Category Archives: tattica

L’importanza di chiamarsi Kolarov #EPL #mcfc

Interessante analisi di whoscored.com sul comportamento dei due esterni sinistri del Manchester City in questa stagione: Kolarov vs Clichy.

Nessun dubbio sulle qualità maggiormente offensive del bulgaro, ex laziale, mentre Clichy si fa preferire in fase difensiva. Ecco come il giudizio sui giocatori cambia in base alle esigenze di una squadra.

Player Focus: Analysing Manchester City's Left-Backs

Scrive Ben Mc Aleer sul sito di analisi tattica e statistica:

L’ex asso dell’Arsenal ha una media di 0,8 passaggi chiave per il gioco di ruolo (passaggi che mandano al tiro un compagno, ndr), un passo indietro notevole rispetto al serbo che con un 1.4 è secondo solo a Kyle Walker (1.42) se paragonato ai difensori con più di cinque presenze in Premier League in questa stagione.

Dal punto di vista difensivo, si può sostenere che Clichy è il più forte dei due. Il terzino francese ha in media tre tackle in media a partita mentre Kolarov 1.9. Rinomato per il suo atletismo, il ritmo di Clichy lo rende in grado di recuperare più facilmente quando si spinge avanti.

L’identità perduta del Benfica – #champions #europaleague #benfica

L’analisi di Tom Kundert tradotta da Portugoal.net

Il Benfica ha battuto il Paris Saint Germain nell’ultimo turno del girone di Champion’s, ma ha chiuso al terzo posto nel gruppo C e anche quest’anno proseguirà in Europa League dopo Natale. Cavani ha portato avanti gli ospiti ma un rigore di Lima e un gol di Gaitan hanno dato alle aquile una vittoria dal sapore dolce amaro.

Jorge Jesus

Per il secondo anno consecutivo il Benfica non ha capitalizzato i progressi fatti. La scorsa stagione il Celtic ha centrato il secondo posto davanti al club di Lisbona, nonostante una sconfitta e un pareggio contro la squadra portoghese. Anche quest’anno il Benfica non può gioire, con una squadra apparentemente meno attrezzata qualificarsi al suo posto.

Questa volta il destino degli uomini di Jorge Jesus è stato deciso nelle due partite contro i rivali diretti per la qualificazione per gli ottavi: l’Olympiakos. Allo stadio Da Luz, un secondo tempo giocato sotto il diluvio ha ridotto il match finito 1-1 a poco più di una farsa. Ad Atene la gara è stata decisa da un solo uomo: l’ex portiere del Benfica Roberto, che ora gioca coi campioni di gregia, ha giocato la partita della vita sbarrando la strada al Benfica nonostante una partita dominata dall’inizio alla fine.

Grandi speranze deluse

Quale giudizio dare, quindi, sul Benfica? Da una parte aver conquistato 10 punti ed essere fuori lo stesso può essere addebitato alla sfortuna, ed è difficile fare una valutazione considerando il fattore-Roberto nella migliore performance stagionale del Benfica. Tuttavia, le speranze erano soprattutto dopo che il Benfica era stato ammesso tra le teste di serie sulla scorta della corsa emozionante per la finale di Europa League dello scorso anno, con un conseguente sorteggio apparentemente favorevole. Il presidente Luís Filipe Vieira aveva addirittura detto che il Benfica poteva nutrire legittime aspirazioni di mira per la finale di Champions League di quest’anno, che sarà giocata proprio allo stadio Da Luz .

Ma il Benfica come è successo dall’inizio della stagione, non è riuscito a ingranare. Senza grandi partenze ed una sfilza di nuovi acquisti estivi per rafforzare la squadra, questo doveva essere l’anno in cui il Benfica doveva fare il salto di qualità. Tutto ciò, semplicemente non è accaduto. Si è tentati di attribuire la colpa al trauma causato dalla spettacolare crollo della scorsa stagione, ma a quattro mesi di distanza gli alibi si stanno esaurendo.

Potrebbe essere che il Benfica è più debole in questa stagione, nonostante una squadra grande e più forte, a causa di una ragione meno tangibile ma potenzialmente più dannosa legata ad una presunta perdita di identità?

Il carismatico Jorge Jesus ha portato un atteggiamento entusiasta dal momento in cui è stato nominato allenatore nel 2009/10. Il trionfo emozionante nel campionato portoghese al debutto è stato seguito da stagioni altrettanto convincenti negli anni successivi. Il calcio iperoffensivo è stato applicato anche in Europa. Nonostante i suoi critici hanno sempre sostenuto che avrebbe dovuto fare meglio, il record di Jorge Jesus parla di quarti di EL, semifinali di EL, quarti di Champion’s, finale di EL: una sequenza di successi che erano impensabili prima del suo arrivo al club. Tutto realizzato con una spregiudicatezza calcistica ammirevole.

L’enfasi sulla solidità

Gli obiettivi sono stati migliorati, ma non sono arrivati i trofei. Sia a causa delle critiche che di una sopravvenuta prudenza consapevolmente adottata, Jesus ha attenuato gli istinti d’attacco della sua squadra e ha adottato un approccio più prudente. Invece di sovraccaricare le ali e istruire i suoi terzini di attaccare incessantemente, il tecnico del Benfica ha posto una maggiore enfasi sulla solidità a centrocampo, il che spiega il ruolo chiave giocato da Fejsa (eccellente visione di gioco contro il Psg), Matic, Enzo Perez e Ruben Amorim in questa stagione.
Le prima scelta nel ruolo di terzino sinistro sono state Siqueira e André Almeida, che spesso ha fatto le veci di Maxi Pereira sulla destra. Certamente difensori migliori rispetto ai precedenti interpreti, ma con minore propensione offensiva

In breve, il Benfica è stato trasformato da una squadra costruita per attaccare in ogni occasione, in una con un approccio più equilibrato. La domanda è: ciò che si guadagna in solidità difensiva riesce a superare ciò che si è perso in vivacità offensiva. Nel peggiore dei casi la squadra e l’allenatore stesso, saranno chiamati ad adottare diversi atteggiamenti nel corso della stagione in base agli avversari. Prevedere l’undici di partenza del Benfica da una partita all’altra in questa stagione si è rivelato fin qui un compito difficile. Ma se Jesus non riuscirà d’ora in poi a dare una chiara identità della squadra, un altro fallimento in Champions League potrebbe essere l’ultimo dei suoi problemi.

Se vuole vincere il campionato la Roma faccia il salto di qualità. #asroma #daje #seriea

Le analisi del giorno dopo sui giornali sportivi italiani a proposito del pari della Roma con l’Atalanta vanno dal “peso politico scarso” (Corriere dello sport) alla “crisetta” (Gazzetta dello sport). Stiamo parlando di una squadra che ha fatto 4 pareggi e 10 vittorie in campionato ed è l’unica imbattuta.

La Roma nel giorno del record

Cosa dicono i numeri di questa Roma, andando oltre ai risultati?
Un dato su tutti: la Roma è la squadra che ha segnato di più (5 volte) su palla recuperata. Tira in porta meno di Juve e Milan (15,5 tiri a partita come l’Inter), ma la troviamo solo al settimo posto per pericolosità offensiva (conclude nello specchio il 36,1% delle finalizzazioni totali).

L’impressione è che in queste ultime 4 partite gli avversari le abbiano un po’ preso le misure, giocando con più attenzione alle coperture. Non è un caso se nei 4 pareggi la Roma ha tirato di meno in assoluto (12 in media a partita) e in porta (4,75 in media a partita contro 5,6).

In certe condizioni è indispensabile avere giocatori decisivi.

Quando la Juventus vinse il campionato nel lungo testa a testa con il Milan lo fece senza ricevere rigori dalla seconda giornata fino a fine campionato (nonostante molti episodi dubbi, come quello di Canini ieri). Non perse mai, ma alla fine poteva non bastare. Vinse la sfida sul piano mentale prima che squisitamente tecnico (il Milan di Ibra e Thiago era considerato decisamente superiore). La sfida Roma-Juve di quest’anno mi pare molto simile, con la Roma, ora nei panni della Juve.

La #Juve è la squadra che finalizza di più le proprie azioni in #Champions – #finoallafine

E’ proprio il caso di dire, come fanno i tifosi durante ogni partita: fino alla fine (…dell’azione!).

Juventus v Copenhagen

La Juventus risulta essere infatti la squadra che finalizza di più le proprie azioni in Champion’s. Sono 22 i tiri in porta a partita dei bianconeri, 8 quelli in porta. Una percentuale del 36,4% che tuttavia la pone esattamente a metà del guado in quanto a pericolosità.

C’è un dato in particolare che emerge nello sviluppo del gioco offensivo dei bianconeri.

La Juventus è risultata essere anche la seconda squadra per sfruttamento dell’ampiezza (30 cross a partita, solo il Porto con 33 ha fatto meglio). Curiosamente risulta essere l’unica che gioca con il 3-5-2, in una Europa che privilegiando il 4-2-3-1 sembra non sfruttare le fasce come in passato.

Per loro caratteristica infatti gli esterni del 4-2-3-1 sono meno propensi a lasciare le sovrapposizioni agli esterni e tendono a giocare per linee centrali sfruttando quindi combinazioni nello stretto anzichè allargamenti alla ricerca del traversone dal fondo.

Arrigo Sacchi e le stelle “bresciane”. #askarrigo

Arrigo Sacchi parla di Baresi, Baggio, Pirlo, Guardiola e Balotelli. Ma anche del caso Giampaolo e della dignità di un allenatore che rinuncia allo stipendio e si dimette

Arrigo Sacchi e Franco Baresi

Il Times lo ha nominato miglior allenatore italiano di sempre, undicesimo a livello assoluto. FourFourTwo, la Bibbia di settore, piazza il suo Milan al secondo posto nella classifica ogni tempo delle squadre di calcio.

L’hanno chiamato rivoluzionario, guru, profeta, «predicatore d’umiltà da un pulpito mistico». Ma Arrigo Sacchi molto lo deve anche ai bresciani che l’hanno accompagnato, senza distinzioni tra brescianità di sangue o di toga. Certi legami restano indelebili nella memoria delle persone e nella storia del pallone, specie se il livello degli interpreti si stacca da terra e tende alle stelle. Lo stesso posto in cui Franco Baresi (bresciano di sangue) e Roberto Baggio (di toga) hanno spedito la palla nella partita-apogeo del calcio «sacchiano»: Italia-Brasile, finale mondiale, Usa ’94. Quella panchina, nel 1991, l’aveva liberata un altro bresciano acquisito: Azeglio Vicini.

Anni dopo, le sfumature bresciane di una vita e una carriera popolano ancora le parole di Arrigo Sacchi. L’ha confermato ieri durante l’iniziativa #askarrigo di BetClic.

Bresciaoggi.it e Arma football club erano tra le testate presenti e hanno parlato con lui

La condanna di chiamarsi Milan #champions #acmilan

Riflessioni a margine di Celtic-Milan 0-3.

Siamo giunti alla tredicesima giornata e in campionato il Milan è la squadra che fa più possesso palla (60,2%) e la seconda (dopo la Juve) che tira di più (17,9 a partita). Ma con 5,4 tiri in porta a partita è anche la 13esima della graduatoria per percentuale di tiri dentro sui tiri totali (solo il 30,16% percentuale pari a Livorno e Udinese).

In Champion’s, dopo 5 partite su 6 del girone, il Milan è solo 27esima per possesso palla (41,3%) con 3,6 tiri dentro su 9,8 totali a partita. Tira in porta la metà rispetto al campionato, ma migliora la performance di tiri dentro/tiri totali portandola al 36,73%.

Un dato del genere in campionato sarebbe il terzo migliore in assoluto dopo il 41% della Juventus, il 37,25% del Napoli e subito prima del 36,42% della Roma.

Max Allegri

Perché succede questo? A mio giudizio per tre ragioni.

1. Il Milan non è una squadra con una propria identità di gioco. O meglio, non è squadra costruita per imporsi attraverso il possesso palla. Si ritrova giocoforza ad esserlo in campionato, ma complessivamente denuncia un livello medio degli interpreti non all’altezza della situazione tattica. Per tenere palla bisogna essere anche tecnicamente portati ad essere incisivi e il Milan non lo è, per questo diventa prevedibile e sostanzialmente sterile in zona gol nonostante l’impegno – innegabile e dimostrato dai numeri – profuso.

2. La controprova sta nel fatto che quando la squadra affronta avversarie che se la giocano alla pari ottiene performances offensive migliori. Non si tratta qui di chiedersi se il Celtic sia meglio di una Udinese o di un Livorno. Piuttosto bisogna prendere atto che in Europa il Milan è agevolato da avversari che non gli impongono di fare la partita e concedono molto di più.

3. Una squadra deve avere la consapevolezza della sua forza ed oggi il Milan si ritrova – soprattutto in campionato – a recitare un ruolo per il quale non è attrezzato. Sono certo che una squadra qualsiasi tra quelle non di primissima fascia con gli stessi giocatori del Milan ma con un nome diverso otterrebbe risultati migliori.

Quel che oggi manca al Milan è la capacità di calarsi nel ruolo di comprimaria e giocare come se l’obiettivo non fosse l’Europa ma una meno nobile tranquillità. Finirebbe per giovarsene sul piano tattico e dei risultati, esattamente come accade in Europa quando incontra avversari che lo affrontano a viso aperto.

Le 16 grandi d’Europa 7. Juventus #champions

La Juventus è in veloce risalita (25esimo posto nel ranking) a livello europeo. Doveva dimostrare con il girone di Champion’s di meritarsi un posto nel gotha europeo e ci sta riuscendo. La sfida è arrivare ai quarti di finale: due anni fa Agnelli disse che in base agli stipendi pagati la squadra doveva sempre stare tra le prime otto d’Europa, se riuscisse a passare un altro turno il suo obiettivo potrebbe dirsi raggiunto.

1. La tattica
3-5-2: Buffon – Barzagli, Bonucci, Chiellini – Lichtsteiner, Vidal, Pirlo, Marchisio, Asamoah – Vucinic, Giovinco. Se in campionato Conte ha utilizzato in due occasioni il 4-3-3 (contro il Siena nel finale e contro il Torino) in Champion’s il modulo base non è mai stato modificato. Ma non solo: gli undici giocatori della formazione tipo hanno giocato più del 90% dei minuti totali disputati dalla squadra. Rarissimi gli innesti. I turn over in Europa non esiste.

2. Il giocatore
Arturo Vidal è quello che ha ottenuto nelle sei gare disputate il rating Opta più alto con 8,1. Un centrocampista che ha già segnato 3 gol (capocannoniere della squadra con Quagliarella) e servito un assist. Fondamentale in un gruppo che qualche pecca in fatto di peso offensivo ce l’ha. Se Vucinic e Giovinco concludono 3,2 volte in media a partita lui si piazza subito dietro con 3 tiri. Il suo valore aggiunto sta nelle sue caratteristiche di giocatore universale: è anche quello che con 4,8 tackle a partita rappresenta il primo baluardo difensivo della squadra.

3. L’allenatore
Antonio Conte è al secondo anno alla guida della squadra e certamente si inserisce a pieno titolo all’interno del filone europeo degli allenatori “fatti in casa”. Le due tendenze dominanti (non solo per i successi di Guardiola) nei grandi club del resto sembrano essere quella di affidarsi ad un allenatore di grande esperienza e già vincente (Real, Psg, Bayern) oppure ad un giovane che conosca a memoria l’ambiente in cui lavora (Juve, Barcellona, Porto su tutte).

4. Il dato
21 tiri in porta a partita: la Juventus è la squadra che finalizza di più. A valorizzare questa propensione della squadra è un altro dato: il 10% dei tiri sono avvenuti dall’area piccola (solo il Man United con il 18% ha fatto meglio in questo senso). Un ottimo indice di penetrazione.

5. L’analisi
Con un rating Opta pari a 7.11 la Juventus è la seconda squadra per qualità di gioco espresso nel girone (il rating tiene conto della qualità del gioco unita alla propensione offensiva ed alla capacità di non subire, una sorta di indice sintetico delle prestazioni). Determinante ovviamente è soprattutto la capacità di concludere a rete. Consola il fatto che il rendimento della squadra sia stato progressivamente crescente. Dai tentennamenti di Londra passando per la lezione interna contro lo Shacktar e dalla distrazione con il Nordsjelland. Da lì in poi un monologo che attende ora banchi di prova più importanti per verificare realmente il valore assoluto di questo gruppo a livello europeo.

I dati sono presi dal sito whoscored.com

Le 16 grandi d’Europa 6. Porto – #champions

Piazzatosi al secondo posto dietro al Psg nel gruppo A il Porto è stato tra le migliori squadre del turno a gironi di Champion’s. Da sempre stranamente sottovalutato, il club lusitano in realtà è tra quelli che meglio si sono piazzati nelle competizioni europee ed al momento sono al settimo posto nel ranking Uefa.

1. La tattica
4-3-3: Helton – Danilo, Maicon, Otamendi, Sandro – Gonzalez, Defour, Moutinho – Rodriguez, Martinez, Varela. Tipico modulo portoghese di una squadra che non ha mai mutato atteggiamento tattico ed in campo vede un solo ballottaggio possibile, quello tra Defour e Fernando a centrocampo.

2. Il giocatore
Moutinho. Mediano dotato di buona tecnica individuale e capacità di inserirsi, con 82 palloni toccati in media a partita è il punto di riferimento della squadra. Ha segnato un gol e servito due assist nella sfida contro la Dinamo Zagabria vinta 3-0. Complessivamente ha ottenuto una valutazione Opta pari a 7,51 in media nelle 6 gare disputate, dovuta soprattutto alla capacità di servire compagni per il tiro (i suoi passaggi a cui è seguito il tiro di un compagno sono 3,5 a partita: solo Farfan, Pirlo e Xavi hanno fatto meglio). Insostituibile.

3. L’allenatore
Vitor Pereira è alla seconda stagione da allenatore del Porto dopo essere stato assistente di Villas Boas. Ha ottenuto subito un trionfo in campionato e vinto due Supercoppe del Portogallo. Classe 1968, ha l’opportunità di mettersi in mostra in una società ideale in cui lavorare.

4. Il dato
8,3 tiri subiti a partita. Il Porto è la squadra che si è difesa meglio nel girone di qualificazione. Agli avversari ha lasciato le briciole. Complessivamente sono 4 i gol subiti.

5. L’analisi
Tipica squadra portoghese: gioco corto, impostazione compatta, possesso palla spesso troppo orizzontale. Il Porto è risultato particolarmente efficace in fase difensiva risultando tra le prime 5 squadre per possesso palla e – come si è visto – quella che ha subito meno tiri contro. L’asse tecnico-tattico che sostiene la squadra si sviluppa su Maicon (8,3 lanci lunghi a partita) Moutinho (di cui si è detto alla voce giocatore) e Martinez (3 gol nelle gare del girone).

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