Monthly Archives: luglio 2010

Un ricordo

Bresciaoggi ha ricordato così – con un mio articolo sull’edizione di oggi – la figura della mia ex professoressa di italiano Gaudenzia Signorelli, morta mercoledì mattina. Le necessità editoriali hanno imposto alcuni tagli. Qui il mio ricordo per intero, scritto ieri sotto la pioggia battente di una fredda mattinata in Trentino.

Se faccio un lavoro che amo lo devo anche a lei.

Un grave lutto ha colpito tanti studenti orceani e le loro famiglie. Se ne è andata mercoledì mattina nel suo appartamento di via Cavour la professoressa Gaudenzia Signorelli, per molti di loro fu una figura di riferimento negli anni dell’adolescenza e non solo. Ben più di una semplice professoressa: per molti ebbe l’importanza formativa di una seconda madre.

La Signorelli avrebbe compiuto 79 anni il 25 ottobre prossimo. Era in pensione dal settembre del 1993, ma la sua casa anche nei lustri successivi è sempre stata aperta ai suoi cari studenti, che facevano ancora riferimento sulla sua autoritaria dolcezza per un consiglio, una confessione, una lunga chiacchierata. Gaudenzia Signorelli era, per i suoi studenti, semplicemente la “Signo”, abbreviazione confidenziale tipica del linguaggio scolastico dietro al quale si nascondeva un fiume di sentimenti contrastanti: timore e rispetto, ma anche stima e fiducia profonde.

Non volle mai essere amica ma educatrice, non confidente ma figura autorevole, guida severa e inflessibile ma di profonda apertura al dialogo ed al confronto, di una speciale umanità, al punto che per molti fu consigliera anche dopo gli anni scolastici, quando i suoi studenti ancora la consideravano una indispensabile maestra per ogni situazione della vita: da una storia d’amore ad una crisi sentimentale, fino all’educazione dei propri figli. Tutti i suoi studenti ebbero con lei un rapporto originale e irripetibile, indimenticabile, nel bene e nel male come è giusto sia quando i rapporti sono veri e non opportunistici.

Il campanello del suo appartamento in piazza ha suonato moltissime volte e la sua porta si è sempre aperta a tutti, spesso agli stessi genitori dei suoi ragazzi che la vedevano come guida e punto di riferimento nel rapporto coi figli, anche negli ultimi anni quando la stanchezza di una vita vissuta sempre con la massima intensità si faceva sentire pur senza spegnere mai quel suo sorriso penetrante che incontrava gli stati d’animo prima ancora delle parole.

Amante dell’arte e della poesia, due passioni che riuscì a trasmettere a molti suoi ex alunni e non solo, accoglieva tutti nel suo salotto che alcuni con un sorriso paragonavano al Vittoriale di D’Annunzio. Gaudenzia Signorelli iniziò la sua carriera scolastica come maestra elementare. Dopo la laurea fu preside alla scuola media di Corzano e dal 1969 iniziò ad insegnare italiano alla Ragioneria di Orzinuovi, con l’incarico di vicepreside, che di fatto, per inclinazione caratteriale, la rendeva un preside effettivo (ruolo che ricoprì ufficialmente nel 1982). Lascia il fratello Remo dopo aver perso negli scorsi anni l’altro amato fratello Giancarlo in un incidente. I funerali si sono tenuti ieri alle 16 nella parrocchiale di Orzinuovi.

Qui una sua recensione dedicata al pittore Patrizio “Pitto” Neri

I giornalismi ai tempi di Sara Carbonero

Si chiamano allo stesso modo, ma io e Sara Carbonero (nella foto mentre suda inseguendo faticosamente qualcuno che si voglia fare intervistare da lei) facciamo due lavori diversi. E ora vi dico perchè.

L’ingaggio di Sara Carbonero a Mediaset è la dimostrazione di una mia convinzione maturata da tempo. Esistono due tipi di giornalismo: quello che ha la priorità di raccontare i fatti e quello in cui lo spettacolo la fa da padrone. Non è mia intenzione generalizzare ed anzi, in tutta onestà sono contento che ad una venticinquenne spagnola venga data l’opportunità di emergere in un mondo non facile come questo dimostrando tutte le proprie qualità sul campo. Ma allo stesso tempo è sempre più evidente che il giornalismo televisivo, per tante giovani donne, sta rappresentando l’attività che, coniugando apparentemente intelletto e immagine, è in grado di dare un riscatto od una alternativa rispetto ad una carriera da velina. Non è una visione maschilista, tutt’altro, sono certo che molte brave (e meno brave) colleghe, in materia, potrebbero condividere portando il loro ulteriore carico di spietatezza.

A me questa direzione intrapresa fa piacere. Innanzitutto perché quando si gioca a carte scoperte i contenuti diventano ancor più determinanti. Le parabole professionali parlano chiaro, le qualità diventano riconoscibili. Io non so se Sara Carbonero sia meglio o peggio del migliaio di giovani giornalisti che ogni anno in Italia sostengono l’esame da professionisti. Ma so per certo che la sua immagine da un punto di vista giornalistico è un handicap prima di tutto per lei, perché sfido qualunque calciatore maschio eterosessuale (ed un qualsiasi appassionato, maschio o femmina che sia) a concentrarsi sulla domanda che ti pone una così.

Io credo che nella vita ci sia equivalenza di vizi e virtù, pregi e difetti, capacità ed handicap. Credo che ogni persona a conti fatti valga quanto le altre persone per le proprie qualità e le proprie pecche. Diciamo, semplificando, che ognuno fa 100. C’è chi ci arriva con la bellezza, chi con l’intelligenza, chi con la laboriosità, chi con la forza, chi con la genialità e l’intuitività. Nasciamo equivalenti. Sono gli ambienti, le società, le influenze esterne, che arbitrariamente ci attribuiscono un valore inferiore, non attualizzando tante potenzialità che potrebbero arricchire tutti. Ma in realtà, presi a 360°, abbiamo tutti lo stesso valore. Siamo forse limitati e incapaci spesso di riconoscerlo, ma valiamo uguale.

Tornando all’origine del discorso. In genere non conosco invidie e gelosie. Quel che ho scritto pocanzi, sull’equivalenza degli esseri, mi rende sostanzialmente immune, o per lo meno razionale, rispetto a questo tipo di sentimenti negativi. Infatti sono convinto che la probabilità che una potenziale fotomodella sia apprezzata per le proprie qualità giornalistiche sia pari a quella che uno zoppo ha di andare alle Olimpiadi. E in genere sono sufficientemente agnostico da non credere ai miracoli.

Credo, soprattutto, nella capacità di scelta dei lettori-telespettatori. Credo che, anche se non ce ne accorgiamo, viviamo in un mondo frammentario e fatto di nicchie, in cui difficilmente riusciamo ad affrontare argomenti in grado di generare un interesse diffuso. Tutt’al più possiamo parlare ad un pubblico più o meno riconoscibile e coeso, e in questi casi ci sembrerà di parlare al mondo nella sua totalità. Viviamo nel mondo dell’alta audience televisiva, ed anche in quello in cui l’Economist, che non firma i pezzi ma gioca la sua credibilità sull’autorevolezza della testata, vive uno dei suoi periodi più floridi in termini di vendite.

Per questo rimango fiducioso: credo in un giornalismo dei fatti. Nella capacità di chi li racconta di mimetizzarsi senza contagiare l’ambiente osservato. Credo che anche su questo si giocheranno tante fortune future delle iniziative editoriali. Perchè ci sarà sempre più un mercato pubblicitario, dell’immagine e delle chiacchiere ed un mercato dei contenuti, creato intorno ad altre prerogative. E sono certo che la gente li sappia riconoscere e relegare ai loro ambiti naturali. Per questo la presenza delle Carbonero in tv quest’anno sarà sempre più importante fondamentale: per differenziare i due mercati e farne emergere la natura profondamente differente.

Pmi, crisi e Rosari, uno spunto per il dibattito

“Le piccole e medie imprese nella crisi economica” è il titolo del dibattito che questa sera dovrò condurre a Botticino, alla festa provinciale del Pd, alle 21. Con me ci saranno un esponente confindustriale come Francesco Franceschetti, presidente del Comitato piccola industria di Aib, il leader di Apindustria Luciano Gaburri, il presidente provinciale di Confartigianato, Eugenio Massetti, e Luigi Dolci, presidente di Ascom Fidi.

Oggi, leggendo il Giornale di Brescia, ho avuto un bellissimo spunto da cui partire dal vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi, secondo cui i “Rosari” (confidenzialmente, il venditore di rose di strada, che vedete nella foto mentre ammalia i clienti-serpenti e fa fallire un paio di commercianti) mettono in difficoltà i negozi ed afferma: “i fioristi regolari a causa di questi venditori, per lo più indiani e pachistani, soffrono un calo delle vendite”. Questa sarà di certo una delle domande che porrò ai miei interlocutori… convinto come sono che la crisi non sia solo un fatto economico ma anche sociale e più in generale una questione di democrazia internazionale.

I benefattori della Credieuronord (bank for dummies)

ANTEFATTO: (Da Wikipedia) La banca Credieuronord è un istituto bancario, nota come Banca della Lega per la vicinanza ai vertici della Lega Nord. Nata nel 1998, venne sponsorizzata dallo stesso Umberto Bossi, che invitava con una lettera i vertici del movimento a sottoscrivere le quote. Dopo diverse vicende la banca fallisce e nel 2006 arrivano le prime sentenze giudiziarie contro Gian Maria Galimberti, Giancarlo Conti e Piero Franco Filippi, condannati a risarcire 3 milioni di euro, mentre lo stesso verdetto assolve i politici indagati. I condannati sono ritenuti responsabili di MALA GESTIO della banca.

Ieri è arrivato un comunicato in redazione, da cui è uscito questo pezzo sul giornale.

Ciò che però mi è piaciuto più di tutto, in assoluto, è il tono del comunicato stampa.
In particolare:
“Il Comitato di Soccorso ha potuto effettuare almeno un versamento di denaro alle oltre 2.000 persone che ci hanno richiesto un aiuto”. Avete capito bene? UN AIUTO. Praticamente dei benefattori.
E l’altra perla:
“Sono oltre mille gli ex azionisti che sono stati completamente rimborsati; sfido chiunque a trovare in questo decennio casi di investitori che hanno recuperato la totalità del loro investimento”. Frase dalla logica deduzione: uno degli “investimenti” più sicuri che potete fare è investire in una banca che fallisce!!

Quando si dice “il potere alla parola”…

Appunti in forma d’intervista su commercio, innovazione, società, marketing e commercianti senza futuro

Nelle scorse settimane ho avuto l’occasione di incontrare Fabrizio Valente, sociologo originario di Napoli ma attualmente operativo a Brescia, specializzato a Parigi e Londra, fondatore di Kiki Lab, laboratorio specializzato sul Retail a 360° che opera nel campo della consulenza, delle ricerche e della formazione per aziende distributive, produttive e dei servizi.
Valente fa parte della giuria di Confcommercio che ogni anno assegna il Premio per l’innovazione nel commercio e nei servizi. Per il World Retail Congress dal 2008 è l’unico italiano a far parte delle Giurie degli Awards e nel 2010 è stato nominato Presidente della Expert Jury per l’assegnazione del Retail Innovation Award. Partecipa come relatore a convegni internazionali in tutto il mondo.

Ne è uscita una interessante intervista pubblicata da Bresciaoggi.it che ricondurrei a tre punti chiave:
– marketing strategico (i negozi pensati come spazi d’incontro, teatro di eventi, non solo come spazi di vendita)
– integrazione urbanistica (una nuova logica di aggregazione commerciale esterna ai centri commerciali)
– progettualità territoriale (l’identificazione di una vocazione comune di determinate aree cittadine: le stazioni, i centri storici, i quartieri residenziali…)

La chiave di volta è unica: per stare nel commercio ai tempi della crisi bisogna uscire dall’isolamento e ripensare i quartieri e la loro ragion d’essere a partire dall’offerta commerciale. Un approccio che di riflesso può favorire o tutt’al più suggerire soluzioni per un altro settore in crisi, quello dell’edilizia residenziale…

Per ora sono soprattutto appunti… spero di avere l’occasione di approfondire e inventare qualcosa di più organico i temi che Valente ha affrontato con me in questa intervista così come nel suo studio “Retail innovations 6″, che vi invito a richiedere e consultare, che contiene numerosi casi di successo innovativo nel commercio da cui prendere spunto.

Purtroppo, in fondo, viviamo pur sempre nel paese in cui le mille sagre popolari che ogni estate caratterizzano tutta la penisola diventano per le conservatrici associazioni dei commercianti un motivo di polemica anzichè un’opportunità di sinergia e nuovi sviluppi da cogliere.

Caccia, a chi giova tutto ciò?

Torno dopo qualche settimana sull’argomento caccia, che come sempre quando è dibattutto a livello politico in Italia continua a riservare colpi di scena come quello della maggioranza Lega-Pdl in regione Lombardia di cui parlo sul numero odierno di Bresciaoggi, che ieri ha fatto venir meno il numero legale per evitare di affrontare la questione del richiamo dell’Ue. In realtà la questione sarebbe già risolta, come ha spiegato il consigliere Udc, Gianmarco Quadrini nel suo intervento all’VIII commissione, qui allegato per chi volesse approfondire. Ma il rischio di multe Ue esiste ed allora meglio mettere la testa sotto la sabbia, proprio mentre si alza un polverone sulle quote latte.

Trovo il tutto talmente disgustoso che nemmeno mettersi ad argomentare mi sembra appropriato quando è evidente che non c’è alcuna volontà di regolamentare in maniera moderna un’attività che catalizza tanti interessi. Trovo assurda tutta la gestione della questione, dal Governo alla Regione Lombardia, passando per l’Ispra. Sono questi gli episodi che ti fanno perdere la fiducia nella capacità di riformare un paese sempre più strangolato dai proclami elettorali, dalle convenienze politiche e dalle appartenenze di bandiera. Anche quando si parla di una risorsa preziosa come l’ambiente e di una attività necessaria come la sua conservazione.

Come sempre la politica si mostra lontana anni luce dalla vita reale, e nel frattempo io ho scovato un bell’esempio di coabitazione “ambiente – cacciatori” proprio a 10 minuti da Brescia, nell’altopiano delle Cariadeghe (tra San Gallo di Botticino e Serle), dove domenica sarà possible partecipare ad una giornata di studio e ricerca (con musica, rinfresco finale, lezione sui pipistrelli e la loro utilità ambientale. Se poi siete da quelle parti non potete perdervi una puntatina al Podere Lipursì.

Lo spring break di J-Ax ;)

Bella serata a Toscolano, venerdì scorso, per il concerto di J-Ax. Ecco qui il mio pezzo per Bresciaoggi.

Tanti presenti hanno caricato una valanga di video su Youtube. In particolare qui

«Hackerate tutto ciò che potete, non fatevi controllare, siete più intelligenti di loro».

2010, sociologia Mundial (tutto quello che vi è sfuggito a causa del suono assordante delle vuvuzelas)

Sudafrica 2010 si avvia alla conclusione, e credo che solo ora si possa effettivamente tirare un bilancio tecnico-tattico e sportivo sulla manifestazione. Mi sono divertito a leggere di volta in volta del mondiale delle sorprese, il mondiale delle sudamericane e il mondiale della super Germania… Fino a scoprire che – al di là delle sociologie estemporanee – alla fine si è confermata la tradizione più consolidata: 3 europee in semifinale, la Germania piazzata.

Ha vinto, di nuovo, l’Europa come scuola. Una cultura che esiste più nei risultati che nella realtà. Il vecchio continente da sempre ha una supremazia che nemmeno il calcio globalizzato ha scalfito. Più marcata trent’anni fa, sempre netta nei risultati, ma più annacquata oggi.

Se sul piano tattico tanti Paesi hanno fatto grossi passi avanti (lo si vede soprattutto nei primi turni) e sul piano squisitamente tecnico tante squadre di secondo piano ed extraeuropee possono oggi contare su campioni affermati che sarebbero titolari nelle migliori nazionali del pianeta, il risultato finale conferma comunque la tradizione.

Nelle ultime 9 edizioni dei mondiali (dal ’78 ad oggi) solo in due occasioni sono arrivate due extraeuropee nelle semifinali: Argentina e Brasile nel ’78, Brasile e Corea nel 2002. In altrettante occasioni (guardacaso nell’edizione successiva) l’Europa ha fatto il cappotto (Spagna ’82 e Germania 2006). Mediamente l’Europa piazza tre squadre in semifinale. Media perfetta ogni tre edizioni.

Numeri chiari: 32 semifinaliste nelle ultime edizioni, 25 volte le europee (di fatto il 75% totale, 3 su 4), 13 nazioni qualificate in totale, 75% di presenza per la Germania, 50% a testa per Italia e Francia, 25% per l’Olanda (che sale al 33% considerando le ultime 9 edizioni), più 9 onorevoli piazzamenti. E’ al calcio europeo nel complesso che bisogna guardare come fenomeno egemone, anche rispetto a Brasile e Argentina: due paesi con popolazioni superiori ma che non ottengono gli stessi risultati complessivi.

Personalmente credo che solo dai grandi numeri si possano trarre indicazioni importanti. Affidarsi ai 90′ è sempre ingannevole. Per questo oggi vedo tre fattori che determinano ancora (nonostante la crescita tattica ed il mercato globalizzato che fa scovare fuoriclasse in ogni dove) la supremazia europea:

- il blasone nazionale: ovvero il fattore organizzazione, ancora superiore e più organizzato a livello europeo rispetto a tutte le altre realtà. Questo fa, principalmente, la differenza tra le europee e le superpotenze Brasile ed Argentina, fortissime sul piano tecnico ma spesso organizzativamente (anche nella capacità di dare identità ad un gruppo al di là di tanti personalismi tipici delle loro culture calcistiche) approssimative.

- il livello tecnico medio superiore delle europee: se i fuoriclasse sono ormai ovunque è altrettanto vero che a premiare maggiormente è il livello medio dell’undici in campo. In altre parole, a mio giudizio è molto più determinante avere un livello alto tra i giocatori mediamente meno dotati che un alto numero di fuoriclasse (che pure sono importanti e indispensabili) in squadra. Riferito ad esempio all’Italia, non credo fossero tutti fenomeni quelli del 2006, ma certamente avevano qualità tecniche, tattiche e caratteriali superiori, nella media, rispetto ai loro successori del 2010 (il ruolo di Grosso, forse il più scarso dell’11 campione, ma per tanti motivi uno tra i più celebrati, insegna).

- l’atteggiamento diverso in una partita ad eliminazione diretta: la tattica permette di limitare i danni e sgambettare qualche grande ai primi turni, quando si può giocare a non prenderle e tentare il colpo gobbo in contropiede (stavolta è toccato a noi ed alla Francia), ma dagli ottavi in poi bisogna giocare per vincere, e se non mancano i casi del Paraguay, capace di arrivare nelle prime 8 al mondo con una vittoria e tutti pareggi (esattamente come il Senegal nel 2002), vi è comunque una tendenza a veder prevalere le squadre migliori e più propositive. Non è casuale, peraltro, che i risultati dagli ottavi in poi, siano stati mediamente più netti (in termini di differenza reti fatte e reti subite da vincenti-perdenti) rispetto ai gironi di qualificazione. Non è, infine, casuale, che in finale siano arrivate le due squadre che storicamente in Europa giocano il calcio più manovrato e propositivo.

Una parentesi sull’Italia. E’ l’unica squadra al mondo per cui il mio tifo è e rimane cieco, fino al risultato, sempre. Detto questo, un attimo dopo, c’è l’analisi. Non potrò mai fare un pronostico (tanto in voga nel Paese) contro la MIA nazionale. O al contempo precludermi il sogno di rivincere quella Coppa.

Lippi ha commesso molti errori. A mio modo di vedere non tanto nelle scelte fatte, quanto nell’aver eccessivamente isolato questa squadra dall’esterno avendola sopravvalutata nel complesso. Mi spiego meglio: sto con Lippi quando dice di non aver lasciato a casa fenomeni, tuttavia se il ct avesse capito anzitempo che il livello medio di questa nazionale era assai basso (poi, unico alibi, la condizione di Pirlo e Buffon ha ulteriormente pesato) avrebbe dovuto fare scelte diverse, più condivise ed aperte, proprio per tentare una formula di coinvolgimento diversa da quella del passato, che funzionò con un gruppo con altre qualità, infarcito di juventini e milanisti nel pieno della carriera con alle spalle esperienze internazionali da vendere. Per questo non sono convinto fino in fondo che tutte le scelte siano esclusivamente sue (sicuri che qualche senatore non abbia messo veti?) anche se non posso che bocciarlo dopo la sua pubblica ammissione di colpa.

Certo è che se usciamo dalla dicotomia Lippi – nonLippi, ci rimane un’Italia che ha lasciato a casa un fortissimo panchinaro dell’Inter come Balotelli e un giocatore che la Samp per rilanciarsi a fine gennaio ha dovuto mettere in panchina come Cassano (loro due, mi sembra, siano i più citati dalla critica antiCT). Nel frattempo in Sudafrica per uscire dal pantano si chiamavano in causa Maggio e Quagliarella. E non so, oggettivamente, se questi quattro che ho citato messi insieme sommino dieci presenze in gare europee con i loro club negli ultimi 4 anni.

Questo è lo stato del calcio italiano attuale. E non è colpa di nessuno. Nemmeno dell’Inter, che sceglie gli stranieri non tanto per una folle esterofilia (era folle finchè non vinceva, poi nell’estate 2006 la storia è stata riscritta) quanto per una ponderata scelta di leadership italiana ed europea, che per essere tale ha bisogno di interpreti di primo piano che oggi il mercato nazionale non offre. Non a caso, tra le mie convocazioni possibili, il rimpianto maggiore lo metto per Thiago Motta, che mi risulta convocabile (ma potrei essere smentito).

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