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L’ultima notizia (bookblogging)

La mia recensione al libro di Gaggi e Bardazzi.

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I terroni non puzzano più

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I terroni non puzzano più e guardano di traverso i pakistani. E’ la prima amara, provocatoria reazione, che mi è venuta in mente leggendo (da qui, dal Nord Italia) “Ma il cielo è sempre più su?” di Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano. E’ la storia di una rimozione sociologica, quella della questione meridionale, che ha lasciato spazio alla rabbia xenofoba degli anni 2000, che presto potrebbe lasciare il campo ad un nuovo antagonista.

Il libro riporta sotto i riflettori tutti i problemi dell’immigrazione interna all’Italia aggiornati al 2010. Storia di migliaia di italiani. Storia di migrazione dimenticata. Il “leghismo” di potere ha sdoganato i meridionali, li ha ingabbiati, ha rimosso dall’agenda politica tutte le questioni che riguardavano il meridione d’Italia. E quando queste si sono ripresentate ha cercato di assopirle con idee da ancien regime: gabbie salariali, cassa del mezzogiorno.

Un bel testo, consigliato a chi vuole approfondire. Illuminante in tante letture sociologiche e storiche, riesce a porre alcuni obiettivi di fondo per una politica reale di cambiamento. Scorrevole, quasi un programma amministrativo-governativo corposo e completo a cui attingere a piene mani.

C’è, tuttavia, al di là dello sforzo di prospettiva degli autori, che cercano un orizzone progettuale su cui scommettere, un gusto agro nelle analisi. Non ultima la reale mancanza di una motivazione personale che muova le scelte personali di ogni individuo. Una volta c’era l’operaio che voleva il figlio dottore. Poi arrivò il precariato che svilì le attese di riscatto e confermò l’immobilismo sociale di un Paese invecchiato in grado solo di sotto-occupare i figlidottori.

Un Paese in cui l’appello estremo alla politica, partendo da questo assunto, diventa paradossalmente solo l’ultimo baluardo a cui si arriva già senza speranze, già rassegnati all’andazzo, già pronti al compromesso (a destra come a sinistra).

Non nominare il padrone invano

Attilio Camozzi

Esilarante sottigliezza sul Manifesto di oggi. A pagina 12 la recensione di Alberto Burgio su “L’Innse che c’è”, un libro che parla del caso Innse che ha tenuto banco quest’estate.

Ma come per incanto Burgio omette dalla sua recensione il nome di Attilio Camozzi, ovvero l’imprenditore bresciano che è intervenuto a salvare la fabbrica (non un filantropo, ma un uomo a caccia di valore aggiunto ai propri business, sia chiaro). Semplicemente i Camozzi per il Manifesto sono innominabili, pur rientrando nella categoria “padrone vero, che non intende smantellare la fabbrica, ma farla funzionare sfruttandone il lavoro”.

Con un po’ di rassegnazione apprendo che per Il Manifesto gli imprenditori, nel 2010, sono sempre brutti, sporchi e cattivi. Come il rottamaio Silvano Genta amico del leghista Roberto Castelli, che al contrario viene nominato con tanto di apprezzamenti.

iMussolini, perchè?

Le polemiche su iMussolini proprio non le ho capite. L’applicazione è al primo posto nelle classifiche di vendita dell’App Store in Italiano. Il tipo si è fatto un sacco di soldi. Io tempo fa acquistai “Mussolini giornalista”. Un lucido esempio di come negli anni ’10 (100 anni fa per chi non collega immediatamente) si poteva fare del giornalismo di propaganda. L’ho letto, l’ho sottolineato. Ho cercato di coglierne aspetti di classicità (ovvero ancora validi), ponendo gli altri in una prospettiva storica. Poi l’ho chiuso e l’ho rimesso in libreria. Ma forse con un eBook non è la stessa cosa…

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