Archivi Categorie: cinema

One hour photo

One hour photo è il film che meglio di qualsiasi altro fotografa esattamente la realtà ai tempi dei social network, ma risale a pochi anni prima che i social network nascessero. Ovvero al 2002.

Seymour Parrish è un uomo timido e solitario che lavora da vent’anni in un grande magazzino nella sezione sviluppo fotografie, talmente ossessionato dal suo lavoro che nella sua mente immagina di far parte della famiglia di una sua assidua cliente, Nina (sposata con Will e madre di Jack, ancora bambino), Seymour nel tempo è arrivato addirittura a duplicarsi molte delle foto della famiglia di Nina per conservarle con se a casa propria, lo stesso Seymour verrà licenziato una volta scoperta questa sua inquietante abitudine, ma l’uomo conserverà con se un segreto di cui è venuto a conoscenza grazie al suo lavoro e presto attuerà la sua vendetta.

Nel 2013 siamo tutti un po’ Seymour Parrish. Spesso, fortunatamente, al netto delle ossessioni da thriller.

Il principe del deserto – #Natale al #Cinema

Auda è il “rottamatore” del deserto. Il giovane studioso che attraverso la conoscenza diventa un leader politico guerriero migliore rispetto ai maestri. Che dei maestri somma vizi e virtù ma che riesce ad essere migliore perchè legato ad un sapere più complesso e meno dogmatico. Un film affascinante in oltre due ore da gustare d’un fiato, di quelli che ti fan venir voglia di andare alla ricera dei vecchi titoli del regista, che qui è soprattutto bravo a non cadere nei giudizi ed a differenziarsi rispetto agli schemi tradizionali del mondo arabo. Illuminante.

Il ventaglio segreto – #cinema #recensioni #review

Una pellicola delicata e profonda sul cambiamento e il suo contrario, il movimento della vita quotidiana e il valore della storia. Un tratto tipicamente orientale in una pellicola cinese firmata da Wayne Wang.

A tratti fumettistico, per la scelta di narrare attraverso veloci flash e repentini cambi di ambientazione, riesce a tenere alta l’attenzione per quasi due ore.

E’ la storia parallela di due donne che vivono in due epoche diverse. Ma che nella Cina dell’800 come nella Shanghai dei giorni nostri trovano nella loro amicizia profonda (condificata da antiche tradizioni cinesi) l’unico punto di riferimento imprescindibile.

Un racconto sospeso: tra eterno (le regole umane nei rapporti che non cambieranno mai: la lealtà, il rispetto) ed eterno mutamento (il mondo in continua corsa). Tra storia e vita in divenire, tra individualità e socializzazione, tra tradizioni e ricerca del proprio io. Carico di contenuti, non dà una risposta ma pone domande, assume il paradigma del destino come metro di misurazione, ma lascia sullo sfondo tanti altri possibili approcci alla vita meno meccanici.

Consigliato a tanti, per una profonda riflessione sul peso dei rapporti umani nella vita di ciascuno.

Le donne del sesto piano – #cinema #recensioni

L’inevitabilità del cambiamento, il fascino della diversità, la libertà come conquista. Le donne del sesto piano (in programma in questi giorni al cinema Sociale di Brescia) è una pellcola francese, semplice: fatta di intimità gentile, sensualità senza ostentazioni, quotidianità cruda ma lieve. Ambientato nella Parigi degli anni ’60, racconta la vita di un borghese che, dopo anni di assopimento nella routine delle convenzioni sociali del suo ceto, si appassiona al mondo semplice, fatto di lavoro faticoso e quotidiano, delle cameriere spagnole in fuga dal franchismo, che vivono al sesto piano del suo palazzo.

Resta sullo sfondo l’amore per la governante Maria, ma emerge in tutta la sua forza il viaggio del protagonista verso un cambiamento senza troppa introspezione, fatto di osservazione, generosità e nuove letture della realtà circostante. Una rinascita che proprio per la sua naturalezza assume toni bizzarri ma misuratissimi, come nella scena della luce naturale che finalmente nelle finestre del grigio studio della società in cui li lavora il protagonista.

Evidenti ammiccamenti progressisti e una storia che ritorna, oggi come ieri, in un mondo in cui l’immigrazione resta fenomeno sociale governabile ma inarrestabile, ma anche una occasione per misurare il proprio vissuto scoprendo la possibilità di un riscatto umano attraverso una nuova conquista di libertà. Jean Luis, il protagonista, capisce in divenire come (attraverso nuove letture, storie di una vita prima a lui nascosta) l’incontro con la diversità può diventare ricchezza e nuova occasione. E si innamora della dignità umana delle donne prima ancora che del fascino di Maria, in un rapporto paritario senza finzioni.

Pellicola lieve ma di profondità. Una gaia ribellione personale, silenziosa, naturale.

GENERE: Commedia.
ANNO: 2011. DATA: 10/06/2011.
NAZIONALITÀ: Francia.
REGIA: Philippe Le Guay.
CAST: Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea.

Habemus papam (da Tarantula)

Volevo fare una recensione di Habemus Papam. Poi ho trovato questa di Max Giuliani (che presto inizierà una rubrica su Bresciaoggi per parlare di Linguaggi della Rete). Ed allora per una volta prendo in prestito le sue parole.

 per come l’ho visto io, il film parla di quella linea che separa chi è dentro e chi è fuori. Quella linea con la quale creiamo le istituzioni, le chiese, le teorie, i partiti, le visioni istituzionalizzate. Di come l’ideologia sia esattamente la fede nell’esistenza concreta di quelle linee.

Habemus papam (2): come l’ho visto io | Tarantula

soprattutto, aggiungo io: ciò che separa l’uomo in quanto essere dalle ideologie in quanto costruzioni sociali di uomini.

Dylan dog, il fascino (anabolizzato) anche al cinema

Atmosfera fumettistica azzeccata, dialoghi minimal, ambiente degno di un tributo al celebre protagonista degli album di Sergio Bonelli editore. Unica nota di demerito (non indifferente) la scelta del protagonista, un palestratissimo Dylan americanizzato che poco rende giustizia al fascino misterioso dell’originale su carta.

La storia propone il consueto schema delle avventure di Dylan Dog, la cui particolarità affascinante sta da sempre, secondo me, nella capacità di esplorare il mondo esterno come se fosse una enorme proiezione esterna delle paure interne dell’uomo. Umani, licantropi, zombie, vampiri non sono che le sfaccettature di personalità complesse e impercettibili. La storia fa apprezzare come sempre il clima da “solo contro tutti” che fa apparire ogni episodio del celebre fumetto come la proiezione di un intenso viaggio interiore attraverso l’uscita da se stessi in cui forte è la raffigurazione dello spettatore nel protagonista.

Raunch girl, onori e oneri dell’indie porno

Il documentario presentato a Bergamo Film Festival venerdì scorso da Giangiacomo De Stefano e Lara Rongoni è un lavoro di profondità e sfumature.

Ho sempre considerato poetico tutto ciò che sa essere suggestivo ed allo stesso tempo estremamente personalizzabile. Capace di generare emozioni contrastanti e di lasciare all’occhio dello spettatore un numero infinito di interpretazioni possibili. In questo senso credo che questo documentario arrivi all’obiettivo. E di questo… delle mie percezioni, suggestioni e sensazioni, voglio scrivere.

Raunch girl è la vita di Clara Pizzaferri – 21 anni, attrice porno indipendente, per scelta – e si muove su un doppio piano. Scrivendo la sinossi gli autori dicono di analizzare: la ricerca di popolarità e la velocità con la quale questa si può raggiungere, la giovane età e molto spesso le mistificazioni che si creano…

Ci sarebbe una doppia difficoltà in un lavoro come questo: da una parte quella di sminuire la portata emotiva e l’invasione della sfera personale che la scelta di recitare scene porno determina in una persona, dall’altra quella di cadere nel moralismo. Gli autori qui prendono queste precauzioni e non cadono in un risultato neutro, ma mettono con nochalance la pulce di un loro giudizio, secco ma non invasivo, nell’orecchio (e nell’occhio) dello spettatore.

La parabola umana di Clara, un matrimonio a Las Vegas con il compagno che recita (senza troppa convinzione) sul palco con lei, si risolve in un nome d’arte (una identità altra) e in un matrimonio fallito (comunque lo si veda un esito sentimentale negativo). Un risultato assai deludente rispetto alla voglia iniziale di emersione, autodeterminazione e successo.

Questo l’epilogo, in cui entrano dettagli che potrebbero essere omessi (nickname e separazione, tra gli altri) ma stanno lì come informazioni utili non certo a “fare il titolo” (sensazionalistico e banalizzante) ma a dialogare con il “lettore-spettatore” della vicenda. Nello sviluppo tuttavia la storia non manca di far emergere un certo coraggio – pur non enfatizzato – da parte della protagonista, che sceglie la via del porno non già come vizio esibizionistico ma come forma radicale di espressione. Costruendoci su – tuttavia – (inevitabili?) “mistificazioni”.

Sembra muoversi, la vicenda di Clara, su un doppio piano. La propria ferrea volontà di successo, anche provando ad alzare (artificiosamente) il proprio livello gerarchico (da attrice a “imprenditrice” nel mondo del pay-porn indipendente del web) che si scontra con una società che se da una parte induce a mettersi a nudo in cambio di… (successo? notorietà? fama e gloria?) dall’altro prende le distanze dal re nudo (in senso letterale) pur ignorando in parte la propria ipocrisia di fondo. Il porno non è (non può? lo sarà mai?) essere pubblicamente e socialmente accettato, ma se esiste un germe alla sua radice questo si è già radicato nel nostro modo di socializzare le nostre vite.

E passa una riflessione, ad un certo punto, che merita di essere sottolineata, e che semplifico così. Oggi vi è una sostanziale gratuità dell’esibizionismo. Ti fai fare due foto le metti in rete e sei pubblicato. Una gratuità (che altro non è se non il più basso livello di mercificazione, perchè il gratis è il senza valore, è il 100% inflazionato) che, anche quando non si spinge al presunto eccesso dell’hardcore di pompini e penetrazioni, ma si ferma ad ammiccamenti e sensualità ostentata, è già potenzialmente-pornografica-in-sè, semplicemente perchè capace di svilire una sfera intima personale spogliata della sua inviolabilità prima che dei suoi abiti.

Sul terreno di gioco rimane un cadavere. Esiste una corsa all’esibizione che è indotta dalla mentalità dominante (e dai mezzi di comunicazione emergenti che la caratterizzano). Forse il porno indipendente è solo l’eccesso più efficace per descrivere l’iperbole di una deriva che togliendoci intimità rende più insicuri i nostri passi e meno certi i nostri esiti.

Ma resta il fatto – che necessita di grande e matura consapevolezza – che ogni nostro pensiero pubblicato e pubblicizzato, e quindi messo a nudo, è definitivamente messo in gioco.

La pornoattrice della porta accanto

L’essere considerate oggetti sessuali non è più un elemento di discredito, ma al contrario un mezzo per sentirsi realizzate e per realizzarsi nella vita e nel lavoro. Clara vuole fare porno perché pensa che dietro al fenomeno ufficiale, da sempre circondato da un alone negativo, ne possa esistere una forma “buona e utile”.

di Raunch girl, documentario prodotto con il sostegno della neonata Sonne Films e della più longeva Sarraz Pictures, vi parlerò nei prossimi giorni. Intanto ve lo segnalo.

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