Monthly Archives: giugno 2010

Sto ricaricando le idee.
Abbiate pazienza.

Il Brescia che verrà tra Giappone e Ghana. Mentre l’Italia aspetta più di un bresciano per il rilancio

Si comincia a delineare una strategia per il Brescia che verrà. Oggi Bresciaoggi parla di sette ipotesi allo studio dei dirigenti. Le più suggestive? Gli ex livornesi Knezevic, Filippini e Tavano, il giapponese Matsui, il ghanese Appiah. Sono soprattutto questi ultimi due a comporre il tandem di qualità da abbinare a Budel per un centrocampo da serie A.
Restano d’attualità anche i nomi di Zapater (Genoa), Sereni e Rubin (portiere e terzino sinistro, Torino)

Tra pochi giorni, infine, sarà il momento di Cesare Prandelli in nazionale, a cui il campione del mondo Alessandro Altobelli fa gli auguri. E potrebbe essere una nazionale più bresciana con Balotelli (ha la personalità che è mancata all’Italia in Sudafrica), Pirlo (che con la Slovacchia ha confermato la sua attuale insostituibilità: meglio un bresciano zoppo che il bergamasco Montolivo nel pieno della forma!) e Bonera (un giovane vecchio in eterna rampa di lancio).

Il Brescia è in serie A, sport o videopoker?

# 2005-2006 – 10° in Serie B
# 2006-2007 – 6° in Serie B
# 2007-2008 – 5° in Serie B. Eliminato in semifinale play-off dall’Albinoleffe
# 2008-2009 – 4° in Serie B. Eliminato in finale play-off dal Livorno
# 2009-2010 – 3° in Serie B, vince i play-off contro il Torino. Promosso in Serie A

Questa la successione che Wikipedia riporta a proposito delle 5 stagioni del Brescia in Serie B. Impossibile non evidenziare il progressivo miglioramento di risultati in classifica sia nella stagione regolare che nei play off.

Non ricordo, a memoria, un’altra squadra che sia riuscita a sostenere 5 anni ai vertici della serie B senza centrare l’obiettivo promozione. Perchè la serie B costa, non porta risultati economici, non ha ragione d’esistere, schiacciata tra l’aumento esponenziale delle piccole piazze e una serie A onnivora (da quando, soprattutto, è passata a 20 squadre).

Tutt’al più la serie cadetta ha registrato ascese che quando non coronate dalla serie A hanno corrisposto ad altrettante clamorose discese. Delle squadre che hanno sono arrivate in zona playoff negli utimi cinque anni 6 su 12 (la 13esima è il Brescia) sono retrocesse entro i due anni successivi, in alcuni casi addirittura fallite. Non solo: il Brescia è l’UNICA società che ha disputato tre playoff su cinque e l’unica tra le sconfitte ad essersi ri-qualificata successivamente.

Una percentuale del 50% che è molto chiara: chi fa un campionato di serie B per salire e non centra l’obiettivo sta giocando d’azzardo e rischia molto più degli altri il declassamento o l’estinzione. E pensare che a Brescia c’era pure (e sono in molti) chi sosteneva che arrivare nei playoff e non andare in serie A fosse il vero business di Gino Corioni!!!

Il Brescia alla fine è un’eccezione. E se la giudicassimo dal punto di vista sportivo sarebbe davvero un trionfo eccezionale per la progressione di risultati che l’ha portata in serie A. Dello sport, di una società capace di migliorarsi anno dopo anno.

A bilancio un anno in serie B a livelli playoff costa (arrotondando) un milione di euro al mese. E questi vanno interamente coperti con il calciomercato. Che tuttavia a nessuna squadra della cadetteria è riuscito a garantire negli ultimi 5 anni un introito di oltre 10 milioni ogni anno, limitato come è tra prestiti, comproprietà, scambi e l’ultima geniale formula superutilizzata: “il presito con diritto di riscatto per la metà”. Nuova frontiera delle plusvalenze.

E alzi la mano chi ha visto riscattare il secondo 50% di un giocatore allo stesso valore del primo 50%. In altre parole se Tizio vale 3 milioni per la metà mai a fine anno prendi gli altri 3 milioni per la seconda metà.

Gli ultimi cinque anni saranno sempre ricordati dai tifosi come quelli delle delusioni. Effetto di un calcio in cui la vittoria non è più una sublime opportunità ma una questione di vita o di morte. Una sorta di liberazione. Sul piano sportivo una distorsione totale della realtà. Perchè nello sport migliorarsi può essere un obiettivo plausibile, non vincere.

Ci si dimentica troppo spesso che nel calcio uno vince e gli altri stanno dietro. E la nostra cultura sportiva rimane estremamente deficitaria. Sono le stesse società ad alimentarla: il Brescia negli ultimi cinque anni (compreso quello del trionfo) ha cambiato mediamente due tecnici all’anno (solo Cosmi è durato un’intera stagione) e la tensione attorno al tecnico è sempre andata crescendo: Maran e Somma vennero cacciati nel girone di ritorno, Cosmi e Cavasin in meno di dieci giornate, due anni fa (finale playoff!) i tecnici in panchina furono addirittura tre. Sintomi evidenti di una inquietudine che certo, stando ai numeri, non può essere imputata ai risultati.

Il vero termometro, ormai, sono solo ed esclusivamente i bilanci. Ed in questo senso Corioni è stato il presidente più resistente, più spregiudicato nel rilanciare e rischiare, probabilmente anche quello meglio coperto alle spalle, nonostante il continuo lagnarsi della mancanza di imprenditori a lui vicini.

La Lega, il tifo tiepido e i cacciatori di scoop

In un pezzo suggerito da un’intuizione di Daniele Bonetti oggi ho raccontato il tifo tiepido (non tifo contro come Radio Padania, solo un molto italico distacco da primo turno del torneo) dei politici leghisti bresciani per la nazionale azzurra. Sinceramente mi aspettavo un po’ di calore in più. Credevo che certe dichiarazioni dei giorni scorsi fossero estemporanee, invece ho dovuto constatare che un certo sentimento antiazzurro serpeggia tra gli esponenti di spicco della Lega Nord.

Nessuno di loro ha detto “sì, sono italiano, tifo Italia”. Tanti distinguo, tante precisazioni, anche in quelli dai quali traspariva un certo imbarazzo. Una sorta di opposizione militante, più segno distintivo e identitario che altro.

Tra le dichiarazioni non ho riportato quella di un esponente locale decisamente di secondo piano che, dopo aver dichiarato il suo disinteresse per il calcio (nonostante la sua recente presenza allo stadio di Brescia), mi ha chiesto dopo un lungo silenzio “ma sei a caccia di scoop?”. Manco si trattasse di Umberto Bossi in persona. A scanso di equivoci.

Molto più apprezzabile e apprezzata la ricca risata che si sono fatti l’assessore provinciale Aristide Peli e il presidente della provincia Daniele Molgora (quello dei plurincarichi) quando ho chiesto loro “tiferete Italia o avete nel cuore solo la Padania?”. Una lezione chiara: anche da leghisti è consigliabile mantenere la propria autoironia senza imBorghesirsi troppo.

Il Corioni che conosciamo

Alzi la mano chi, leggendo oggi la pagina di Bresciaoggi dedicata alle reazioni dei politici al lungo memoriale del presidente Gino Corioni sulla vicenda stadio negli ultimi 20 anni, non ha sorriso riconoscendo nelle controverità dei vari Corsini, Paroli, Groli, il Gino Corioni che tutti conosciamo grazie alle cronache politicosportive di questi anni: imprenditore calcistico d’assalto, un po’ avventuriero, un po’ furbo, un po’ scaricabarile. Un uomo di grandi intuizioni e grandi cantonate, geniale e pressapochista, uno dei presidenti più longevi dell’Italia pallonara, ancora vivo e vegeto (forse mai come in questo momento) grazie al suo essere così profondamente radicato in un mondo del calcio che per molti aspetti lo rispecchia in pieno.

Il siparietto botta-risposta più significativo credo sia rispetto ai 30 mila metri quadrati di terreni acquisiti vicino al centro sportivo San Filippo (inedificabili). L’ex sindaco Paolo Corsini precisa così: Corioni dice di aver acquistato su suo consiglio per scoprire poi che non erano edificabili. «La realtà è che Corioni ha comprato quell’area di sua iniziativa, e solo dopo venne da me, che gli andai incontro, sollecitai l’architetto Mario Abba e io stesso andai a parlare con uno dei proprietari, anche se la situazione restò bloccata per il parere contrario della circoscrizione». Mezza verità per mezza verità (da quando le circoscrizioni hanno questo potere di veto così marcato?) il mosaico si ricompone…

Curioso il no comment dell’ex presidente della Provincia di Brescia, Alberto Cavalli. Un no comment ormai di routine, per lui. Ma come sempre i silenzi possono essere ignorati (lui fa sempre così…) o interpretati. Ammissione di colpa?

Per ora mi sento di dormire tranquillo. Se gli equilibri politico sportivi odierni saranno rispettati dalla classifica l’anno prossimo il Brescia si salverà. Ne sono fiducioso (lo sono molto meno per Bari, Cagliari, Catania, ho una riserva sul Cesena).

Intanto, da domani, dovrebbe partire il restyling minimale per lo stadio Rigamonti in vista della prossima stagione. Anche se mi lascia perplesso la cifra dichiarata di affluenza: 26 mila spettatori. Che mi lascia un dubbio: è opportuno (mi chiedo – in realtà – anche se sia possibile…) RADDOPPIARE di fatto l’affluenza in uno stadio che ancora presenta una struttura (la gradinata) dichiarata pericolante (che non rientra tra le ristrutturazioni da fare)? Non è una scelta rischiosa?

Parla Gino Corioni in esclusiva su Bresciaoggi: “Stadio, vent’anni di promesse non mantenute”

Le due pagine che oggi Bresciaoggi dedica alla vicenda stadio, con un ricco intervento del presidente del Brescia calcio Gino Corioni (che ha scritto tutto di suo pugno circa un anno fa), sono di quelle che ogni cittadino dovrebbe studiare, conservare e consultare. E’ sulla memoria che si costruisce un futuro importante.

Brescia, sapore di “quadripletta”

La vittoria dei playoff di serie B da parte del Brescia è stata salutata dagli interisti bresciani come l’ennesimo successo di una grande stagione, una sorta di loro personalissima quadripleta. Ma anche gli altri bresciani dovrebbero tenere in considerazione quello che è successo in questi ultimi due anni per capire che l’Inter nella nostra vittoria ha avuto un ruolo fondamentale.

E’ importante per capire quale sarà lo sviluppo del mercato del Brescia in vista del campionato di serie A e l’asse che può portare la squadra alla salvezza. Uno snodo che si muove sul triangolo Brescia-Parma-Milano (Inter): parte da Corioni e si appoggia a Ghirardi e Moratti.

Nel gennaio 2009 Viviano venne acquistato per 5 milioni per la metà. Fondamentali per chiudere l’annata. Si tratta del più alto valore speso negli ultimi anni per un portiere (di valore, non c’è dubbio) che è stato poi parcheggiato a Bologna a lottare per la salvezza. Quest’anno l’arrivo di Budel (fondamentale) e Cordova (accessorio) dal Parma, è rientrato in un giro chiaro che prevedeva Rispoli a Parma, mentre Ghirardi chiudeva il mercato in positivo grazie alla cessione di Mariga per 5 milioni (soldi più Biabiani).

Due operazioni fondamentali per il sostegno tecnico e finanziario della società, fino alla vittoria col Torino.

Gino Corioni, da sempre (ricordate l’iniziativa televisiva durata poche giornate?) fa parte dei presidenti d’opposizione. Il suo ritorno in serie A post-calciopoli potrebbe invece averlo messo in una nuova posizione di forza rispetto a molti altri. Nello stesso processo di calciopoli il Brescia calcio è ancora schierato sul fronte filointerista ed antijuventino, con la rivendicazione di 65 milioni di euro. Ecco perchè il Brescia in A è un affare che anche a Moratti, nel risiko calcio, interessa abbastanza.

Due operazioni diverse che confermano l’attuale egemonia finanziaria dell’Inter sul mercato. Che acquista a prezzi di favore (per gli acquirenti) tenendo in vita il giocattolo. Come ha fatto con la Roma a cui negli anni ha sempre acquistato il miglior giocatore messo sul mercato (Chivu, Mancini).

Per una volta mi limiterò a non dare un giudizio sportivo ma meramente economico. Oggi le speranze del Brescia di salvarsi in serie A passano soprattutto da questa alleanza strategica di mercato. Sono irrinunciabili. Attendiamo gli sviluppi di mercato per capire se la mia interpretazione è plausibile.

La lezione canadese

E’ stato davvero interessante ed istruttivo passare, in pochi giorni, da una tour di una settimana in Marocco ad una esperienza di lavoro in Canada. Da un Paese che in qualche modo guardiamo dall’alto in basso ad un altro che spiamo di traverso, quando nutriamo il sogno americano, nei confronti del quale non possiamo nutrire complessi di superiorità.

Dal deserto ai palazzi di Toronto, per seguire Exa International. E’ stato il primo esperimento condotto dalla fiera di Brescia di internazionalizzazione di un marchio fieristico locale. Ne ho parlato sabato, domenicae lunedì, su Bresciaoggi. L’esperimento, migliorabile, da sviluppare molto, ha comunque avuto un buon riscontro di pubblico, in un paese in cui sono radicate la cultura della caccia e della natura (nonostante l’attrazione maggiore siano le cascate del Niagara… più che altro una sorta di Niagardaland non esattamente wild)


Tutto sommato esperimento riuscito. Con alcune riserve… che solo il lavoro futuro potrà togliere.

E’ stato particolarmente interessante partecipare all’incontro con il console italiano Gianni Bardini (nella foto sotto tra Rebecchi, Bettoni e Massoletti), parlando di economia canadese, italiana e possibili relazioni. Un modello, il loro, assolutamente protezionistico. Dove il 50% di una merce deve essere di produzione canadese. Ma non per questo un modello chiuso. C’è una forma di socialdemocrazia conservativa, in Canada, che punta a garantire i cittadini. Lungi dall’essere liberisti i canadesi (che non ci hanno permesso di offrire bollicine franciacortine… ma si pentiranno) vivono in un’economia che difende il lavoro interno ed i livelli di benessere senza lasciarsi andare alle sirene del mercato.

Da una parte significa limitare l’accesso dei produttori. Dall’altra è un chiaro segnale: in Canada è possibile importare cultura, conoscenza, know how. Non prodotti finiti ma macchinari, processi, idee. Questi ultimi sono i benvenuti. E’ il caso ad esempio di Italian Pasta, il più grande produttore del Paese, che stando a quanto riferitoci nell’ultimo anno avrebbe investito in 50 milioni di euro di macchinari. Torna, in questo modello, quanto sostiene l’Economist: “la perdita di certi posti di lavoro basati sul prodotto non è impoverimento ma evoluzione: da una economia a sfruttamento di mano d’opera ad economia della conoscenza”. Un esempio, questo, declinabile in molti altri settori (un discorso, in realtà, che qui ho semplificato ma andrebbe di molto affinato).

Ho potuto poi apprezzare la comunità italo-canadese. Una realtà variegata, sospesa tra l’Italia sognata dalla generazione di Umberto Manca, personaggio televisivo della Chin (canale radio-tv italiano a Toronto: nelle due foto sotto alcuni momenti, con l’interessante parterre multietnico :) ) e l’Italia con cui relazionarsi proficuamente del concretissimo presidente della Camera di commercio italiana dell’Ontario, Corrado Paina, e di Pierluigi Roi, direttore di Omni Television, che ho potuto conoscere nella cena al Mistura-Sopra upper lounge (un ristorante italiano dalla cucina assolutamente riuscita, consigliato).


Nella Chin c’è un’Italia che non esiste più. Che all’italiano in visita appare come una buffa parodia dello “spaghetti, pizza e mandolino” di fantozziana memoria. Ma è evidente che la comunità italiana (400 mila persone secondo quanto ci è stato riferito) va ben oltre, è integrata, ha successo e sa relazionarsi con una società multietnica così lontana da quella del “fu” Belpaese.

Dalla prima italia, quella della Chin, tengo un insegnamento: “Il made in Italy non sarebbe nulla senza gli italiani all’estero”. Al di là delle esagerazioni (“la Ferrari non la conosce nessuno…”) penso che il concetto sia sostanzialmente giusto. E’ fondamentale per gli italiani allargare la loro percezione del Paese comprendendo nel conto anche i connazionali emigrati. E’ così per gli inglesi e francesi, che pensano con una radicata cultura coloniale. E’ così in particolare per gli ebrei, i dispersi per antonomasia. Io credo che da un proficuo rapporto di interscambio economico e culturale (il console canadese insisteva molto su quest’ultimo) possono nascere grandi opportunità.

Non è un discorso fine a se stesso. Certo è che in un paese ancora profondamente familistico, anti-meritocratico, ideologicamente conservatore e fondamentalmente impaurito dal cambiamento come il nostro, sono tanti gli ostacoli da superare prima di capire le opportunità di certe prospettive.

Del Canada riporto soprattutto la cultura multietnica. Una multietnicità talmente radicata, effettiva che quasi non è percepita. Al punto che è difficile ricavare un modello di integrazione. Ciò che mi ha colpito è l’analisi del console Bardini. “Il Canada è un Paese integrato che incita i suoi cittadini a coltivare le proprie identità”. (nella foto che segue io ritrovo la mia identità con un gruppo di inglesi nel calcio e nella birra)

In altre parole identità funzionale all’integrazione. “Ma tutto – conclude Bardini – è basato su un patto legale: non servono controlli, la polizia non perquisisce quasi mai, chi è qui sa che l’errore viene punito con puntualità e senza sconti”. Integrazione – identità – legalità. A cui il direttore Paina aggiunge “Una lunga storia multiculturale”. Un fattore, quello storico, da non trascurare. L’Italia da certe parole è molto più lontana delle 11 ore di viaggio e 6 ore di fuso orario che servono per raggiungere Toronto, da Malpensa, via Dusseldorf.

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