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Matthaeus alla Juventus. Dall’esultanza della culla al calcio che conta #Juventus

Ricordate il festeggiamento di Bebeto ai Mondiali del 1994 dopo un suo gol? Il fuoriclasse brasiliano in quell’occasione mimò il gesto di cullare il figlio appena nato. E quel figlio arriverà a breve arrivare in Italia. La Juve, infatti, ha chiuso per Mattheus Oliveira, 18enne erede di Bebeto. I bianconeri hanno ingaggiato il centrocampista del Flamengo per circa due milioni di euro con un contratto quinquennale.

viaECCO IL NUOVO CAMPIONE DELLA JUVENTUS MATTHEUS OLIVEIRA BEBETO JUNIOR – YouTube.

Le 16 grandi d’Europa 7. Juventus #champions

La Juventus è in veloce risalita (25esimo posto nel ranking) a livello europeo. Doveva dimostrare con il girone di Champion’s di meritarsi un posto nel gotha europeo e ci sta riuscendo. La sfida è arrivare ai quarti di finale: due anni fa Agnelli disse che in base agli stipendi pagati la squadra doveva sempre stare tra le prime otto d’Europa, se riuscisse a passare un altro turno il suo obiettivo potrebbe dirsi raggiunto.

1. La tattica
3-5-2: Buffon – Barzagli, Bonucci, Chiellini – Lichtsteiner, Vidal, Pirlo, Marchisio, Asamoah – Vucinic, Giovinco. Se in campionato Conte ha utilizzato in due occasioni il 4-3-3 (contro il Siena nel finale e contro il Torino) in Champion’s il modulo base non è mai stato modificato. Ma non solo: gli undici giocatori della formazione tipo hanno giocato più del 90% dei minuti totali disputati dalla squadra. Rarissimi gli innesti. I turn over in Europa non esiste.

2. Il giocatore
Arturo Vidal è quello che ha ottenuto nelle sei gare disputate il rating Opta più alto con 8,1. Un centrocampista che ha già segnato 3 gol (capocannoniere della squadra con Quagliarella) e servito un assist. Fondamentale in un gruppo che qualche pecca in fatto di peso offensivo ce l’ha. Se Vucinic e Giovinco concludono 3,2 volte in media a partita lui si piazza subito dietro con 3 tiri. Il suo valore aggiunto sta nelle sue caratteristiche di giocatore universale: è anche quello che con 4,8 tackle a partita rappresenta il primo baluardo difensivo della squadra.

3. L’allenatore
Antonio Conte è al secondo anno alla guida della squadra e certamente si inserisce a pieno titolo all’interno del filone europeo degli allenatori “fatti in casa”. Le due tendenze dominanti (non solo per i successi di Guardiola) nei grandi club del resto sembrano essere quella di affidarsi ad un allenatore di grande esperienza e già vincente (Real, Psg, Bayern) oppure ad un giovane che conosca a memoria l’ambiente in cui lavora (Juve, Barcellona, Porto su tutte).

4. Il dato
21 tiri in porta a partita: la Juventus è la squadra che finalizza di più. A valorizzare questa propensione della squadra è un altro dato: il 10% dei tiri sono avvenuti dall’area piccola (solo il Man United con il 18% ha fatto meglio in questo senso). Un ottimo indice di penetrazione.

5. L’analisi
Con un rating Opta pari a 7.11 la Juventus è la seconda squadra per qualità di gioco espresso nel girone (il rating tiene conto della qualità del gioco unita alla propensione offensiva ed alla capacità di non subire, una sorta di indice sintetico delle prestazioni). Determinante ovviamente è soprattutto la capacità di concludere a rete. Consola il fatto che il rendimento della squadra sia stato progressivamente crescente. Dai tentennamenti di Londra passando per la lezione interna contro lo Shacktar e dalla distrazione con il Nordsjelland. Da lì in poi un monologo che attende ora banchi di prova più importanti per verificare realmente il valore assoluto di questo gruppo a livello europeo.

I dati sono presi dal sito whoscored.com

Le 16 grandi d’Europa 6. Porto – #champions

Piazzatosi al secondo posto dietro al Psg nel gruppo A il Porto è stato tra le migliori squadre del turno a gironi di Champion’s. Da sempre stranamente sottovalutato, il club lusitano in realtà è tra quelli che meglio si sono piazzati nelle competizioni europee ed al momento sono al settimo posto nel ranking Uefa.

1. La tattica
4-3-3: Helton – Danilo, Maicon, Otamendi, Sandro – Gonzalez, Defour, Moutinho – Rodriguez, Martinez, Varela. Tipico modulo portoghese di una squadra che non ha mai mutato atteggiamento tattico ed in campo vede un solo ballottaggio possibile, quello tra Defour e Fernando a centrocampo.

2. Il giocatore
Moutinho. Mediano dotato di buona tecnica individuale e capacità di inserirsi, con 82 palloni toccati in media a partita è il punto di riferimento della squadra. Ha segnato un gol e servito due assist nella sfida contro la Dinamo Zagabria vinta 3-0. Complessivamente ha ottenuto una valutazione Opta pari a 7,51 in media nelle 6 gare disputate, dovuta soprattutto alla capacità di servire compagni per il tiro (i suoi passaggi a cui è seguito il tiro di un compagno sono 3,5 a partita: solo Farfan, Pirlo e Xavi hanno fatto meglio). Insostituibile.

3. L’allenatore
Vitor Pereira è alla seconda stagione da allenatore del Porto dopo essere stato assistente di Villas Boas. Ha ottenuto subito un trionfo in campionato e vinto due Supercoppe del Portogallo. Classe 1968, ha l’opportunità di mettersi in mostra in una società ideale in cui lavorare.

4. Il dato
8,3 tiri subiti a partita. Il Porto è la squadra che si è difesa meglio nel girone di qualificazione. Agli avversari ha lasciato le briciole. Complessivamente sono 4 i gol subiti.

5. L’analisi
Tipica squadra portoghese: gioco corto, impostazione compatta, possesso palla spesso troppo orizzontale. Il Porto è risultato particolarmente efficace in fase difensiva risultando tra le prime 5 squadre per possesso palla e – come si è visto – quella che ha subito meno tiri contro. L’asse tecnico-tattico che sostiene la squadra si sviluppa su Maicon (8,3 lanci lunghi a partita) Moutinho (di cui si è detto alla voce giocatore) e Martinez (3 gol nelle gare del girone).

La rosa della #Juventus nella top ten mondiale – #calcio #business

In attesa di tornare nella top ten per quanto riguarda i risultati ottenuti a livello europeo (attualmente il ranking la vede al 25esimo posto a causa delle assenze degli ultimi anni dalla Champion’s) la Juve si consola rientrando nelle dieci rose mondiali di maggior valore secondo il sito brasiliano Pluri Consultoria.

Lo riporta Marco Bellinazzo nel suo blog sul sito de Il Sole 24 Ore, che rappresenta certamente un punto di riferimento per chi si interessa di business sportivo.

Il Barcellona é il club che ha il parco giocatori con il più alto valore di mercato in tutto il mondo: 671 milioni di euro di valutazione totale, con un valore medio di 25,8 milioni a giocatore (in rosa i blaugrana sono 26) e con un miglioramento del 7,2% rispetto all’anno scorso.

Nella classifica stilata dal sito brasiliano Pluri Consultoria, al secondo posto c’é il Real Madrid (593 milioni), davanti al Manchester City (489), al Manchester United (452), al Bayern Monaco (429), al Chelsea (380), al Paris Saint Germain (321), alla Juventus (307), all’Arsenal (291) e al Tottenham (249), che completano la top 10.

Le altre italiane: Milan 13 esima, Inter 16esima, Napoli 17esimo.

El Shaarawy è già un top player – @whoscored #milan

Il Faraone Stephan El Shaarawy è già un top player. A dirlo non sono solo il gol ed il peso degli stessi segnati fino a questo punto nel Milan, ma una interessante ricerca di whoscored.com che lo raffronta ai migliori d’Europa inserendolo nel quadrante dei più produttivi.

Questa tabella mostra nell’asse verticale i gol segnati dai migliori dei primi 5 campionati europei fino a questo momento. Si parte da un minimo di 8. Nell’asse orizzontale invece si è voluto vedere il “tasso di conversione” in gol delle occasioni create. In sostanza un dato percentuale che mostra la prolificità del giocatore in rapporto alle situazioni da gol avute.

Semplificando, nel quadrante in alto a destra ci sono quelli che hanno molte occasioni e segnano molto. In quello alto a sinistra quelli che segnano meno di quel che potrebbero, in quello in basso a destra quelli che segnano più di quanto la squadra li metta in condizione di fare, in quello in basso a sinistra quelli che non segnano molto nonostante molti tentativi. L’obiettivo quindi sarebbe quello di essere nella posizione più alta e a destra possibile: in quella posizione è piazzato Leo Messi. Chi altri poteva star lì?

Menzione di merito per Klose: segna più di tutti in rapporto alle occasioni create. Dietro a lui il centravanti ungherese del Mainz, Adam Szalai: 8 gol fin qui e un ottimo tasso di conversione (è un 1987, non giovanissimo ma interessante).

Torniamo al Faraone. Per lui un posizionamento nel quadrante dei più forti. Decisivi i 12 gol in campionato (non vengono presi in considerazione i 2 in Champions). Una curiosità sul suo impiego: quest’anno ha giocato 8 volte da attaccante sinistro, 6 volte in posizione più arretrata, 5 volte al centro dell’attacco. Ebbene, nelle 8 gare da punta sinistra ha segnato 9 reti, più di una a partita (contro 3 e 2 nelle altre posizioni). Molto chiaro quale sia la sua posizione ideale.

Un fatto quest’ultimo che permette di far notare come nel primo quadrante in realtà siano prevalenti i giocatori che non sono dei centravanti puri (come Ibra e Messi) pur con caratteristiche molto diverse. Due soli i centravanti puri (Gomis e Falcao) mentre Michu rappresenta un giocatore abituato ad agire centralmente ma (partendo anche da molto lontano e partecipando molto al gioco) non certamente come prototipo del centravanti tipico.

Fiorentina, i 3 segreti della squadra di Montella

Dicono che quello della Fiorentina sia il miglior gioco della serie A quest’anno. Ma stando ai numeri in cui la squadra viola è più performante pare di essere soltanto in presenza di un gioco all’italiana un po’ più evoluto (i dati sono Opta pubblicati da whoscored.com.

1. La Fiorentina è la squadra che fin qui (15 gare giocate) ha segnato più gol su calcio piazzato (10). Ha il quarto attacco della serie A (27 gol come l’Inter). E’ invece quarta per gol fatti su azione (15, come la Lazio e le milanesi).

2. La difesa è più performante (terza con 14 gol subiti, meno di uno a gara: una media che la avvicina a Napoli e Juve), ma soprattutto è prima per tiri concessi agli avversari: 8,8 a partita.

3. Fin qui è la squadra che ha espresso le migliori doti tecniche individuali in termini di dribbling: 11,9 a partita (come l’Inter).

98. Il tacco di Mancini #calciotop100 #footlegend

100 episodi da leggenda che hanno fatto la storia del calcio

Lazio 2-1 Parma, Stadio Olimpico
17 gennaio 1999, Serie A

A Parma in un freddo posticipo notturno di gennaio Roberto Mancini illumina e riscalda il campionato italiano con una perla di rara bellezza. Esemplare il gesto tecnico: un colpo di tacco al volo mettendo sotto l’incrocio una palla calciata da Sinisa Mihajlovic da calcio d’angolo, all’altezza del primo palo, vertice dell’area piccola. Uno dei gol più belli della storia della Serie A italiana per la semplicità del gesto tecnico di un Mancini quasi irridente che batte un giovanissimo Buffon con un colpo di genio.

Hanno detto: “E’ stato un gol importante ma non abbiamo vinto nulla; siamo a metà del guado” (Roberto Mancini).

Nel calcio si può essere vincenti anche senza fare incetta di trofei internazionali prestigiosi. Nella sua carriera Roberto Mancini ha vinto due scudetti, con Samp e Lazio, che per peso specifico valgono quanto 10 vinti con Juve, Milan o Inter. Ha avuto un rapporto pessimo, dopo un buon Europeo 1988, con la maglia azzurra, anche quando meritava palesemente la convocazione. Il gol segnato quel giorno al Parma – ed il commento dopo partita – definiscono il carattere di un vincente di razza, che a fine campionato si sarebbe accontentato del secondo posto dietro al Milan, rinviando tutto all’anno successivo, accettando un ruolo meno appariscente, quasi da capitano non giocatore al fianco di Eriksson. La carriera da allenatore gli sta rendendo, probabilmente, quel che la carriera da giocatore non gli ha dato, avendolo messo sempre nella condizione di allenare squadre capaci di primeggiare per investimenti di mercato prima ancora che sul campo.

Nel calcio vince chi spende di più. Ma il declino italiano non è ancora irreversibile #libri #economia

Uno dei “meriti” della crisi economica del calcio italiano è rappresentato dal fatto di aver allargato la platea di gente che scrive e si interessa di questioni economiche legate alla gestione di una società di calcio.

Nei giorni scorsi – attratto soprattutto dal corposo compendio statistico – ho scaricato l’ebook di Stefano Righi “Palloni bucati”.

Effettivamente il compendio statistico merita e vale da sè i 2,99 euro spesi. Il resto invece lascia un po’ a desiderare. Righi – giornalista del Corriere della sera – parla delle questioni economiche del calcio e muove anche delle critiche qua e là alle società italiane ed al malcostume (che sfocia nell’illegalità) del nostro calcio, ma non riesce ad andare oltre la retorica di questi giorni.

Complessivamente l’ebook è scorrevole e si legge d’un fiato. Ma pare più una somma di cose scritte a uso e consumo di un largo pubblico da rassicurare (atteggiamento tipico dei giornali italiani che sembrano quasi impauriti quando hanno la possibilità di distinguersi gli uni dagli altri) più che una analisi innovativa ed in grado di guardare oltre.

Lo si nota in particolare in due passaggi superficiali laddove Righi afferma che “il 15% della società nerazzurra (l’Inter) è nel portafoglio della China Railway Construction Corporation”, ignorando forse che questa notizia è stata negata e smentita dai cinesi stessi.

Per affrontare bene il tema degli investimenti esteri nel calcio italiano serve una uscita temporanea dal mondo puramente calcistico chiedendosi perché l’intero sistema italiano in questo momento soffra della mancanza di investimenti dall’estero. Magari leggendo Pietro Ichino che dedica una ventina di pagine della sua “Intervista sul lavoro” a quello che lui (componente del Comitato investitori esteri di Confindustria) definisce “L’accordo tacito che chiude l’Italia”.

Una analisi, quest’ultima, che stima in 30-35 miliardi la possibilità annua di afflusso di capitali dall’estero se il paese fosse in grado di allinearsi agli standard europei (in questo momento siamo penultimi, davanti solo alla Grecia, per capacità di attrattiva). Difficile non pensare che una tale mole di investimenti non possa riversarsi anche sullo sport più popolare. Per un approfondimento rimando chi vorrà al libro del professor Ichino, in particolare da pagina 149 in poi.

In un altro passaggio Righi afferma con un tono un po’ troppo enfatico:

Deve essere ben chiaro a tutti che non esiste correlazione tra le spese per acquistare calciatori di grido e risultati sportivi della squadra che può schierare quei calciatori.

Una affermazione decisamente smentita da Ferran Soriano nel suo libro “Il pallone non entra mai per caso” in cui l’ex vicepresidente del Barcellona parla del modello gestionale della società Catalana dal 2003 al 2008. Afferma Soriano:

Nel 1999 gli economisti Stefan Szymanski e Tim Kuypers analizzarono a fondo la relazione tra i risultati sportivi ottenuti dai club e i salari relativi, usando dati riguardanti un decennio di campionato inglese (90-99). Il rapporto che scoprirono costituisce la risposta alla domanda che potrebbe porsi un matematico appassionato di calcio: esiste una variabile che spieghi i risultati sportivi di una società calcistica? Sembra proprio di si, e si tratta dei salari che il club paga, in rapporto a quelli pagati dagli avversari.

Insomma, il modello esiste eccome, e al di là di sterili dispute dialettiche mi sembra anche abbastanza incontestabile.

Ora, possiamo anche augurarci che una società come il Napoli che riesce a tenere il livello salariale molto al di sotto dei diretti competitor vinca il titolo, ed ammettere così che De Laurentis abbia saputo creare un modello vincente. Ma difficilmente questo nel lungo periodo ci potrà apparire come una regola anzichè come una felice casualità.

Che fare quindi? Rassegnarsi al declino? Vendere i migliori e adeguare i conti ad un calcio che non ha più risorse fresche da investire?

La risposta, che tanti analisti calcioeconomici dell’ultim’ora sembrano ignorare, si sposta dai costi ai ricavi, ovvero alle strategie per rendere i marchi calcistici italiani realmente globali, andando a vendere il prodotto “calcio” laddove i mercati crescenti stanno destinando quote significative del proprio consumo ai simboli del gioco più bello del mondo.

Una risposta che – a mio modo di vedere – deve partire tuttavia da una strategia complessiva, affinché a crescere sia l’intero movimento calcistico nazionale e non la singola società. In futuro probabilmente tornerò su questi aspetti, che per ora mi limito qui ad accennare.

La motivazione culturale, secondo cui gli italiani non sarebbero in grado di darsi regole comuni e rispettarle, nemmeno in nome di una crescita economica altamente prevedibile oltre che necessaria, non può più reggere e non è più accettabile. Pena il declino definitivo della nostra storia calcistica.

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