciare nella primavera prossima.

Cosa manca oggi?
A mio modo di vedere una progettualità logica che capisca quali sono i passaggi chiave che devono affrontare le aziende per compiere la loro evoluzione verso gli strumenti del web 2.0.
Un percorso che secondo me è in tre step principali:
1. LA SCOPERTA (attualmente in atto e testimoniata a Brescia e provincia dalla presenza di ben 32 agency solo web) scoprire la comunicazione verso l’esterno e l’importanza del marketing attraverso internet e i social media.
2. IL SALTO CULTURALE (il prossimo passaggio) capire che il web 2.0 ha letteralmente inventato alcuni strumenti che possono servire non tanto nei processi produttivi quanto in tutto il flusso di lavoro aziendale, a partire da una managerialità rinnovata nel metodo operativo
3. LA SVOLTA CREATIVA (la visione futuristica) la nascita attraverso l’esperienza di nuove aziende basate sulle applicazioni utilizzate e condivise nella vita aziendale, le tanto mitizzate startup, che se focalizzate agli strumenti della quotidianità aziendale potrebbero avere (in una terra di imprenditorialità radicata come la nostra) un futuro roseo.

Intanto non è possibile tacere l’anomalia di richieste di fondi e sostegno alle aziende innovative che purtroppo si scontrano con una realtà in cui i fondi ci sarebbero anche ma sono (per le più svariate ragioni) largamente inutilizzati.

Infine, se siete arrivati fin qui e volete ulteriormente approfondire, potete trovare la cronaca dettagliata del Summit 2011 nelle due pagine che Bresciaoggi dedica all’articolo qui e qui

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.