Monthly Archives: dicembre 2010

2011. Mission impossibile. Ripartire dalla provincia senza provincialismo. Pulendo lo zerbino di casa

“Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’ un cantante:
giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
e un cazzo in culo e accuse d’ arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…”

Jebediah Wilson commentando il mio pezzo dei giorni scorsi su Brescia e la mancanza di un’avanguardia culturale della città dice: L’italia è stata fatta 150 anni fa e gli italiani ancora non esistono. Non esistiamo perchè non abbiamo una storia condivisa. Io trovo tuttavia che una radice comune, da destra a sinistra, questa Italia ce l’abbia e stia scritta nella sua storia. E’ il provincialismo. Lo dico senza giudizi di valore sul termine stesso.

Francesco Guccini ne L’Avvelenata riesce a dare al termine provincialismo un’accezione quasi positiva, salvifica, di rifugio. Romano Prodi ha usato il termine provincialismo parlando in Cina per sintetizzare le difficoltà dell’Italia nel mercato mondiale. Forse è proprio a lui che si deve negli ultimi 15 anni l’unico sussulto anti-provincialismo: quella tassa sull’Europa che ci fece fare il miracoloso recupero per entrare nell’Euro. Il Tempo si è lanciato in una difesa d’ufficio condivisibile:

Provincia non significa malevolmente provincialismo. Sembrano due termini dallo stesso significato. L’aggettivo è malevolo. Il sostantivo è la caratteristica del luogo che ha arte, mestieri, intraprendenza, e spirito di sacrificio.

Aldo Forbice qualche settimana fa parlava di provincialismo nel dibattito Fiat indicando l’uscita:

tutte le parti sociali dovrebbero partecipare a un confronto aperto perché “le verità scomode”, come afferma ora anche Romano Prodi,non si possono ignorare o demonizzare.

Oggi sul Corriere gli ha fatto eco Ernesto Galli della Loggia che in mezzo a (presunti) qualunquismi aggiunge che:

Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità. Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.

Ma siamo intrisi di provincialismo al punto che anche le avanguardie come dovrebbero essere i blogger secondo gli studi di Linkfluence ne sono permeate. Ed il fatto stesso che io venga qui a citare Linkfluence, che fino a due ore fa nemmeno sapevo cosa fosse, dimostra che pure io sono un banalissimo provinciale.

Al termine PROVINCIA Repubblica ha dedicato queste due pagine interessanti. In cui Giorgio Bocca dice che la provincia:

è il luogo dei buoni ricordi, dei buoni cibi, dei buoni amici, ma anche la prigione da cui si sogna di fuggire per andare a conoscere il mondo

Ma c’è di più. E qui sta il problema. Il nostro provincialismo sfocia in qualcosa di ancor più radicato: si chiama familismo, ed è un atteggiamento sociale tribale che nelle sue peggiori derive solidali sfocia in fenomeni mafiosi, mentre in quelle politiche dà luogo a malcostumi radicati come parentopoli, che per il nostro presidente del Consiglio sono addirittura giustificabili in base al colore politico:

Dell’editoriale-sfogo di Galli della Loggia io ho estrapolato soprattutto la richiesta di terapie radicali. La ragione mi porta a pensare che l’auspicio sia dovuto più che altro alla dolorosa constatazione dell’irriformabilità di un paese che non ha una minima parvenza di coscienza sociale ed invoca sempre qualcosa di lontano per creare un comodo alibi. L’amputazione al posto della cura. Ma in resaltà siamo noi stessi a non funzionare. Ernesto Che Guevara banalmente diceva che “non avremo mai una città pulita se non iniziamo dallo zerbino di casa”.

Il bivio è banalissimo. O tutti si impongono in una sorta di autoterapia collettiva di pulire lo zerbino di casa, o non ci resterà che l’amara ma inevitabile attesa della guerra, sola igiene del mondo.

Un anno di calcio… visto da me

Spagna e Inter, due facce di un calcio vincente che sintetizzano quello che è stato il 2011. Stile completamente diverso, calcio tecnico contro calcio tattico, per confermare quel che si sa già: non esistono verità assolute nel gioco più bello del mondo, ed è questo probabilmente a renderlo così speciale.

La Spagna Campione d’Europa e del Mondo bissa un successo sportivo che era riuscito esattamente un decennio fa alla Francia. Ma questa impresa è ancor più grande perchè sorretta dalla capacità di fare scuola acquisita dagli spagnoli. Oggi la Liga è il secondo campionato più ricco al mondo, mantiene i difetti di sempre dati dalla eccessiva prevedibilità del risultato finale (solo 3 vincitori diversi in questo decennio, 5 negli ultimi 20 anni – come in Inghilterra, paese che merita un discorso a parte – 4 e 6 in Italia, 3 e 9 in Francia, 5 e 6 in Germania) ma è riuscita a tradurre le sue eccellenze (Real e Barcellona) e l’identità nazionale del suo campionato in risultati della nazionale. Non è un caso se la Liga è tra i primi campionati d’Europa quello con meno stranieri: 185 su 491 (il 37,7% ovvero 9 per squadra mentre la Premier con 333 stranieri tocca il 65,4% la Bundesliga con 249 il 48,4%, la serie A con 272 il 47,7%, la Ligue 1 con 215 il 41% – dati transfermarkt.co.uk) ma il secondo (dopo la Premier) per valore medio degli stessi stranieri ingaggiati (4,5 mln di sterline contro i 5,5 dell’Inghilterra e i 3,7 mln di uno straniero medio della serie A). In altre parole: senza nessuna regola inutile si è difeso il prodotto interno, si è puntato su stranieri di qualità, si è continuato a produrre calcio di livello. Il risultato è: calcio vincente. Il Barcellona rappresenta la punta dell’iceberg di questo movimento che spontaneamente ha trovato un elisir di lunga vita. Dopo questa analisi dilungarmi su quanto sono belli e bravi gli uomini di Guardiola mi sembrerebbe superfluo. Per questo trovo ridicolo che tanti club d’Europa cerchino l’allenatore blaugrana non capendo che lui stesso è solo un ingranaggio di un meccanismo vincente.

Un meccanismo che si è inceppato contro l’Inter in semifinale di Champion’s. Quella doppia gara rappresenta l’unico passaggio a vuoto del calcio spagnolo nel 2011. Non parlerò qui di errori arbitrali, alchimie e fortuna. C’è un dato che non è mai stato sufficientemente sottolineato: l’Inter quest’anno ha sempre affrontato le gare di ritorno di Champion’s potendo puntare anche sullo 0-0, ovvero da una posizione di vantaggio. Dagli ottavi in poi si sono giocati in totale 630′ e la qualificazione non è stata in mano all’Inter per soli 33′ (4′ contro il Chelsea, 29′ contro il Barcellona) ed è stato di perfetta parità (iniziale) per 122′ (3′ contro il Chelsea, 19′ contro il Barcellona, 65′ contro il Cska, 35′ contro il Bayern).
Avere una condizione di vantaggio per il 75% del tempo contro le squadre migliori d’Europa è segno di grande forza, farlo impostando un gioco basato sulla ripartenza, sulle azioni di rimessa e sulla solidità difensiva più che sull’imposizione di tempi e ritmi della gara significa avere qualità tattiche di livello superiore che solo i miopi non possono riconoscere. Un successo difficilmente ripetibile ma di grande valore, frutto di un insieme più che di una somma di valori singoli, di un collettivo. Anche per questo giustamente di quella squadra alla fine si è enfatizzato soprattutto il ruolo dell’allenatore (giustamente).
Ed è veramente miope quel che è successo alla fine, con il cambio indotto dall’addio del tecnico e l’epilogo di questi giorni con un sostituto che è stato stritolato dallo spogliatoio. Del caso Benitez sfociato nell’ingaggio di Leonardo mi sono dato questa spiegazione. Un gruppo vincente che non è stato rinnovato e quindi ha mantenuto inalterati valori e gerarchie ha rigettato il tecnico imponendo di fatto un nome gradito, quello del brasiliano più milanese del mondo, un allenatore senza esperienza ma evidentemente vicino al sentire dello spogliatoio. Le prese di posizione di Zanetti e Materazzi, senatori del gruppo, lo hanno fatto capire benissimo. Ai prossimi sei mesi l’ardua sentenza.

Quel che il calcio italiano dovrebbe imparare dall’Inter mourinhana è che il ritorno ad una impostazione tradizionalista delle nostre squadre è l’unico che può dare risultati. Me ne convincevo riguardando alcune finali degli anni ’90 quando andavamo al doppio degli altri, giocavamo meglio, non ci scoprivamo, ma facevamo un gran male! Ed invece il nostro calcio quest’anno ha perso una squadra in Champion’s ed anche nel secondo semestre con la debacle in Europa League (e l’eliminazione della Samp nei preliminari di Champion’s) ha confermato di esprimere in questo momento un livello tecnico che la mette alle spalle di quanto di meglio produce l’Europa, e non solo.

Nel frattempo assistiamo all’ascesa della Bundesliga che ha mandato una squadra in Finale di Champion’s e si appresta a celebrare la promozione a 4 squadre del proprio campionato nella massima competizione continentale. Per me quello tedesco è il calcio che esprime il livello medio più alto d’Europa. Non a caso è quello che mantiene la più alta variabilità della vittoria finale in campionato (si veda sopra) e migliora il proprio ranking europeo a spese dell’Italia.

Crisi, invece, per il calcio inglese. La Premier rimane il campionato più ricco (anche perchè negli ultimi anni è il solo che – nel bene e nel male – ha attratto gli investimenti dei mecenati stranieri) e sul profilo tecnico probabilmente è ancora quello con il più alto livello. Ma negli ultimi anni è stata la negazione di se stessa, con ManUtd, Chelsea, Arsenal e Liverpool sempre nelle prime quattro posizioni. Una gerarchia scalfita al momento solo dai petroldollari del City. Nessuna semifinalista in Champion’s quest’anno e una situazione debitoria dei club (Manchester, Liverpool e Arsenal su tutti) assai preoccupante. Il prodotto commerciale migliore ha generato il calcio migliore per qualche anno ma non un modello economico sostenibile: quello che al calcio europeo di oggi serve realmente.

La nazionale inglese ha fatto l’ennesimo buco nell’acqua, ma oggettivamente Capello ha ottenuto a mio modo di vedere il massimo da un gruppo che in patria fa da comprimario rispetto ai big stranieri. Un dato: la nazionale inglese ha mandato in campo contro la Germania 5 giocatori su 11 che hanno partecipato all’ultima Champions (in squadra anche un giocatore retrocesso…), i teutonici hanno risposto con 8 su 11. La Spagna in finale ne schierava 10 su 11, l’Olanda finalista (che tuttavia ha dinamiche diverse essendo una nazione d’esportazione calcistica) 5 su 11, proprio come l’Inghilterra.

Per il 2011 che dovrebbe anche vedere una accelerazione sul Fair Play finanziario si aprirà un nuovo decennio in cui credo che tra gli obiettivi del calcio europeo ci sia quello di trovare finalmente una via economicamente sostenibile e lontana dal mecenatismo imperante al modello di gestione attuale. Una sfida difficile ma non impossibile, per il bene di tutti.

L’altro lato della medaglia, la fuga di cervelli

Giovane, laureato, proveniente dalle ricche zone industriali del Nord-Est e Nord-Ovest d’Italia: è questo l’identikit della nuova emigrazione che cerca lavoro all’estero perché non lo trova in Italia. Lo rivela – sulla base di dati ISTAT- la trasmissione “Giovani Talenti” di Radio 24.

La “fuga dei cervelli” ha cambiato pelle a partire dalla seconda metà degli anni 2000. I dati ISTAT, elaborati sulla base di bilanci demografici e sui trasferimenti di residenza, evidenziano che l’emigrazione è scesa in valore assoluto: nel 2009, l’anno più recente per disponibilità dei dati, 48.327 cittadini italiani si sono trasferiti all’estero, in calo dai 53.924 del 2008. Un dato che mostra comunque una certa costanza. A partire dal 2003: in media 50mila italiani. Ogni anno, cambiano residenza ufficialmente per andare all’estero. A loro si affiancano le migliaia di connazionali che – non censiti – lasciano il Paese, mantenendo nella Penisola la residenza.
Ma il livello di istruzione di chi lascia la penisola è il vero dato allarmante: il numero complessivo dei giovani con titolo di studio elevato, soprattutto quelli provenienti dalle regioni più industrializzate d’Italia alla ricerca di un impiego qualificato, è letteralmente esploso, passando dai 3.835 del 2002 al 8.936 del 2008. La loro percentuale sul totale degli espatri è salita così dal 9,7% al 16,6%. Nell’arco degli anni 2000 è dunque quasi raddoppiata. Al contrario è diminuita la quota dei diplomati in uscita: in sette anni si è passati dal 30,1% al 22,3%. Stabile la categoria “Altro titolo di studio” (61,1% nel 2008).
Dal 2004 al 2008 il periodo in considerazione, risulta che:

Ancora più sorprendenti le rilevazioni su titoli di studio e provenienza geografica.
Nord – In fortissima crescita appare l’emigrazione dal Centro-Nord: A) gli espatriati dal Nord-Ovest sono passati dai 9.932 del 2004 ai 15.209 del 2008 (+53,1%); di questi i laureati sono cresciuti del 90,9 % B) gli emigranti dal Nord-Est sono cresciuti, nello stesso periodo, del 63,5% (da 7165 a 11.712); di questi i laureati sono cresciuti del 93,8 %

Centro – In forte aumento anche la nuova emigrazione dal Centro: +58,4% nel periodo 2004-2008 (da 5.921 a 9.378); di questi i laureati sono addirittura saliti del 153%

Sud – Appare in calo sia quella dal Sud ( -37,3%), con 10.804 espatri nel 2008, a fronte dei 17.244 del 2004, sia quella dalle isole ( -35,5%); di questi i laureati emigrati sono +28,1%, un dato più contenuto rispetto alle altre aree d’Italia, e dalle isole +55,6%.

Quindi analizzando i dati l’anno di svolta appare il 2007, quando l’emigrazione dal Nord ha continuato a crescere, mentre quella dal Sud è calata.

Infine l’età, nel 2008 il 54,1% degli emigrati dall’Italia aveva un’età compresa tra i 25 e i 44 anni. Un dato in crescita rispetto al 48,8% del 2004. Che mostra come, ad emigrare, siano le classi di età più produttive. Nel Centro Nord la percentuale di 25-44enni sul totale degli emigrati ammontava – nel 2008 – al 57,3% del totale, contro il 47,6% del Mezzogiorno.
Tra le mete di espatrio, si confermano prevalenti le destinazioni europee e nordamericane: Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Spagna e Stati Uniti. Se consideriamo solo i laureati, il loro flusso si concentra – nell’ordine – su: Gran Bretagna, Germania e Svizzera. Percentualmente, la quota maggiore di laureati italiani emigranti si registra per il Lussemburgo, seguito da Emirati Arabi Uniti e dalla Cina.

Le radici della crisi

Come è possibile sostenere che la crisi economica è iniziata nel 2008 se Brescia negli ultimi 8 anni ne ha avuti 6 in cui ha dovuto registrare un segno meno alla voce produzione?

Siete ancora così convinti che la crisi che la nostra provincia attraversa sia nata dalla finanza e dalle banche? O stiamo giocando per l’ennesima volta allo scaricabarile?

La banda dei Babbi natale

Lo ammetto, se devo salvare una cosa del Natale è che escono diversi film che trovo interessanti. Dall’ultimo di Aldo, Giovanni e Giacomo “La banda dei babbi natale” due belle notizie: la prima, finalmente una pellicola degna degli esordi (le ultime uscite erano state deludentine); la seconda, il risultato al botteghino (meglio di Natale in Sudafrica) dimostra che per infastidire De Sica nella classifica d’incassi basta proporre qualcosa di brillante e minimamente ragionato.

Un appunto: non sono un animalista ma ammetto che questo continuo ritornare delle figure di animali uccisi (nel film un cane e un gatto) o maltrattati, nei copioni del trio, possa alla lunga infastidire.

Film per tutti che in certi passaggi vi farà ridere di gusto. In questo continuano a rappresentare il meglio in Italia.

La bellezza del somaro

Ansiolitico, contemporaneo, sottilmente ironico

Il nuovo film di Castellitto La bellezza del somaro sembra voler sottolineare una certa frenesia dei giorni nostri mettendola in contrapposizione con un mondo zen in cui le cose sono quello che sono. I personaggi escono dalla loro età anagrafica ed aspirano a diventare altro sfociando in una grottesca follia collettiva. Saggezza e rincoglionimento sembrano essere gli unici due approdi umani (nella vecchiaia), l’unico messaggio positivo sembra arrivare dai giovani, generazione sbandata che urla in uno stato di soffocamento, ma che alla fine sembra morire sul nascere, privata com’è di esempi virtuosi da un gruppo di genitori dannosi in primis per se stessi, ben lontani dal poter essere modello per i figli.

La regia sembra voler utilizzar, soprattutto nelle prime battute, come in un manga scoordinato, brevissime scene fumettistiche per indurre lo spettatore ad uno stato d’ansia e di fastidio nei confronti di alcuni personaggi.

Una trama non facile, con picchi di brillantezza, lineare nell’inseguire la contrapposizione frenesia / meditazione. Film non proprio per tutti… ma assai godibile.

Brescia (lettera d’amore)

E’ comodo, oggi, dire che i problemi che abbiamo derivano dal mondo politico. Chi punta il dito contro i politici in realtà ha un secondo fine, quello di allontanare lo sguardo dalle proprie mancanze. Dalla propria incapacità. Da una mancanza progettuale collettiva di cui è partecipe e di cui non riesce ad essere eccezione.

E’ questa l’Italia del 2010. Un Paese di cui la mia città è uno spaccato fedele. Significativo. Non a caso i sensazionalismi televisivi modello Annozero negli ultimi mesi fanno spesso tappa a Brescia per confezionare nuove storie di frontiera, di conflittualità, di disadattamento sociale e di focolai eversivi.

Ma non è colpa della Lega, di Berlusconi o dei berluschini, dei grandi o piccoli potenti di questa provincia. Una realtà che ha la forza economica di una metropoli, ma è del tutto priva di una traduzione sociale e culturale che le permetta di capire i propri vizi e le proprie virtù, inserendoli in quanto tali, vizi e virtù, in un progetto cittadino e territoriale coerente.

La prima cosa che manca a Brescia è la forza di un narratore contemporaneo della brescianità. Romanzi, poesia, pittura, musica colta, filosofia: di tutto avrebbe bisogno questa gente affamata di sapere, che invece tutto riduce alla facilità di una politica da fast food senza ispirazione, estemporanea, sradicata proprio nel momento in cui invoca l’attinenza alle sue radici.

E’ una totale mancanza di strumenti, di capacità d’analisi. E’ un problema che sta molto prima degli approdi, alle elaborazioni, alla capacità di costruire un racconto coerente della città, del territorio e della sua gente. Un dramma culturale di cui tutti siamo responsabili. Dai più umili, schiacciati sull’inseguimento di modelli demagogici, agli intellettualoidi inermi, incapaci di elevarsi nella massa.

Il giornalismo stesso – il cui compito originario sarebbe quello di raccontare e interpretare la realtà – oggi non può aspirare al ruolo di prodotto culturale. Anzi, l’attuale sistema porta in sè il paradosso della presenza di un giornalismo di potere la cui unica alternativa è il un giornalismo antagonista, l’unico – quest’ultimo – a stare a pieno titolo dentro i movimenti e sommovimenti sociali, ma con una visione radicale e conflittuale che diventa in certi momenti l’unica elaborazione alternativa possibile creando ulteriori corto circuiti.

Ci pensavo in queste ore leggendo del rapporto tra Jean Claude Izzo e la città di Marsiglia. Una realtà non facile sul piano sociale. Un crocevia, afflitto da problemi di sicurezza, ma al contempo in grado di leggersi e farsi leggere per raccontarsi ed esorcizzare le proprie paure, i propri limiti. Una sorta di autoanalisi che la mia Brescia, così chiusa nei suoi tribalismi provinciali, non riescie ad affrontare con consapevolezza e coraggio.

Oggi a Brescia manca tutto ciò che viene prima di una classe dirigente: una ispirazione, anche filosofica, una chiave di lettura della realtà, una tensione affamata al futuro. Di questo si ha realmente paura, della condanna ad una storia pesante svuotata da un racconto presente che si è incapaci di scrivere.

Capodanno a Brescia e dintorni? Ecco le idee discotecare…

Quest’anno ho già risolto il problema, me ne vado a Marsiglia. Chi invece resterà in città o nei dintorni e non vorrà farsi mancare la seratona in discoteca avrà solo l’imbarazzo della scelta. Ecco alcune idee by Lorenzo Tiezzi comunicazione

Qui altre proposte recensite da Bresciaoggi.it.

Capodanni 2011 a Brescia e zone vicine by Ltc: Circus, Fura, Sergio Mauri @ Campiglio, Mirkolino @ Nikita Grumello (Bg), Bobadilla (Bg), Hangar Orio (Bg)… etc

1) Sergio Mauri top dj producer Madonna di Campiglio (Zangola)
Alla Zangola di Madonna di Campiglio, la meta di montagna più amata dai bresciani, suona Sergio Mauri, che con la sua easy house scatenata è in grado di far muovere chiunque. I Feel In The Air”, il suo nuovo singolo è contenuto in Los Cuarenta Winter 20011, una compilation davvero importante ed è al top delle chart italiane e non. Mauri è uno dei dj producer italiani in maggiore ascesa in ambito fashion. Sergio Mauri è sempre simpatico, sempre sorridente. E dietro al mixer propone una easy house piena di energia, proprio quello che ci vuole per dare una bella carica ai club più chic.

2) Mirkolino (vocalist di livello nazionale) @ Grumello, Bg (Nikita)
Sempre fuori provincia (ma di poco e infatti il locale è amatissimo dai bresciani), il capodanno del Nikita di Grumello (Bg). Qui arriva uno dei più bravi vocalist d’Italia, Mirkolino. Dalla riviera Romagnola al Veneto, dalla Toscana al sud, fa ballare il Bepaese con costanza. Una fisionomia senza età, al contrario di quanto sembrerebbe non ha più 20 anni dunque ha maturato una certa esperienza sul campo. Sul suo Facebook fa una sorta di reality in cui non racconta solo le sue serate ma anche le sue passioni e quello che gli passa per la testa. Dall’interesse per la musica di Jamiroquai o altre rock band, oppure punti di vista su fiere, eventi, tutto quello che gli può accadere in una giornata tradizionale o fuori dagli schemi… E sempre in zona, però a Dalmine, per l’ultimo dell’anno due top club come il Bobadilla e lo Studio 54 hanno puntato ad un abbinamento vincente. La serata inizia alle 20 con il Gran Cenone, dalle 23.30 si aprono le danze… che durano fino all’alba. Si comincia con la Live Performance dei FUNK UP HILL, che proporranno soprattutto musica anni ’80, e si prosegue con i I grandi successi selezionati dai dj del club.

3) Paperon de Paperoni night per capodanno @ Fura Lonato Bs
Al Fura di Lonato, locale che ha appena compiuto 15 anni, ci si fa in due per i accontentare i propri clienti. Così, grazie all’esperienza del resident Denis M e all’energia dell’art director Christian Luzzardi, si passa in una sola notte dalla house più happy e divertente alla musica italiana… Al mixer c’è Nicola Zilioli, alla voce Fede Samba. C’è anche il rischio di vincere 1.000 euro e diventare, almeno per una notte, Paperon de Paperoni…

4) Circus Beat Club Brescia New year’s eve con Jacopo & Space
Dopo qualche giorno di chiusura per problemi tecnici, è riaperto alla grande il Circus di Brescia che propone scatenate performance in consolle con dj e voci storiche idi questo club, ovvero Jacopo & Space. L’ingresso ha un prezzo molto ragionevole (25-30 euro). Ai quattro angoli del locale, dominano lampadari turchesi realizzati da artigiani di Murano che sono vere opere d’arte applicata. I lampadari sono rinchiusi in teche in cristallo e fanno da contraltare a tende di luce che illuminano in locale. L’impianto audio è stato rinnovato e anche quest’anno non mancheranno videoproiezioni e video show.

5) Studio 54 night per capodanno al Bobadilla di Dalmine Bg
Al Bobadilla di Dalmine Bg, il tema del capodanno è Studio 54. Visto l’arredamento retrò del club, senz’altro è un abbinamento vincente quello tra Bobadilla e Studio 54. Il club di Dalmine, infatti, ha quasi 40 anni di storia… ed è anche uno spazio in cui la cucina è curatissima, uno vero dinner & dance. Ma veniamo al programma della serata, che inizia alle 20 e finisce all’alba, alle 6. Si comincia con la Live Performance dei FUNK UP HILL, che proporranno soprattutto musica anni ’80, e si prosegue con i I grandi successi selezionati dai dj del club.

6) Dandy Mantova presenta Capodanno con l’Artista (Daniele Carta Mantiglia)
Per chi vuole passare un Capodanno 2011 in maniera diversa, magari divertendosi ma non con i ritmi sincopati della dance, al Dandy di Mantova si esibisce un artista talentuoso e di gran carisma come Daniele Carta Mantiglia. Protagonista dell’opera popolare “Giulietta e Romeo” di Riccardo Cocciante e Pasquale Panella, si è fatto notare anche come John Darling nel Musical Peter Pan.

7) Capodanno easy @ Hangar 73 Orio al Serio (Bg)
Si cena a prezzi modici (il che non compromette la qualità) oppure si mangia la pizza. Poi si ascolta una cover band infine ci si scatena in pista con la musica a 360 gradi di Dj Batman. Il programma dell’Hangar 73 è questo ed è davvero piacevole. Ingresso libero con cons. facoltativa riservato ai soci Aics: il costo della tessera è 5 euro e dà diritto all’ingresso e ad una consumazione. Chi ha già la tessera entra gratis per tutto l’anno.

8) Cristian Marchi dj set @ Gran Teatro Le Fontane (Catanzaro) http://www.parcolefontane.it
Fuori dal mondo dei locali non è ancora conosciuto quanto dovrebbe. Ovvero, se chi gestisce un locale in Italia vuol essere sicuro di ‘fare il pieno’ e sente i suoi pr… il nome di Cristian Marchi viene fuori. Sempre. Il problema è che Marchi non può suonare dappertutto, altrimenti i problemi delle discoteche italiane sarebbero presto dimenticati… Ovviamente è una battuta, ma sono pochi i dj che a fine set firmano autografi come popstar. Lui lo fa e non è ancora un mito come Sinclar o Guetta. Ma la strada, forse, è proprio quella. Il suo sound easy e melodico lo mette insieme ad una tecnica sopraffina. Cristian Marchi è in console da 20 anni, produce dischi da 10 ed ha pure l’aspetto di un atleta, il che non guasta. Ma la sostanza è la musica, sono hit come Love sex american Express oppure Let it Rain oppure ancora il suo remix di In The music dei Deep Swing. Il sound ‘alla Cristian Marchi’, melodico e saltellante, è imitatissimo in Italia e non solo.

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