Category Archives: giornalismi

5 telecronache per innamorarsi del calcio

Mentre sul web c’è chi pubblica un tributo a Sandro Piccinini, telecronista “cezzionale”, ho voluto scegliere 5 telecronache (legate ai loro interpreti in maniera indissolubile) che secondo me esprimono tutta l’essenza del calcio raccontato.

5.
Nicolò Carosio. Il fascino di un racconto d’altri tempi. Le pause. Il pathos e il fiato sospeso. Le frasi telegrafiche. Qui l’ultima partita della nazionale con in campo i giocatori del Grande Torino.

4.
Gialappa’s Band. Perché la Gialappa’s è tutti noi, che ci mettiamo davanti alla tv e quando non siamo in trance agonistica commentiamo ogni singolo istante. Qui la partita più bella dell’ultimo mondiale vinto dall’Italia: la semifinale con la Germania.

3.
Nando Martellini. Per quelli nati come me nel ’77 è stato lo spartiacque tra la storia (ovvero quello che fa parte dell’infanzia pre-calcistica) e il mito (ovvero tutto ciò che da piccoli ci arrivava grazie alle videocassette che consumavamo all’infinito). Siamo la generazione troppo giovane per gioire del mondiale ’82 e già avanti per impazzire nel 2006. Campioni del mondo, per noi, sono sempre gli altri.

2.
Bruno Pizzul. Quando l’ho incontrato un anno fa ero emozionato come un adolescente. Questo gol di Baggio a Italia ’90 rimane tra i momenti più emozionanti di sempre, incorniciati alla perfezione dalle sue parole mai sopra le righe.

1.
Ameri e Ciotti. Per me erano sostanzialmente la stessa cosa. Erano voci pure prima che persone con una immagine ed una fisicità. Il loro era un calcio fine a se stesso, innocente come eravamo a quell’età.

Il futuro alle spalle (1). Gli investimenti Usa nel giornalismo

Jeff Bezos ha comprato il Washington post. Il fondatore di ebay ha investito 250 milioni di dollari per un sito di inchieste. La vedova Jobs, Laurene Powell, ha investito nella Ozy Media, una startup giornalistica. Chris Huges ha investito i soldi guadagnati con facebook per acquistare il New Republic e sostenere l’aggregatore di contenuti di qualità Upworthy. Questi avvenimenti degli ultimi mesi sono stati ripresi da La Repubblica attraverso la traduzione di un pezzo di David Carr del New York Times. Il titolone delle tre pagine, accompagnate da un approfondimento di Federico Rampini era: “La rivincita della stampa”. Ma già l’occhiello correggeva il tiro: “così i big della Silicon Valley cambierano le news”. Le news. Più generico che “la stampa”. Il contenuto, non il medium.

stampa

Con questo argomento, idealmente, tre anni dopo, riannodo i fili del mio intervento al Pane web e salame del giugno 2011. In quell’occasione parlando di blog, giornalismo e tecnologia, di stampa tradizionale, social network e nuove iniziative editoriali online dissi: “Per fare giornalismo serve più testa che testata”. Insomma: giornalisti professionalmente preparati prima di tutto. Mi pare che, al di là degli entusiasmi di chi sostiene a priori la stampa come unico media in grado di coniugare credibilità, qualità e redditività del giornalismo, i fatti confermino quell’impressione che va in tutt’altra direzione.

C’è stato un flusso di investimenti interessante verso i giornali americani con una storia ed un valore di mercato ancora spendibile. Ma è altresì vero che il filo conduttore di questi investimenti non è la ricerca di redditività degli old media. Il minimo comune denominatore è un altro: la ricerca di giornalisti capaci di applicare la storica rettitudine deontologica che i loro giornali esprimevano alle nuove sfide dell’informazione. Non un ritorno, ma una focalizzazione: il valore non sta nelle testate (per lo meno, non solo), e tantomeno nel nuovo mezzo tecnologico (ricco di disinformazione, in verità), ma nelle capacità degli interpreti e nei loro contenuti.
Il fenomeno è tutto americano. Dopo aver passato anni a distruggere (per riflesso, non per volontà) il sistema degli old media, gli uomini della silicon valley sembrano concentrarsi sulla rifondazione giornalistica del loro paese. Alla base c’è l’idea che la democrazia abbia bisogno di un sistema giornalistico libero e maturo.
Succederà anche in Italia? Il dubbio mi assale quando penso che noi non abbiamo gente che negli ultimi anni ha accumulato risorse ora investibili-spendibili (e, se li avessimo, non sarebbero incentivati a investire i propri guadagni in nuove imprese), e soprattutto non abbiamo un sistema dell’informazione che si focalizza sul contenuto prima che sul media. Quando i nostri giornali andarono in crisi negli anni ‘90 inventarono i “panini” (due giornali al prezzo di uno) e gli allegati (videocassette, poi dvd, i mitici album Panini). Insomma: venditori di carta, non di notizie. Dovremo imparare, anche in questo, a fare il contrario. Produrre contenuti di qualità prima di tutto. Valorizzare le teste, anche nel giornalismo, per liberare anche da noi le sue grandi potenzialità.

#Giornali e #socialnetwork. Il futuro che vedo. – #Italia #Usa #giornalismo #sn

Granieri evidenzia due dati che emergono dal rapporto sullo stato dell’informazione americana (che – non c’è bisogno di dirlo – in qualche misura anticipa le tendenze anche sull’Italia):

Un numero crescente di addetti ai lavori predice che entro 5 anni molti giornali offriranno una versione di carta solo la domenica».

Ma a dominare le headline che accompagnano l’uscita del rapporto è -soprattutto- la crescente importanza dei social media nel ciclo delle news.su Bookcafe: La sopravvivenza dei giornali.

Se il primo aspetto mi sembra piuttosto visionario e fondamentalmente immotivato (perché tenere il cartaceo se il business diventa altro?). Il secondo è decisamente più attuale e verificabile.

Il passaggio chiave secondo me sta in una nuova consapevolezza.

Il punto è che i social network hanno ormai attivato una enorme conversazione in cui le testate tradizionali perdono il monopolio precedente in cui erano loro a dettare tempi, trend e agenda delle stesse conversazioni. Spesso in maniera dispotica perché arbitraria rispetto agli indici di ascolto o di gradimento reali (in Italia ancora oggi paghiamo un forte gap tra le scelte dell’emittente e la misurazione reale ed affidabile dell’audience al seguito).

Ma la perdita del monopolio non è ancora perdita di autorevolezza. Questa al contrario può essere confermata ed addirittura aumentata nella misura in cui i media tradizionali (ovvero quelli nati prima della rete) sapranno inserendosi nella conversazione allargata con le proprie peculiarità deontologiche e professionali che in termini di autorevolezza non possono che rappresentare un valore.

Alla ricerca di una ecologica comunicazione d’impresa – #ecologia

In un vecchio post la definizione che stavo cercando da tempo per un approccio diverso alla produzione giornalistica (sia di redazione che di ufficio stampa).

L’ecologia della comunicazione d’impresa, l’insieme delle attività che si pongono come fine, il ripulire i processi di comunicazione, da tutti quei messaggi ridondanti, inutili o dannosi e che in genere non creano valore per tutti i destinatari.

vedi il blog Marketing usabile

Rio de Janeiro, città del contagioso spirito carioca – #viaggi #Brasile

Una città da vivere prima ancora che da vedere. Rio de Janeiro, capitale morale del Brasile, anche negli anni del boom economico che sta vivendo, mantiene intatto il suo fascino. Storia e tradizione, modernità da crescita accelerata, contraddizioni sociali e contagioso spirito carioca. Meta di mare o partenza naturale per un tour, fulcro di un Paese tanto immediato e spontaneo quanto misterioso e geloso delle proprie tradizioni.

continua qui

#Luzer – una botta di vita sul pacco della #cultura #underground a #Brescia

http://www.luzer.it/Culture_Pathos_Nulla.html

Ormai è diventato un appuntamento fisso quello con l’uscita del nuovo numero di Luzer, la rivista di “culture/pathos/nulla” coordinata da Elia Zupelli.

Il numero di questo mese (che come al solito potete trovare in giro se frequentate i posti giusti e solo se siete assaliti da una improvvisa botta di cul-t underground) – affidato alla regia grafica di ricCarlo De Stefani è particolarmente interessante.

Elia lo ha sottolineato (sulla pagina facebook) con un molto bresciano “stranculet graficità” e lo ha inquadrato con la sua solita genialità lessicale scritta (perchè Elia è uno che ha il dono di spiegarsi molto meglio scrivendo che raccontandotela): “culture/pathos/napalm/cool britannia quella dei sì lo voglio”.

Il numero #19(14) (che non si capisce che numero è) titolato “the war issue” è una raccolta di immagini. Sarà che avevo detto a Elia di togliere alcuni barocchismi intellettuali al linguaggio usato. Sarà. Sta di fatto che lui ne ha tratto un suggerimento radicale ed ha messo in fila una serie di immagini.

Splatter. L’ha definito uno a cui l’ho fatto sfogliare. Ma non sono sicuro che sapesse il significato del termine. E forse ha confuso il rosso fragola di un’immagine (l’ultima) con il rosso sangue.

Sta di fatto che i ragazzi di Luzer hanno dato un altro saggio di vitamina mentale a tutti noi che frequentiamo i posti giusti (e che abbiamo la fortuna che i posti giusti a volte si divertono frequentando noi) con la loro consueta semplice complessità.

“Apparato” iPhone4

“Per l’ottimizzazione delle attività istituzionali anche attraverso una migliore sincronizzazione dei dati è stata rappresentata l’esigenza di fornire al sindaco un apparato iPhone 4. La curiosa definizione di “apparato iPhone4″ è stata partorita dall’ufficio di gabinetto del sindaco di Palermo, Diego Cammarata (e ripresa da Repubblica).

Al di là delle valutazioni politiche o amminstrative che si possono fare attorno alla vicenda ciò che mi fa più sorridere è il linguaggio. In quell'”apparato iPhone4″ sembra nascondersi il tipico arrampicarsi sui vetri dello studente chiamato alla lavagna che non sa la lezione ed allora prova ad avvalorare la sua non preparazione con parole che possano suonare altisonanti, visto che i contenuti giocoforza rischiano di smascherarlo. Fuor di metafora: chiamarlo “apparato iPhone4″ è il miglior modo per far capire che non si sa di cosa si sta parlando, tentando l’arrampicata verbale per giustificare qualcosa che si percepisce come non proprio correttissima (autonota: tenere indietro questo post per il prossimo seminario su comunicazione e rapporti con i media tradizionali).

Ora, io lo so che forse Palermo ha qualche problemino più stringente, tuttavia un corso di comunicazione aziendale, fossi in loro, non me lo farei mancare.

Wikileaks

Visto che ne parlate tutti: io concordo con quanto scrive Marcello Veneziani oggi su Il Giornale. Lo trovate alla voce “orologi fermi che battono l’ora giusta due volte al giorno”.

Per questo trovo ancor più giusta la distinzione che fa Giovanni Boccia Artieri: Wikileaks non fa giornalismo.

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