Archivi Categorie: Economia

Ce lo chiede l’Europa – #imprese #pubblicaamministrazione #economia

Dopo aver sentito per mesi che dobbiamo sacrificarci perché “ce lo chiede l’Europa” è lecito attendersi altrettanta solerzia riguardo alla nuova normativa sui tempi di pagamento della pubblica amministrazione alle imprese.

La direttiva 2011/7/EU dell’Unione Europea infatti è in via di recepimento (esiste già un disegno di legge), e prevede, dal 2013, che i pagamenti della Pubblica Amministrazione debbano essere effettuati entro 30 giorni dal ricevimento della fattura. In casi particolari si potrà arrivare al massimo a 60 giorni.

da banknoise.com

La #crescita è un bene solo se sostenibile. Io sto con Kim – #crisi #economia

Qualche giorno fa, il Presidente USA Barack Obama ha annunciato il supporto degli USA alla candidatura di Jim Yong Kim alla presidenza della Banca Mondiale.

Nel giro di poche ore però questa candidatura è finita sotto il fuoco incrociato di commentatori economici e di numerosi politici americani. Lo “scheletro nell’armadio” che si rinfaccia a Kim è un libro del 2000 di cui è co-autore, intitolato “Dying for Growth” (Morire per la crescita). La tesi del libro è, si può dire, blasfema per molti politici americani: infatti mette in dubbio il fatto che la crescita a tutti i costi sia un bene.

da Banknoise.

Il punto è che la crescita è un bene solo quando è sostenibile. E sarà bene accorgercene in fretta ed agire di conseguenza.

Ma l’Articolo 18 serve ai lavoratori o ai sindacati? | Banche, Risparmio, Investimenti e Trading

In estrema sintesi:

in caso di licenziamento non per giusta causa, l’impresa non sarebbe più tenuta al reintegro del lavoratore, ma questi potrebbe venire risarcito “solo” economicamente.

viaDa Banche, Risparmio, Investimenti e Trading.

Prove di pace in #Confindustria, l’Aib di #Brescia tra i mediatori

Ci sarebbe anche il presidente dell’Aib di Brescia, Giancarlo Dallera (nella foto), tra i protagonisti della pax politica che Confindustria sta tentando di raggiungere in vista della elezione del nuovo presidente. Dallera è stato indicato nei giorni scorsi da La Stampa come componente del gruppo di sostenitori di Alberto Bombassei composto da Gianfranco Carbonato di Torino, Carlo Mazzoleni di Bergamo, Pietro Ferrari di Modena, Gianni Brugnoli di Varese, Andrea Tomat del Veneto e Gianfelice Rocca.

Questo gruppo chiede che si arrivi, chiunque vinca, a una profonda riforma di Confindustria, basata su una diversa governance più vicina alla base, con pochi autorevoli vicepresidenti e un meccanismo elettorale che eliminando gli attuali bizantinismi accorci la catena fra associati e vertici, con un taglio netto a certi «professionisti dell’associazionismo». A questo punto servirebbe un «pontiere». Potrebbe essere Rocca, stimato e considerato da entrambi gli schieramenti.

da Squinzi-Bombassei, prove di pace per Confindustria- LASTAMPA.it.

Per Brescia – storicamente protagonista delle nomine presidenziali, sin dai tempi in cui in via Cefalonia maturò la candidatura di Luca Cordero di Montezemolo – in gioco c’è una doppia posta in palio. Da una parte la vicenda romana, con ambizioni legate alla vicepresidenza (in questo momento il past president Aldo Bonomi è vice di Emma Marcegaglia con delega al territorio), dall’altra la ricerca di una unità territoriale che guarda anche al rinnovo del vertice bresciano nel 2014, considerando che nessuno dei tre presidenti bresciani di associazioni di settore, ovvero Giuseppe Pasini (Federacciai), Enrico Frigerio (Assofond) e Sandro Bonomi (Anima) ha espresso una posizione allineata alla scelta dell’Aib di schierarsi con Bombassei.

Una novità, questa, che non si è mai verificata nella storia ultracentenaria dell’associazione, a prescindere dal fatto che non è mai esistito alcun vincolo territoriale nel sostegno ad un determinato candidato.

Un blog “di classe”. Alcune risposte agli studenti dell’Istituto Lunardi

Pubblico – scusandomi con gli interessati – con qualche giorno di ritardo, le risposte ad alcune domande che gli studenti dell’Istituto Lunardi mi hanno posto in preparazione all’incontro di venerdì in cui parleremo del sistema economico bresciano.

1. Qual è la tradizione delle esportazioni di Brescia? Negli ultimi anni queste esportazioni sono diminuite?

I settori bresciani tipicamente vocati all’export sono principalmente quello della subfornitura (ovvero, componentistica elettronica, meccanica ecc. che poi altre aziende utilizzano per produrre svariati prodotti); meccanica; agroalimentare (vino in primis); armi sportive (da caccia, tiro a segno ecc); chimica e altri ancora. In generale possiamo dire che l’export riflette le specificità del made in Brescia.

La crisi del 2009 ha impattato sulle esportazioni ma stiamo assistendo ad un recupero, sebbene nel terzo trimestre 2011 ci sia stato un forte rallentamento a causa del deterioramento delle prospettive di crescita a livello mondiale. L’export rimane comunque il principale driver della crescita delle nostre imprese, dato che il mercato nazionale è depresso sia da un punto di vista di consumi che di investimenti.

2. Negli ultimi anni vi sono state delle delocalizzazioni delle imprese bresciane? Perché? Dove?

*L’avvertenza preliminare è questa: solitamente si parla di “delocalizzazioni” quando ad una apertura di un sito produttivo all’estero corrisponde una chiusura nel Paese d’origine. Se questo non si verifica è più corretto parlare di “internazionalizzazione” dell’impresa (che taluni chiamano anche “delocalizzazione orizzontale” in contrapposizione alla delocalizzazione produttiva che è “verticale”, che può andare all’estero – ad esempio – per trovare nuovi mercati (e quindi vendere di più fuori dal Paese d’origine ma riportando benefici in termini lavorativi nella propria sede). Si tratta di una giusta premessa anche perché il termine delocalizzazione viene utilizzato spesso con accezione negativa. Nel primo caso il risultato è un calo della occupazione nel Paese originario, nel
secondo non vi è perdita di posti di lavoro.

Le delocalizzazioni sono avvenute in misura maggiore presso paesi dell’est europa (Romania, Polonia ecc) e del Nord Africa (Tunisia). Meno frequenti quelle verso paesi lontani, come la Cina. Il motivo prevalente è dettato dalla ricerca di manodopera a basso costo, al fine di contenere i costi
di produzione.

3. Quali rischi comporta la delocalizzazione? Capita mai che alcune imprese decidono di ritornare nel luogo dove operavano precedentemente?

Il rischio tipico legato alla delocalizzazione consiste nel non trovare, nel nuovo luogo di produzione, le competenze e la manodopera specializzata che si aveva a disposizione nel luogo di origine. Questo a volte può causare dei ripensamenti, ma accade raramente.

4. Nelle ragioni della delocalizzazione rientra il mercato interno oppure le imprese decidono di delocalizzarsi solamente per produrre ed esportare altrove?

Il mercato interno può essere uno dei fattori di scelta, nel momento risulta caratterizzato da troppi vincoli burocratici ed alti costi. Va comunque considerato che spesso una impresa è “costretta” a delocalizzare anche solo per seguire un cliente. Ad esempio la Fiat, nel momento in cui ha
delocalizzato la produzione di determinati veicoli all’estero, ha “imposto” ai propri fornitori di attivare a loro volta delle subsidiary di produzione presso i nuovi mercati, al fine di avere continuità e vicinanza di approvigionamento. La scelta della strategia comunque dipende da settore
e Paese destinatario, ed ogni azienda ha una storia a sè (difficile anche semplificare per settore merceologico).

5. Quali settori economici sono in crisi? Perché?

Da un punto di vista nominale sicuramente va citato il Sistema Moda che soffre di una crisi endemica iniziata negli anni ‘90 e protrattasi oltre. Altri comparti soffrono di specializzazione prodotto-settore sbagliata o di nanismo degli operatori (ovvero la dimensione troppo piccola dell’azienda per poter competere su un mercato fatto anche di grossi competitor).
I settori più in difficoltà sono quelli a basso valore aggiunto, cioè quelli caratterizzati da prodotti facilmente copiabili. Quando il prezzo diventa il fattore di scelta principale, è inevitabile che ci
siano economie nettamente più competitive rispetto all’Italia.

6. Quali sono le competenze richieste a un giovano che trova impiego in una impresa che ha rapporti con l’estero?

I primi in assoluto sono la conoscenza della lingua inglese (con un interesse crescente per le lingue dei Paesi emergenti), la disponibilità a spostarsi anche solo per un periodo di tempo breve, la voglia di imparare e di confrontarsi con altre realtà. In generale serve grande flessibilità mentale nel sapersi mettere in gioco, ma anche la capacità di apprendere culture molto distanti dalla nostra ma non per questo inferiori o non degne di grande rispetto.

Un #blog “di classe” – #scuola #economia #lunardi

Nelle scorse settimane sono stato invitato da Oliviero Filippini e Flavia Bettoni, due professori dell’I.I.S. Lunardi a tenere una lezione in classe sull’economia bresciana. Sperimenteremo insieme la costruzione di una lezione interagendo per un mese intero con gli studenti di tre classi quarte, anche attraverso il blog.

Un’idea affascinate. Nel 1995, quando ero io rappresentante d’istituto dell’Itc Grazio Cossali di Orzinuovi una delle battaglie fatte fu per avere la connessione Internet a scuola (non un’aula ma un solo pc collegato, sono sempre stato minimalista nelle mie cose). A quel tempo mi rispondevano che “a scuola si viene per studiare, non per giocare al computer”. Tre anni dopo guadagnavo scrivendo sul web (di giorno, mentre di sera facevo il barista).

Con me ci sarà anche Giacomo Treccani, responsabile fino al 31 dicembre delle missioni imprenditoriali all’estero di Pro Brixia, l’azienda speciale della Camera di Commercio di Brescia, esperto di marketing con esperienze lavorative in realtà come Ferrero e Parmalat.

Nei prossimi giorni quindi pubblicherò ciclicamente dei post di risposta ad alcuni quesiti degli studenti. Il blog servirà per avviare un canale di comunicazione da qui al 20 gennaio prossimo. Ovviamente i ragazzi se lo riterranno opportuno potranno commentare o fare ulteriori richieste dopo le risposte (con la richiesta di essere il più liberi, diretti e meno formali possibile nel porre eventuali domande, proprio come farebbero su un qualsiasi blog scollegato dalla loro esperienza scolastica).

Nell’ambito del programma di Economia Politica i due docenti stanno cercando di connettere le informazioni provenienti dai manuali scolastici, spesso un po’ generiche e astratte, con quelle provenienti da altre fonti più legate alle attuali problematiche economiche e sociali.

In questo contesto ha preso corpo il Progetto “frammenti concreti di economia politica” che prevede 3 momenti di incontro sui temi attuali dell’economia e della finanza. Il primo di questi incontri si svolgerà appunto il 20 gennaio sul tema “Le imprese bresciane e l’economia internazionale”. In seguito vi saranno altri due incontri con esperti esterni: sul tema delle Banche e del debito sovrano l’uno, sull’esperienza della Banca Etica e delle Banche del Tempo l’altro.

I due insegnanti promotori hanno voluto condividere alcune considerazioni con me via mail:

Il pericolo di queste iniziative è spesso la distanza siderale fra le relazioni degli “esperti” e le competenze generali/capacità di ascolto/cultura specifica sull’argomento da parte del pubblico (ancor più se studenti), a cui si aggiungono spesso gli aspetti logistici e specifici di una comunicazione uno a molti. L’efficacia stessa delle iniziative è spesso compromessa dalla problematica sopra descritta, al di là delle buone intenzioni degli organizzatori.

Per cercare di avvicinare il pubblico ai relatori abbiamo iniziato da settembre ad approfondire nelle classi coinvolte i problemi attuali e concreti dell’economia internazionale, i “nuovi” soggetti emersi, la crisi di una visione del mondo legata a schemi in gran parte superati ed a stereotipi sempre meno rispondenti alla situazione effettiva dei rapporti internazionali.

Gli studenti ora sanno che la Land Rover e gran parte della siderurgia europea sono in realtà indiane; che la Cina sostiene il debito pubblico degli USA comprandone i titoli, ed esporta merci di qualità sempre più alta in occidente; e nel contempo “si sta comprando l’Africa”; che il Brasile è su livelli di crescita paragonabile a questi Paesi, ma, unico caso nella Globalizzazione Mondiale, sta riducendo le disuguaglianze sociali al proprio interno; e poi ci sono la Russia, il Sudafrica, la Turchia e altri Paesi ancora che stanno già oggi giocando un nuovo ruolo nell’economia mondiale.

Nel contempo Stati Uniti ed Europa rischiano il declino, forse inevitabile, se non il crollo rapido nelle condizioni di vita. Si tratta di trovare il proprio nuovo ruolo nell’economia internazionale, per esempio “esportando regole”, attraverso merci di alta qualità tecnologica ed ambientale, prodotte da una popolazione che gode di condizioni di welfare (questo è quanto fa la Germania).

L’alternativa è un patetico tentativo di fare una concorrenza basata sulla pura riduzioni di costi con Paesi ancora molto distanti da noi, ma che spesso hanno una forza lavoro qualificata ed una popolazione molto motivata alla crescita economica.

L’Italia, con l’enorme ipoteca del proprio debito pubblico e delle ragioni che l’hanno determinato, deve trovare la propria “mission” in questo scenario mondiale. Questa almeno la tesi di Federico Rampini, sui cui scritti si è in buona parte fondato questo lavoro di approfondimento.

Una analisi a grandi linee condivisibile, soprattutto nell’approdo al discorso sulla “concorrenza da non fare basandosi sulla pura riduzione dei costi”.

Nel frattempo ho ricevuto dagli studenti alcune domande che riguardano l’andamento dell’economia bresciana in relazione a questo scenario. Si vuole sapere, per esempio, di esportazioni e delocalizzazioni delle imprese bresciane, o ancora: quale preparazione è utile ai giovani tecnici di domani.

Nei prossimi giorni – supportato anche da opinioni e analisi statistiche del Centro studi dell’Associazione industriale bresciana e dagli spunti dell’ex presidente Apindustria, Flavio Pasotti – avvierò in forma sperimentale questo canale comunicativo.

5 idee da 2 miliardi di euro sul taglio dei costi della politica – #finecorsa #rimontiamo #oramonti @openparlamento

Tutti speriamo che questo Parlamento nell’anno che separa i lavori in aula dalle urne si concentri nell’unica riforma in grado di dimostrare responsabilità e serietà e ridare parzialmente, ma in maniera diretta, fiducia nei politici: il taglio dei costi della politica.

(Volendo essere maligno aggiungo: per molti di loro si tratterebbe anche di una riforma sostanzialmente a costo zero sul piano personale visto che l’auspicio è che la prossima legislatura porti anche ad un ampio rinnovamento dell’attuale compagine).

Per entrare nel merito, sono giunto ad alcune convinzioni dopo aver curato nel mese di agosto su Bresciaoggi un’inchiesta (in chiave locale, ma non solo) sui costi della politica, in 5 capitoli: parlamento, regione, provincia, comuni, vitalizi dei parlamentari. Dopo l’inchiesta posso delineare

5 PERCORSI CONCRETI PER TAGLIARE
DI 2 MILIARDI ALL’ANNO
I COSTI DELLA POLITICA.

1. PARLAMENTO: MONOCAMERALISMO,
RISPARMIO DI UN MILIARDO DI EURO

Con l’abolizione del Senato si risponderebbe a una delle critiche più comuni: il nostro bicameralismo si basa su due camere con funzioni identiche, ovvero sul sostanziale fallimento dell’idea dei costituenti di Senato come camera delle regioni.

Sul numero dei parlamentari il problema non è il numero assoluto ma il significato della rappresentanza. Più che stabilire se avere una camera da 630 o da 500 deputati quel che conta è che ogni seggio abbia un forte valore territoriale e che la distribuzione dei seggi sia valutata in base a tre parametri: estensione geografica, prodotto interno lordo e numero di abitanti del collegio elettorale.

Sugli stipendi dei parlamentari il miglior parametro è quello suggerito da lavoce.info (e da me scovato su Linkiesta), ovvero parametrare gli stipendi dei parlamentari in base al livello di benessere del paese, ovvero al Pil pro capite.

Il grafico qui sopra mostra chiaramente come in tutti i paesi europei ci sia una sostanziale proporzionalità diretta tra stipendi dei parlamentari e benessere dei cittadini. Infatti, al di là dei discostamenti, si può seguire una linea crescente che ha una sola eccezione: l’Italia.

I nostri parlamentari ci fanno vivere come Grecia, Slovenia e Cipro, ma pagano se stessi più di Olanda e Austria (prendono quasi il 30% in più dei loro colleghi austriaci che sono i meglio pagati ma anche il secondo Paese per Pil pro capite d’Europa!!!).

- Concretamente adottare questo parametro significa decurtare lo stipendio annuo da 150 mila euro a 50 mila euro l’anno (all’incirca il 66%). Ovviamente il parametro dovrebbe essere adottato anche per tutte le spese parlamentari connesse. Considerando che camera e senato costano ogni anno 1 miliardo e 600 milioni di euro in termini di spese correnti (per la precisione 1.638.473.981 euro secondo i dati di bilancio pubblicati dalle due camere, un miliardo la sola Camera dei deputati) si deduce che il passaggio al monocameralismo ci porterebbe (milione più milione meno…) a risparmiare UN MILIARDO di euro.

2. COSTI DEI CONSIGLI REGIONALI DIMEZZATI.

Il taglio degli stipendi dei consiglieri regionali può essere fatto in maniera identica a quelli dei parlamentari e parametrato su dati europei.

Qui il quadro è più variegato, ma con approssimazione possiamo prendere il caso della Lombardia, dove ogni consigliere prende sui 10.800 euro netti al mese (con diverse voci variabili in gioco). Per semplificare paragoniamo la regione più ricca d’Italia alla media delle regioni tedesche, da sempre considerate un modello di efficienza, che si attesta intorno ai 4.500 (con differenziazioni notevoli da regione a regione in ossequio alla totale indipendenza finanziaria). Siamo ad un rapporto 2:1. Il funzionamento del consiglio regionale costa 73,050 milioni (stando al bilancio annuale pubblico dell’organismo). Il dimezzamento è quindi sostanzialmente possibile e porterebbe a un ulteriore risparmio di almeno 35 milioni nella sola Lombardia, che tuttavia è la più ricca. Moltiplicato per venti e parametrato ai vari casi porterebbe non meno di 400 milioni di euro di risparmi.

Nota a margine: il consiglio regionale lombardo ha iniziato da quest’anno a risparmiare. ma i primi tagli li pagheranno i precari e i dipendenti, non i politici!!

3. ABOLIZIONE DEI CONSIGLI PROVINCIALI, NON DELLE PROVINCE

Il consiglio provinciale di Brescia nell’ultimo anno è costato 456 mila euro lordi che diviso per 12 mesi e 35 consiglieri dà una indennità media netta per consigliere provinciale da 1.086 euro lordi al mese, ovvero 706 euro netti. Briciole. Significa arrivare al massimo a una 50 milioni a livello nazionale. Che tuttavia sono rinunciabilissimi.

Un recente studio di Luigi Olivieri (collaboratore della società dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e del Centro Studi e Ricerche sulle Autonomie Locali di Savona) ripreso online da lavoce.info, mostra però come il taglio delle Province potrebbe generare un risparmio nominale di 2 miliardi di euro (su 12 totali spesi ogni anno). Ma si tratterebbe di costi amministrativi (non politici!!) che verrebbero traslati poi sulle Regioni. L’effetto sarebbe quello di spostare sostanzialmente da una contabilità all’altra con il rischio di un aumento dei costi.

Se tuttavia si adottasse una legge elettorale in grado di ricalcare quella per il parlamento (come descritto sopra) si potrebbe introdurre una rappresentanza territoriale nel consiglio regionale, ed in questo modo si avrebbero consiglieri regionali funzionalmente legati al territorio.

4. DIFESA DEI COMUNI,
NUOVE ENTITA’ POLITICO-TERRITORIALI
DA ALMENO 15 MILA ABITANTI:
MEZZO MILIARDO DI RISPARMI ALL’ANNO

Il problema, come nel caso delle Province, non è quello di tagliare costi amministrativi ma POLITICI e di rappresentanza.

Uno studio dell’Osservatorio degli enti locali ha stimato in 1,661 miliardi di euro i costi della politica nei Comuni.

Il dato comprende gettone del sindaco, degli assessori e dei consiglieri comunali, compenso del revisore dei conti, assicurazioni per amministratori, spese per le ricorrenze istituzionali, gemellaggi, associazione (Acb e Anci in primis), spese di rappresentanza, rimborsi agli amministratori, personale di segreteria se assegnato agli amministratori, auto blu, altri acquisti di beni per organi istituzionali e prestazioni di servizi per organi istituzionali.

Cosa dice questo studio?

Innanzitutto che il mantenimento dei consigli comunali nei comuni più piccoli (con meno di mille abitanti) ai singoli cittadini costa più del doppio rispetto alle altre realtà: 64 euro all’anno contro i 27 di media nazionale.

Alla luce di questo dato si capisce che l’esigenza per i piccoli comuni non è tanto quella di avere un consiglio comunale quanto un rappresentante che porti le istanze della sua piccola realtà in un organismo più grande.

Questo anche perchè – come sa chiunque abbia una infarinatura di economia – ragionando su risorse economiche più numerose è possibile razionalizzare meglio le spese. Ovvero garantire migliori servizi a minor costo. E del resto il fenomeno degli ultimi venti anni sono i consorzi servizi in grado (si spera) di gestire in maniera più efficace ed efficiente risorse maggiori.

Il tema quindi è quello di una legge elettorale comunale che anche qui garantisca rappresentanza diretta alle comunità locali nei consigli comunali.

Supponiamo l’aggregazione tra un comune A di 13 mila abitanti, un comune B di 3 mila abitanti un comune C da 2 mila abitanti e due mini-comuni da 500 abitanti l’una. Se l’organo conservato fosse quello del Comune maggiore precedentemente esistente si dovrebbero eleggere 20 consiglieri, grosso modo un consigliere ogni mille abitanti.

Quale risparmio genererebbe?
Sostanzialmente cancellare tutte le spese per organi istituzionali di comuni sotto i 15 mila abitanti sempre stando alla tabella dell’Osservatorio enti locali si arriverebbe a circa 460 milioni annui risparmiati

5. VITALIZI DEGLI EX PARLAMENTARI

Ogni anno la spesa nazionale è di 200 milioni di euro: quasi 62 pagati da palazzo Madama, gli altri 138 da Montecitorio. (A Brescia sono 28 i beneficiari).

Anche qui non esiste uno studio puntuale, ma faccio un ragionamento di equità più che puramente matematico. Il vitalizio dovrebbe essere corrisposto solo al compimento del 65esimo anno di età (o 67esimo in caso di riforma delle pensioni in questo senso). e valutato comunque su base contributiva (ovvero in base a quanto realmente versato, non in base allo stipendio percepito) e non retributiva, come attualmente avviene, andandosi a cumulare con tutti gli altri contributi versati.

La web economy tra curiosità e resistenze – #summitbs

Il Summit 2011 di Aib ha confermato in pieno il momento culturale che le aziende (bresciane, ma mi verrebbe da dire italiane tout court) stanno affrontando. Cito un commento arrivato ieri al mio precedente post sul tema.

Tutti ormai vedono di buon occhio computer, internet, palmari, posta elettronica. Hanno capito che l’informatica aiuta ma si ostinano ad utilizzarla per velocizzare in alcuni passaggi i workflow radicati da 30 anni. Usano i pc come comode macchine da scrivere che non necessitano di carta carbone. Usano internet come una volta si usavano le pagine gialle e google maps nello stesso modo in cui usavano Tuttocittà. Excel come i quaderni registro. Stampano quantità inimmaginabili di documenti per spedirli via fax e buttarli nel cestino un minuto dopo.

Alla tavola rotonda che ha chiuso la lunga giornata di Summit 2011 è emerso proprio questo atteggiamento. Soprattutto il passaggio che ho evidenziato in neretto. Su Bresciaoggi ho sottolineato:

una volta ottimizzati i processi e i prodotti resta poco da fare. La managerialità, l’amministrazione, il valore aggiunto in termini di servizio ai clienti, non sono ancora percepiti come ambiti ottimizzabili.

e ieri sera un amico imprenditore a proposito dell’affermazione sentita ieri da un suo collega durante la tavola rotonda, che sostiene: “non ho fatto una analisi approfondita ma le aperture del cloud computing non fanno per noi”, in un rapido scambio di sms mi ha fatto notare: “Vedi, il problema non è che non li usano, è che non sanno cosa sono”.

Nulla di nuovo sotto il cielo quindi? Tutt’altro.
Ho colto con un sentimento estremamente positivo la partecipazione (almeno 150 aziende su 250 presenti totali) al convegno di ieri in Aib. Ultimamente non avevo mai registrato questo tipo di numeri. Ed infatti per me la notizia è questa: manca la cultura, è vero, ma l’interesse c’è. In altre parole: esiste un mercato potenziale da alfabetizzare.

L’evento Aib si è accodato ai numerosi visti a Brescia in questi ultimi mesi: quelli degli sviluppatori del gruppo Webdebs.org, il barcamp estivo Pane web e Salame di Uncle Pear e Viral Farm e il recente startup weekend. Il compito ora è quello di riuscire a far dialogare questi due mondi, magari già a partire dall’Imw (uno storico appuntamento bresciano sui temi dell’innovazione che dopo felici esordi è stato progressivamente lasciato sfumare) che il Gruppo Giovani proverà a rilanciare nella primavera prossima.

Cosa manca oggi?
A mio modo di vedere una progettualità logica che capisca quali sono i passaggi chiave che devono affrontare le aziende per compiere la loro evoluzione verso gli strumenti del web 2.0.
Un percorso che secondo me è in tre step principali:
1. LA SCOPERTA (attualmente in atto e testimoniata a Brescia e provincia dalla presenza di ben 32 agency solo web) scoprire la comunicazione verso l’esterno e l’importanza del marketing attraverso internet e i social media.
2. IL SALTO CULTURALE (il prossimo passaggio) capire che il web 2.0 ha letteralmente inventato alcuni strumenti che possono servire non tanto nei processi produttivi quanto in tutto il flusso di lavoro aziendale, a partire da una managerialità rinnovata nel metodo operativo
3. LA SVOLTA CREATIVA (la visione futuristica) la nascita attraverso l’esperienza di nuove aziende basate sulle applicazioni utilizzate e condivise nella vita aziendale, le tanto mitizzate startup, che se focalizzate agli strumenti della quotidianità aziendale potrebbero avere (in una terra di imprenditorialità radicata come la nostra) un futuro roseo.

Intanto non è possibile tacere l’anomalia di richieste di fondi e sostegno alle aziende innovative che purtroppo si scontrano con una realtà in cui i fondi ci sarebbero anche ma sono (per le più svariate ragioni) largamente inutilizzati.

Infine, se siete arrivati fin qui e volete ulteriormente approfondire, potete trovare la cronaca dettagliata del Summit 2011 nelle due pagine che Bresciaoggi dedica all’articolo qui e qui

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