Monthly Archives: ottobre 2010

La crisi infinita, la politica lontana e il pressing improduttivo delle lobby

L’ultima analisi congiunturale dell’Associazione industriale bresciana (Confindustria) dice che avanti di questo passo recupereremo il -25% di produzione che la crisi ci ha portato via solo nel 2019. Lo scorso anno si parlava del 2013. A voler tradurre il dato economico in un auspicio politico si può semplicemente aggiungere che al momento per le aziende non sembrano esserci le condizioni operative necessarie per un rapido ritorno al passato.

A voler invece essere un pochino critico nei confronti delle aziende e dei loro organismi di rappresentanza, a cui viene dato un ruolo di pressione nei confronti della politica che nel maggio 2009 – in occasione del cambio alla presidenza degli industriali bresciani – fotografai così: È l’Italia del 2009, che conosce i suoi problemi ma non sa come venirne fuori, che da una parte soffre l’immobilità della politica e dall’altra il pressing improduttivo delle lobby.

In altre parole: politica improduttiva, ma allo stesso momento lobby che non hanno più quel peso specifico decisivo per indirizzare le scelte e renderle operative e realmente influenti nel tessuto socioeconomico del Paese.

Una mattina d’autunno (riflessioni sul giallo di Ponte Crotte)

Ieri mattina avevo il turno di cronaca nera. Un passaggio per me abbastanza inusuale, anche se sempre affascinante e ricco di impegno. Mi è toccato il giallo di Ponte Crotte: una donna, probabilmente dell’Est, trovata morta nel Mella.

Ora, su Bresciaoggi.it trovate il mio pezzo. Qui volevo solo aggiungere una mia riflessione. C’è una cosa che mi ha colpito nella storia di questa donna semisconosciuta, probabilmente una badante ucraina, che una mattina esce di casa e non vi fa più ritorno. E’ la totale – o quasi – assenza di una storia intorno ad un’esistenza. Non c’è un bar sotto casa a cui chiedere qualcosa di lei, non c’è l’amico d’infanzia e soprattutto non ci sono gli immancabili “sentito dire” de quartiere.

Tanti di noi, ancor più se immigrati, popolano queste città in un semianonimato rotto solo dai documenti in tasca. In assenza di quelli sono nessuno. E’ il lato delle convivenze che mi fa paura: l’anonimato, diverso dal camaleontismo. Aspiriamo in tante forme all’immortalità, ma spesso non abbiamo storie che altri possano raccontare per noi nel presente. Viviamo di testimonianze rare e nascoste, e tutto questo genera insicurezza, distanza (pur in quartieri vivi ed affollati), diffidenza. Esistenze nel passato, senza un presente, senza condivisione.

Al punto che se ci pensi, per questa umanità sotto il minimo vitale, in questi individui senza socialità diffusa, ti sembra di trovare quell’unico approdo possibile, in una mattina d’autunno.

Addio, Tombolotto mio. Mi hai fatto ridere

Tom Bosley non c’è più

L’uomo è un animale votato all’autodistruzione. Il giornalista di più.

Noi giornalisti spesso siamo solo dei politici mancati o dei servi riuscitissimi, misuriamo tutto con la politica e trattiamo la cronaca come se fossero dei giochi da circo da elargire alla moltitudine dei beoti: e poi ci stupiamo del turismo dell’orrore attorno al caso di Sarah Scazzi, e magari additiamo tutti quei mostri che la domenica si vestono da tronisti e se ne vanno ad Avetrana anziché al centro commerciale e magari ci portano pure la famiglia, i figli, i bambini di quattro anni (cit. Filippo Facci, 20 ottobre 2010)

Di chi è la colpa? Dei giornalisti innanzitutto, una categoria che in questi anni, complice la congiuntura, si sta costruendo un declino sicuro sul fronte della credibilità, della trasparenza, dell’indipendenza (un esempio: sapete su quali argomenti vertono maggiormente le sanzioni dell’ordine dei giornalisti? Sul rapporto non sempre trasparente tra giornalisti e pubblicità). Di avvocati Ghedini è pieno il mondo, magari non laureati in legge, ma semplicemente in scienze della comunicazione, che spesso è la scienza di fare lobbing attraverso i giornali. Basta poco, spesso solo un buon ufficio stampa ed il gioco e fatto. E da giornalisti possiamo solo rimproverare noi stessi per aver perso una bussola che ora è difficile da recuperare. Ci hanno vestito con delle casacche colorate e messo in squadra: a destra o a sinistra. Così è più facile, a torto o a ragione, bollarci come dei servi, minare il lavoro che molti continuano a fare con scrupolo. E spesso, è accaduto anche in questo caso, invece di difendere, a prescindere da come la si pensi, il lavoro d’inchiesta dei colleghi ecco la censura, l’insinuazione, l’accusa delle accuse: il falso moralismo. (cit. Marco Toresini, 18 ottobre 2010)

In questi anni “Bresciaoggi” ha difatti cambiato pelle e forse anche lettori. Dal rigorismo mai abbastanza rimpianto di Piero Agostini è passato ad una forma di sciatteria aggressiva – esiste, esiste: non è un contro senso -, alla confusione di linea e di campo, alla casualità che rifugge da ogni forma di programmazione, alla autonomia – quasi una forma di gestione autarchica – dei settori (cit. Giorgio Sbaraini, marzo 2000)

Ciao Renato, peccato non averti conosciuto

Renato Rovetta è stato l’inventore di Bresciablob.com, semplicemente un blog, quando ancora i più non sapevano che si chiamava così. Oggi su quella pagina c’è un’indecifrabile serie di simboli cinesi. Ho capito solo che si parla di “macchinari” vari. C’è gente destinata ad anticipare i tempi in tutto e per tutto. Online, tuttavia, è stato conservato l’archivio.

Non l’ho mai conosciuto personalmente, solo qualche mail da curioso del web. Gli offrii di curare io i contenuti delle sue pagine e lui cortesemente mi rispose che preferiva avere il controllo su quello che faceva senza complicazioni tecniche. In realtà lui aveva semplificato di molto, capendo che il web è contenuto più che forma: copincollava in una pagina di html puro i testi e poi faceva upload in ftp. Io usavo la piattaforma di splinder.com per fare un blog calcistico, avevo visto quello che scriveva lui, lo ammiravo, ma temevo che tante cose finissero disperse.

Era un periodo diverso, di cambiamenti. Io ero tra quelli che divoravano gli aggiornamenti, apprezzando lo stile aperto, molto poco bresciano. Alcuni approfittarono dell’anonimato che lui offriva e vennero inventate le talpe delle redazioni. Le stesse talpe anni dopo, in era Facebook, imborghesite ed esigenti vorrebbero imporre nome e cognome contro chi li nomina, salvo poi scoprire – più frustrati di prima – che su alcuni non hai potere di vita o di morte professionale (oppure ne hai già abusato).

Di Renato Rovetta in tanti possono ricordare gli scritti del secolo scorso. Io l’ho apprezzato solo come web writer e per me rimarrà sempre colui che ha portato non tanto i blog quanto la mentalità-blog a Brescia. Ovvero il giornalismo critico sul web. Non quell’accozzaglia di brevine che fanno altri, ma l’approfondimento, la dimostrazione che l’innovazione la fai se hai testa, non testata. La città ha capito benissimo, per questo non c’è più stato un altro bresciablob.com, anche se qualcuno – se solo fosse un po’ meno cazzaro – potrebbe esserne potenziale erede.

Ecco come lo hanno ricordato oggi Marco Toresini, sul suo blog e Nino Dolfo su Bresciaoggi.

E qui un dicono di lui.

Metterci la faccia

Gli studenti spesso sono accusati di qualunquismo nei loro cortei e nelle loro proteste. Ma questa volta sono stati davvero sopra ogni sospetto e ci hanno “messo la faccia” nel vero senso della parola con una FOTOPETIZIONE pubblicata su Facebook.

Una iniziativa che merita di essere sottolineata, anche per aprire un dibattito sul merito delle loro rivendicazioni – condivisibili o meno – espresse in una lettera aperta di studenti e ricercatori della Rete 29 aprile.

Scazzi vostri

Lorenzo Jovanotti aveva visto tutto 18 anni fa
E Sara Scazzi a quei tempi non era ancora nata
Rivoglio un paese in cui la gente sia libera di scappare in santa pace

Quante ne hai passate uomo… bionde

televisione, televisione chi è il più bello del rione
televisione, televisione fammi vincere un milione
televisione, televisione chi è che c’ ha il più bel faccione
televisione, televisione tu che guidi la nazione
tu che dai l’informazione
tu che svolgi la missione verso tutte le persone
tu che sei la nostra chiesa e la nostra religione
tu che ci accompagni a cena a merenda e a colazione
televisione, televisione …pubblicità! (noo non esiste sporco impossibile perché oggi…)
televisione, televisione sempre più definizione
di ogni emerito scienziato ci riporti l’opinione
sulla gente molto onesta senza grilli per la testa
che si prodiga e che fa il bene della società
televisione, televisione …pubblicità! …
televisione, televisione io t’ ho scritto una canzone perché sei la nostra guida
non c’è media che ti sfida
tu fai stare tutti a casa e la gente guarda te
annullando ogni rapporto con il prossimo e con se
e così un problema in meno quello di dover parlare
cosa resta ormai da fare che guardare ed ascoltare
grazie anche a \”chi l’ ha visto?\” che a mia madre tanto piace
cosicché nessuno è libero di scappare in santa pace
televisione, televisione…pubblicità! (Morandi Jackson e Ramazzotti insieme per i bambini del mondo…)
televisione, televisione tutto il bene che tu hai fatto te lo stai prendendo indietro
richiudendo ogni pensiero dentro scatole di vetro
televisione, televisione io ti chiudo nell’armadio
questa sera stai in castigo perché
accenderò la radio

Le imprese bresciane e l’aeroporto bresciano (punti di vista)

In passato (qui) avevo affrontato il tema dell’aeroporto di Montichiari parlando di “campanili che parlano di globalizzazione”.

Nei giorni scorsi ho visitato la Air Sea Service, azienda che lavora nel settore dei trasporto (tra le specializzazioni più interessanti, le armi e l’arte, ma anche le autovetture, in particolare quelle d’epoca).

Nel mio pezzo odierno sull’azienda ho potuto parlare di aeroporto dal punto di vista di chi l’aeroporto lo dovrebbe far funzionare, ovvero i trasportatori. Può sembrare una banalità ma fin qui di aeroporto hanno parlato più i politici (sia quelli delle istituzioni che quelli delle associazioni di categoria) che gli imprenditori.

Francesco Mangiarini spiega perchè in questo momento un aeroporto a gestione bresciana non avrebbe vita facile. «La mentalità bresciana – spiega Mangiarini – prevede spesso la vendita franco fabbrica: in altre parole si tratta di consegnare la merce al cliente sulla porta del magazzino lasciando perdere il trasporto». La sfida futura è quella di appropriarsi della maggior parte possibile del valore collegato alla propria vendita. Un aspetto nel quale il trasporto gioca un ruolo centrale. Quella di Mangiarini – che è anche consigliere del multisettore Aib – sembra essere una risposta possibile al presidente del gruppo giovani Francesco Uberto che
nei giorni scorsi ha indicato tra le sfide del futuro la capacità «di intercettare la maggior parte del valore non sono più unicamente quelle della trasformazione, ma anche quelle dell’ideazione e della commercializzazione» da parte delle filiere divenute globali. E la sfida va oltre: «quando le aziende bresciane – continua Mangiarini – avranno in mano un aspetto commerciale cruciale come il trasporto, avrà più valore la richiesta di un aeroporto locale».

Il problema, insomma, non è essere favorevoli o contrari, ma creare un sottobosco di utenti interessati (che al momento – stando a quanto dice l’amministratore delegato di Air Sea Service – non c’è). Personalmente, infine, resto convinto che al mondo dell’impresa interessi più il corretto ed efficiente funzionamento dell’infrastruttura che la bandierina provinciale che sventola all’esterno. E che il sistema aeroportuale del Nord Italia (scusate la ripetitività) ha solo bisogno di più mercato e meno politica.

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