Archivio autore: armagio

Il futuro alle spalle (5). Nel paese della rete lumaca.

L’Italia è l’unico Paese europeo in cui si registra un picco di velocità di connessione media al di sotto dei 20 Mbps. Potrei fermarmi qui e darvi l’addio, perché la premessa è imbarazzante, e chiunque voglia scrivere di startup, Pmi tecnologiche, web e altro partirebbe scoraggiato. Ma siamo italiani, quindi siamo bravi a raccontarcela e quindi faremo finta che è colpa della politica, che come scusa va bene sempre.

Ma andiamo avanti. In Italia, la velocità media di connessione nel terzo trimestre 2013 si conferma intorno ai 4.9 Mbps, più veloce del 24% rispetto allo stesso periodo lo scorso anno. Il picco medio di velocità di connessione raggiunto nel nostro Paese è pari a 18.2 Mbps, inferiore del 4.9% rispetto allo scorso anno e del 22% rispetto al trimestre precedente. Rispetto allo scorso trimestre, in Italia, l’adozione di high broadband è aumentata dello 0.5%: ad oggi il 3.7% degli italiani utilizza connessioni al di sopra dei 10 Mbps, una crescita del 40% rispetto allo stesso periodo lo scorso anno. Sebbene l’adozione della banda larga sia aumentata del 93% rispetto al 2012, essa è però diminuita del 6.4% rispetto al trimestre precedente, stabilizzandosi al 49%. Italia e Turchia sono le uniche nazioni europee a registrare un tasso di adozione broadband inferiore al 50%.

Insomma, comunque la vogliate leggere la situazione è talmente paradossale da disincentivare non solo gli investimenti infrastrutturali, ma anche la concentrazione sull’Italia come mercato potenziale di servizi ad alto valore aggiunto. Eppure continuiamo a raccontarcela. Non sarà che oltre alla politica a questo paese manca anche una classe imprenditoriale, intesa come “grande capitale” capace di rispondere alle esigenze della modernità investendo convintamente sulla tecnologia?

Il futuro alle spalle (4). Sorpresa! Mamma Rai regina dei social

Devo ammettere che mi ha stupito assai leggere la notizia diffusa da Blogmeter il 13 gennaio scorso, secondo cui “La Rai è l’editore più citato su Twitter con quattro programmi presenti in classifica”.

In altre parole, se è vero che Masterchef (Sky) e Servizio Pubblico (La7) si aggiudicano primo e terzo posto in classifica, insieme a C’è posta per te (Canale5) che sale sul podio al secondo posto, l’editore più forte rimane anche quello che nell’immaginario collettivo è più vecchio di tutti.

Va ricordato che le metriche considerate da Blogmeter nell’elaborazione della Top Social TV Programs sono il numero di tweet (che citano la trasmissione, gli hashtag e l’account ufficiali), gli autori unici, le unique impressions (somma dei follower degli autori unici che hanno menzionato il profilo) rilevate attraverso l’utilizzo della nuova piattaforma proprietaria socialTVmeter. Oltre alla classifica settimanale, è possibile conoscere quotidianamente, seguendo l’account @Blogmeter, il programma più discusso su Twitter nella serata precedente.

Mamma Rai non sale sul podio, come si è già potuto notare, ma si distingue per la quantità di prodotti di successo: in particolare due programmi di approfondimento di RaiTre, “Presa Diretta”, (quarto posto con 10.100 tweet, 3.200 autori unici, 5,5 milioni di unique impressions) e “Ballarò” (quinto posto: 8.000 tweet, 3.400 autori unici, 3,5 milioni di unique impressions). Gli altri due programmi di punta sono “Che tempo che fa” su RaiTre con 5.100 tweet, spediti da 2.400 autori unici, per complessivi 2,8 milioni di u.i. (ottavo) e “Chi L’ha visto” di RaiTre che genera 3.300 tweet, provenienti da 603 autori unici, per complessivi 517.600 u.i.

Per quanto riguarda la performance dei singoli editori, la piattaforma satellitare Sky conquista la prima posizione del rating con “Masterchef”, ma è la Rai a svettare con ben quattro trasmissioni di RaiTre presenti, seguita da Mediaset con tre e da La7 e Discovery con una a testa.

Una sfida interessante in cui sinceramente è difficile dare una lettura univoca. Quel che è evidente al di là di facili sociologie è che il “sistema” Rai sembra ancora funzionare ed avere un futuro, mentre i concorrenti riescono a far breccia con la novità dei format.

Flower news

mandela

Pare che la notizia della morte di Nelson Mandela sia stata data prima di qualsiasi altra fonte sul web da un negozio di fiori.

Mi piacerebbe tornare al 1996 per convincere mia mamma a non vendere il suo, di negozio di fiori. Forse oggi sarei un giornalista con qualche certezza in più.

Il futuro alle spalle (3). Nonni insospettabili

La demografia del web è un aspetto importante se si vogliono capire le strategie digitali da mettere in atto a tutti i livelli.

Su Twitter, ad esempio, la fascia d’età a maggior crescita è quella tra i 55 e i 64 anni.

In molti stanno riflettendo sul fatto che è una strategia utile pensare che le persone anziane e meno alfabetizzate siano disponibili a sostenere la carta a tutti i costi.

I dati sono avvalorati (per qualcuno, soprendentemente) se si guarda al più immediato fenomeno di business del web: l’e-commerce. Basta leggere i numeri dello studio elaborato dall’Osservatorio sull’e-commerce Ipsos-Webloyalty, condotto su 1500 consumatori online nel nostro Paese.

Vediamo ad esempio fasce d’età che più ricorrono all’e-commerce, effettuando un elevato numero di acquisti. Se, come è lecito attendersi, i più attivi sono nella fascia 25 – 34 anni (80,1% di grossi acquirenti), seguiti a brevissima distanza dai giovani tra i 18 e i 24 (79,6% nella stessa categoria), bisogna sottolineare come ben il 68,4% degli ultrasessantacinquenni sia annoverabile tra gli “heavy buyer”, superando i 55-65enni (68,4%), posizionandosi in tal modo immediatamente alle spalle della fascia 45-54 anni (73,4%) e non lontano da quella 35-44 anni (in cui il 76,6% è composto da “grossi acquirenti”).

Stiamo insomma entrando nell’era del nonno multimediale.

Forse, insospettabilmente, prima di rendercene conto.

Preti (8). Le madonne

Perché le apparizioni non capitano mai agli scienziati?

In coma è meglio

Il futuro alle spalle (2). Startup e dintorni: #bastacazzate

Interessandomi in questi anni di tecnologia, internet e startup non posso non condividere l’urlo di dolore lanciato recentemente da alcuni amici attraverso il blog Virtualeco e diffuso con l’hashtag #bastacazzate.

In sostanza #bastacazzate è una lista di semi-citazioni e storie vere, creata a più mani, da chi le startup non le racconta a pitch, convegni, seminari ma le realizza – come fornitore – per conto di qualcun altro.

Io voglio qui solo aggiungere una piccola riflessione personale.

Mi pare che a Brescia lo spirito di #bastacazzate sia quello dominante, almeno nell’ultimo anno. Anche se si vedono ancora titoli di giornale che annunciano che uno startup weekend farà nascere aziende a rotta di collo; anche se si continua a parlare di internet come di un mondo a parte e non come di questo mondo, quello che stiamo vivendo; anche se in fondo startupper e professionisti della rete sono ancora visti come alieni da raccontare con stupore anziché da capire.

Due sono le testimonianze.

La prima deriva dalla svolta data al Pane web e salame. L’edizione 2013 era sottotitolata “Come il web mi ha salvato la vita”. Ha raccontato storie di persone che hanno sostanzialmente un comune denominatore: hanno utilizzato il web come leva in grado di moltiplicare le proprie opportunità, come strumento in grado di velocizzare la conoscenza (intesa come idea ma anche come il “farsi conoscere”).

La mia preferita è la storia di Giulio Vita, creatore de La Guarimba film festival. Sarà per quello spirito a metà tra il nuovo-nuovo cinema paradiso, sarà per l’operosità attiva che lui ha messo alla base della sua idea, sarà perchè effettivamente quest’estate in quel paesino sperduto della Calabria ci è arrivato un macello di gente. Insomma, poche cazzate, il web come mezzo e non come fine. Sembra il classico uovo di Colombo.

L’altro momento chiave è stato lo startup weekend di Brescia. L’idea vincente è legata agli orti urbani. Non so dirvi se “Orto cittadino”, l’idea partorita da Andrea Piva, diventerà effettivamente una azienda (quando dico questo il mio retropensiero è: sei una azienda se sei redditizia, non se spendi il capitale che qualcuno ti sta prestando senza farlo fruttare). Ma il fatto che il team sia riuscito a convincere unendo tre aspetti: un social network agricolo, un orto urbano partecipato, l’utilizzo di terreni recuperati, mi sembra decisivo e testimone di una svolta rispetto al passato.

Una startup, insomma, è una startup. Anche se apro un bar ho una startup.
Seguire la check list di riferimento suggerita da Virtual Eco mi sembra un primo passaggio per capire se si è in linea con il #bastacazzate o meno (la trovate qui). Per il resto vi serviranno tanto sudore e, perchè no, la consueta dose di fortuna.

Good luck.

One hour photo

One hour photo è il film che meglio di qualsiasi altro fotografa esattamente la realtà ai tempi dei social network, ma risale a pochi anni prima che i social network nascessero. Ovvero al 2002.

Seymour Parrish è un uomo timido e solitario che lavora da vent’anni in un grande magazzino nella sezione sviluppo fotografie, talmente ossessionato dal suo lavoro che nella sua mente immagina di far parte della famiglia di una sua assidua cliente, Nina (sposata con Will e madre di Jack, ancora bambino), Seymour nel tempo è arrivato addirittura a duplicarsi molte delle foto della famiglia di Nina per conservarle con se a casa propria, lo stesso Seymour verrà licenziato una volta scoperta questa sua inquietante abitudine, ma l’uomo conserverà con se un segreto di cui è venuto a conoscenza grazie al suo lavoro e presto attuerà la sua vendetta.

Nel 2013 siamo tutti un po’ Seymour Parrish. Spesso, fortunatamente, al netto delle ossessioni da thriller.

Preti (7). Eucarestia

Ok Sodoma, ma quelli di Gomorra, che hanno fatto?

da: In coma è meglio

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