Monthly Archives: giugno 2010

Sto ricaricando le idee.
Abbiate pazienza.

La lezione canadese

E’ stato davvero interessante ed istruttivo passare, in pochi giorni, da una tour di una settimana in Marocco ad una esperienza di lavoro in Canada. Da un Paese che in qualche modo guardiamo dall’alto in basso ad un altro che spiamo di traverso, quando nutriamo il sogno americano, nei confronti del quale non possiamo nutrire complessi di superiorità.

Dal deserto ai palazzi di Toronto, per seguire Exa International. E’ stato il primo esperimento condotto dalla fiera di Brescia di internazionalizzazione di un marchio fieristico locale. Ne ho parlato sabato, domenicae lunedì, su Bresciaoggi. L’esperimento, migliorabile, da sviluppare molto, ha comunque avuto un buon riscontro di pubblico, in un paese in cui sono radicate la cultura della caccia e della natura (nonostante l’attrazione maggiore siano le cascate del Niagara… più che altro una sorta di Niagardaland non esattamente wild)


Tutto sommato esperimento riuscito. Con alcune riserve… che solo il lavoro futuro potrà togliere.

E’ stato particolarmente interessante partecipare all’incontro con il console italiano Gianni Bardini (nella foto sotto tra Rebecchi, Bettoni e Massoletti), parlando di economia canadese, italiana e possibili relazioni. Un modello, il loro, assolutamente protezionistico. Dove il 50% di una merce deve essere di produzione canadese. Ma non per questo un modello chiuso. C’è una forma di socialdemocrazia conservativa, in Canada, che punta a garantire i cittadini. Lungi dall’essere liberisti i canadesi (che non ci hanno permesso di offrire bollicine franciacortine… ma si pentiranno) vivono in un’economia che difende il lavoro interno ed i livelli di benessere senza lasciarsi andare alle sirene del mercato.

Da una parte significa limitare l’accesso dei produttori. Dall’altra è un chiaro segnale: in Canada è possibile importare cultura, conoscenza, know how. Non prodotti finiti ma macchinari, processi, idee. Questi ultimi sono i benvenuti. E’ il caso ad esempio di Italian Pasta, il più grande produttore del Paese, che stando a quanto riferitoci nell’ultimo anno avrebbe investito in 50 milioni di euro di macchinari. Torna, in questo modello, quanto sostiene l’Economist: “la perdita di certi posti di lavoro basati sul prodotto non è impoverimento ma evoluzione: da una economia a sfruttamento di mano d’opera ad economia della conoscenza”. Un esempio, questo, declinabile in molti altri settori (un discorso, in realtà, che qui ho semplificato ma andrebbe di molto affinato).

Ho potuto poi apprezzare la comunità italo-canadese. Una realtà variegata, sospesa tra l’Italia sognata dalla generazione di Umberto Manca, personaggio televisivo della Chin (canale radio-tv italiano a Toronto: nelle due foto sotto alcuni momenti, con l’interessante parterre multietnico :) ) e l’Italia con cui relazionarsi proficuamente del concretissimo presidente della Camera di commercio italiana dell’Ontario, Corrado Paina, e di Pierluigi Roi, direttore di Omni Television, che ho potuto conoscere nella cena al Mistura-Sopra upper lounge (un ristorante italiano dalla cucina assolutamente riuscita, consigliato).


Nella Chin c’è un’Italia che non esiste più. Che all’italiano in visita appare come una buffa parodia dello “spaghetti, pizza e mandolino” di fantozziana memoria. Ma è evidente che la comunità italiana (400 mila persone secondo quanto ci è stato riferito) va ben oltre, è integrata, ha successo e sa relazionarsi con una società multietnica così lontana da quella del “fu” Belpaese.

Dalla prima italia, quella della Chin, tengo un insegnamento: “Il made in Italy non sarebbe nulla senza gli italiani all’estero”. Al di là delle esagerazioni (“la Ferrari non la conosce nessuno…”) penso che il concetto sia sostanzialmente giusto. E’ fondamentale per gli italiani allargare la loro percezione del Paese comprendendo nel conto anche i connazionali emigrati. E’ così per gli inglesi e francesi, che pensano con una radicata cultura coloniale. E’ così in particolare per gli ebrei, i dispersi per antonomasia. Io credo che da un proficuo rapporto di interscambio economico e culturale (il console canadese insisteva molto su quest’ultimo) possono nascere grandi opportunità.

Non è un discorso fine a se stesso. Certo è che in un paese ancora profondamente familistico, anti-meritocratico, ideologicamente conservatore e fondamentalmente impaurito dal cambiamento come il nostro, sono tanti gli ostacoli da superare prima di capire le opportunità di certe prospettive.

Del Canada riporto soprattutto la cultura multietnica. Una multietnicità talmente radicata, effettiva che quasi non è percepita. Al punto che è difficile ricavare un modello di integrazione. Ciò che mi ha colpito è l’analisi del console Bardini. “Il Canada è un Paese integrato che incita i suoi cittadini a coltivare le proprie identità”. (nella foto che segue io ritrovo la mia identità con un gruppo di inglesi nel calcio e nella birra)

In altre parole identità funzionale all’integrazione. “Ma tutto – conclude Bardini – è basato su un patto legale: non servono controlli, la polizia non perquisisce quasi mai, chi è qui sa che l’errore viene punito con puntualità e senza sconti”. Integrazione – identità – legalità. A cui il direttore Paina aggiunge “Una lunga storia multiculturale”. Un fattore, quello storico, da non trascurare. L’Italia da certe parole è molto più lontana delle 11 ore di viaggio e 6 ore di fuso orario che servono per raggiungere Toronto, da Malpensa, via Dusseldorf.

Marocco, il ritorno

Una settimana in Marocco, tra i colori del deserto e il sole a picco tutto il giorno. Ne ho parlato nella pagina Turismo del 10 giugno scorso.

Ero già stato a Rabat nel 2005. Ho trovato un altro Marocco, meno metropolitano, più wild, desertico. Un’entroterra di profumi e colori, da Marrakech a Ouarzazate, passando per Zagora ed Erfoud. Un Marocco che non potrà non rimanermi nel cuore.

Volver

Ogni viaggio è una professione d’amore per la tua casa

La massa che protegge, la massa che nasconde

Sono stato un po’ lontano dalle cronache bresciane per entrare approfonditamente nei fatti degli ultimi giorni. Non mi è sfuggito, tuttavia, l’accoltellamento in Piazzale Arnaldo di martedì scorso (non potevo non scrivere una riga visto che Arnaldo campeggia da sempre come simbolo di questo blog nella colonna di sinistra). Così come non mi sono sfuggite le successive polemiche gratuite, ed anche le provocazioni condivisibili ma retoriche.

A tal proposito condivido Daniele Bonetti (mio collega a Bresciaoggi, terzo blogger in ordine di tempo in redazione) quando dice “Nella massa c’è tutto. Ma la massa ha anche il potere di nascondere e, come l’altra sera, di nascondersi”, così come quando definisce pretestuose le prese di posizione del vicesindaco Fabio Rolfi (dimostrando che per non condividere Rolfi non è indispensabile essere di sinistra).

A Daniele, che dice: “Ho il sospetto che tra qualche ora potrei venire perquisito perchè bevo un aperitivo in una piazza”, posso solo consigliare – infine – di non andare in via Milano dove queste cose succedono già.

L’anarchia sentimentale ai tempi di Sex and the city 2

Mi è piaciuto. Come il primo. Inizio dalla critica: il lusso è eccessivamente ostentato. Nel telefilm vestiti e scarpe sono una sottolineatura di qualità e gusto più che di ricchezza come successo in questa seconda pellicola.

Detto questo la storia corre via leggera per due ore e mezza con una brillante Samantha, un’altalenante Carrie e due personaggi che restano sullo sfondo, Charlotte e Miranda: incasellate nei ruoli di madri, come a voler tenere un punto fermo nell’anarchia sentimental-sessuale di cui da sempre Sex and the city è portatore. Parlo di anarchia convinto come sono che il vero ideale anarchico sia quello che mette la persona in condizione di elaborare individualmente un progetto capace di ordinare la propria esistenza, al di là delle convenzioni sociali (un potere individuale contro un potere superiore, dato in partenza).

Come successo nel precedente lungometraggio anche in questo mi ha convinto l’idea di fondo. Perchè vi è una profondità laica nell’idea che il regista vuol trasmettere. Se il primo film è servito per decostruire il mito del matrimonio-evento ideale, per rimettere la coppia e la sua unicità al centro dell’idea di una promessa di unione perenne, questa volta sono le dinamiche della vita di coppia ad essere analizzate e decomposte fino ad un punto di equilibrio.

Tutto si gioca su una domanda malposta “è giusto staccarsi periodicamente in maniera sistematica dalla coppia per coltivare se stessi anche dopo un impegno solenne come è il matrimonio?”. E ancora: “coltivare la propria personalità lontano dal partner significa giocare col fuoco o dare ad entrambi una possibilità di eterna scoperta”? La risposta alla prima domanda sta nell’eliminare dalla domanda la “sistematicità” di una scelta, ridando alla libertà, anche nella coppia, una propria dignità e riconoscendole la capacità di unire. La risposta alla seconda domanda sta nel perdono. Probabilmente la più alta forma di potere che un individuo può esercitare nel suo vivere sociale. Un potere che si eleva se questo vivere sociale diviene sentimento e amore.

Quando tornano le ragazze sanno sempre come lasciare il segno + grande scelta della colonna sonora, a partire da True Colors di Cindy Lauper, che chiude il film.

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