Esultiamo con Pertini (video) – #Italia #openparlamento #politica #socialist

Il 24 febbraio 1990 se ne andava il Sandro Pertini un grande presidente, un grande italiano, un grande socialista. Voglio ricordarlo così, mentre risponde a braccia alzate dalla tribuna del Bernabeu al mitico urlo di Tardelli e un altro mio idolo, Nando Martellini, commentava a nome di tutti gli italiani con una frase che appartiene ad uno stile ormai perso, come solo i grandi telecronisti sapevano fare: “Esultiamo con Pertini”.

Una frase semplice, entusiastica senza esagerazione, sintetica senza sensazionalismi, carica di significato nella sua lineare semplicità. Come solo i grandi narratori del calcio sapevano fare, rispettosi del rito collettivo, delle immagini già per loro natura esaustive, del loro ruolo di narratori, protagonisti senza protagonismi.

Lo stile di Martellini in quella frase fu lo stile che contraddistinse la vita di Sandro Pertini. Il presidente degli italiani.

In questo video un documento davvero bello testimone dell’amore reciproco tra Pertini e l’Italia.

Arbitraggio all’inglese. I luoghi comuni del #calcio (1) – #luoghicomuni

Nel calcio ci sono molti luoghi comuni che vengono unanimemente utilizzati. Una delle cose che amo poco è che ormai molti di questi luoghi comuni siano utilizzati nel dibattito calcistico non già con la coscienza del fatto che si tratti appunto di luoghi comuni ma con la convizione della loro assoluta verità.

In alcuni post cercherò di affrontarne alcuni (e vi invito se vorrete a segnalarmene altri da verificare) cercando di dimostrare se corrispondano alla realtà o ad una sua banale, approssimativa e quindi erronea, rappresentazione.

Esiste l’arbitraggio all’inglese?

SI

Si parla di arbitraggio all’inglese quando un direttore di gara risulta essere particolarmente permissivo. Il calcio inglese – nato come deviazione dal gioco del rugby – storicamente si è infatti prestato ad un gioco molto più votato al contrasto anche agonisticamente acceso rispetto all’interpretazione latina che privilegia il palleggio e minimizza lo scontro fisico.

Andando ad analizzare le statistiche relative ai falli sanzionati in questa stagione si nota chiaramente come effettivamente in Inghilterra da un punto di vista statistico vengono fischiati meno falli e viene utilizzata molto meno l’arma del cartellino per debellare il gioco duro.

Nelle partite giocate nei 5 campionati europei maggiori (Italia, Spagna, Germania, Francia e ovviamente Inghilterra) dalle 98 squadre iscritte nel periodo che va da settembre 2011 ad oggi si può notare chiaramente come la squadra inglese che subisce più falli in media a partita (il Queen’s Park Rangers, con 12,4) sia al 75esimo posto. Non solo: tutte le altre squadre inglesi sono concentrate dal 79esimo posto del Chelsea al 98esimo posto del Norwich con medie che vanno da 11,5 a 8,5 falli in media a partita.

La tendenza è abbastanza chiara. Ma è comunque interessante notare anche un altro dato. Le sanzioni più pesanti (cartellini gialli e rossi) vedono un sostanziale riequilibrio della situazione. Il Chelsea è la squadra maggiormente punita nelle 25 partite di campionato giocate: 55 gialli e 4 rossi e si trova al 20esimo posto. Per il resto sono ben 9 i club che si trovano agli ultimi 20 posti dei 98 totali.

Di contro il campionato più sanzionatorio è la Liga dove troviamo 13 delle prime 20 squadre europee più sanzionate, mentre sono solo 4 le squadre della Liga che figurano tra le 20 più fallose. Una tendenza alla repressione del gioco duro particolarmente marcata nel calcio spagnolo.

Un blog “di classe”. Alcune risposte agli studenti dell’Istituto Lunardi

Pubblico – scusandomi con gli interessati – con qualche giorno di ritardo, le risposte ad alcune domande che gli studenti dell’Istituto Lunardi mi hanno posto in preparazione all’incontro di venerdì in cui parleremo del sistema economico bresciano.

1. Qual è la tradizione delle esportazioni di Brescia? Negli ultimi anni queste esportazioni sono diminuite?

I settori bresciani tipicamente vocati all’export sono principalmente quello della subfornitura (ovvero, componentistica elettronica, meccanica ecc. che poi altre aziende utilizzano per produrre svariati prodotti); meccanica; agroalimentare (vino in primis); armi sportive (da caccia, tiro a segno ecc); chimica e altri ancora. In generale possiamo dire che l’export riflette le specificità del made in Brescia.

La crisi del 2009 ha impattato sulle esportazioni ma stiamo assistendo ad un recupero, sebbene nel terzo trimestre 2011 ci sia stato un forte rallentamento a causa del deterioramento delle prospettive di crescita a livello mondiale. L’export rimane comunque il principale driver della crescita delle nostre imprese, dato che il mercato nazionale è depresso sia da un punto di vista di consumi che di investimenti.

2. Negli ultimi anni vi sono state delle delocalizzazioni delle imprese bresciane? Perché? Dove?

*L’avvertenza preliminare è questa: solitamente si parla di “delocalizzazioni” quando ad una apertura di un sito produttivo all’estero corrisponde una chiusura nel Paese d’origine. Se questo non si verifica è più corretto parlare di “internazionalizzazione” dell’impresa (che taluni chiamano anche “delocalizzazione orizzontale” in contrapposizione alla delocalizzazione produttiva che è “verticale”, che può andare all’estero – ad esempio – per trovare nuovi mercati (e quindi vendere di più fuori dal Paese d’origine ma riportando benefici in termini lavorativi nella propria sede). Si tratta di una giusta premessa anche perché il termine delocalizzazione viene utilizzato spesso con accezione negativa. Nel primo caso il risultato è un calo della occupazione nel Paese originario, nel
secondo non vi è perdita di posti di lavoro.

Le delocalizzazioni sono avvenute in misura maggiore presso paesi dell’est europa (Romania, Polonia ecc) e del Nord Africa (Tunisia). Meno frequenti quelle verso paesi lontani, come la Cina. Il motivo prevalente è dettato dalla ricerca di manodopera a basso costo, al fine di contenere i costi
di produzione.

3. Quali rischi comporta la delocalizzazione? Capita mai che alcune imprese decidono di ritornare nel luogo dove operavano precedentemente?

Il rischio tipico legato alla delocalizzazione consiste nel non trovare, nel nuovo luogo di produzione, le competenze e la manodopera specializzata che si aveva a disposizione nel luogo di origine. Questo a volte può causare dei ripensamenti, ma accade raramente.

4. Nelle ragioni della delocalizzazione rientra il mercato interno oppure le imprese decidono di delocalizzarsi solamente per produrre ed esportare altrove?

Il mercato interno può essere uno dei fattori di scelta, nel momento risulta caratterizzato da troppi vincoli burocratici ed alti costi. Va comunque considerato che spesso una impresa è “costretta” a delocalizzare anche solo per seguire un cliente. Ad esempio la Fiat, nel momento in cui ha
delocalizzato la produzione di determinati veicoli all’estero, ha “imposto” ai propri fornitori di attivare a loro volta delle subsidiary di produzione presso i nuovi mercati, al fine di avere continuità e vicinanza di approvigionamento. La scelta della strategia comunque dipende da settore
e Paese destinatario, ed ogni azienda ha una storia a sè (difficile anche semplificare per settore merceologico).

5. Quali settori economici sono in crisi? Perché?

Da un punto di vista nominale sicuramente va citato il Sistema Moda che soffre di una crisi endemica iniziata negli anni ‘90 e protrattasi oltre. Altri comparti soffrono di specializzazione prodotto-settore sbagliata o di nanismo degli operatori (ovvero la dimensione troppo piccola dell’azienda per poter competere su un mercato fatto anche di grossi competitor).
I settori più in difficoltà sono quelli a basso valore aggiunto, cioè quelli caratterizzati da prodotti facilmente copiabili. Quando il prezzo diventa il fattore di scelta principale, è inevitabile che ci
siano economie nettamente più competitive rispetto all’Italia.

6. Quali sono le competenze richieste a un giovano che trova impiego in una impresa che ha rapporti con l’estero?

I primi in assoluto sono la conoscenza della lingua inglese (con un interesse crescente per le lingue dei Paesi emergenti), la disponibilità a spostarsi anche solo per un periodo di tempo breve, la voglia di imparare e di confrontarsi con altre realtà. In generale serve grande flessibilità mentale nel sapersi mettere in gioco, ma anche la capacità di apprendere culture molto distanti dalla nostra ma non per questo inferiori o non degne di grande rispetto.

Il principe del deserto – #Natale al #Cinema

Auda è il “rottamatore” del deserto. Il giovane studioso che attraverso la conoscenza diventa un leader politico guerriero migliore rispetto ai maestri. Che dei maestri somma vizi e virtù ma che riesce ad essere migliore perchè legato ad un sapere più complesso e meno dogmatico. Un film affascinante in oltre due ore da gustare d’un fiato, di quelli che ti fan venir voglia di andare alla ricera dei vecchi titoli del regista, che qui è soprattutto bravo a non cadere nei giudizi ed a differenziarsi rispetto agli schemi tradizionali del mondo arabo. Illuminante.

2011 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Syndey Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 15.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 6 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

Un #blog “di classe” – #scuola #economia #lunardi

Nelle scorse settimane sono stato invitato da Oliviero Filippini e Flavia Bettoni, due professori dell’I.I.S. Lunardi a tenere una lezione in classe sull’economia bresciana. Sperimenteremo insieme la costruzione di una lezione interagendo per un mese intero con gli studenti di tre classi quarte, anche attraverso il blog.

Un’idea affascinate. Nel 1995, quando ero io rappresentante d’istituto dell’Itc Grazio Cossali di Orzinuovi una delle battaglie fatte fu per avere la connessione Internet a scuola (non un’aula ma un solo pc collegato, sono sempre stato minimalista nelle mie cose). A quel tempo mi rispondevano che “a scuola si viene per studiare, non per giocare al computer”. Tre anni dopo guadagnavo scrivendo sul web (di giorno, mentre di sera facevo il barista).

Con me ci sarà anche Giacomo Treccani, responsabile fino al 31 dicembre delle missioni imprenditoriali all’estero di Pro Brixia, l’azienda speciale della Camera di Commercio di Brescia, esperto di marketing con esperienze lavorative in realtà come Ferrero e Parmalat.

Nei prossimi giorni quindi pubblicherò ciclicamente dei post di risposta ad alcuni quesiti degli studenti. Il blog servirà per avviare un canale di comunicazione da qui al 20 gennaio prossimo. Ovviamente i ragazzi se lo riterranno opportuno potranno commentare o fare ulteriori richieste dopo le risposte (con la richiesta di essere il più liberi, diretti e meno formali possibile nel porre eventuali domande, proprio come farebbero su un qualsiasi blog scollegato dalla loro esperienza scolastica).

Nell’ambito del programma di Economia Politica i due docenti stanno cercando di connettere le informazioni provenienti dai manuali scolastici, spesso un po’ generiche e astratte, con quelle provenienti da altre fonti più legate alle attuali problematiche economiche e sociali.

In questo contesto ha preso corpo il Progetto “frammenti concreti di economia politica” che prevede 3 momenti di incontro sui temi attuali dell’economia e della finanza. Il primo di questi incontri si svolgerà appunto il 20 gennaio sul tema “Le imprese bresciane e l’economia internazionale”. In seguito vi saranno altri due incontri con esperti esterni: sul tema delle Banche e del debito sovrano l’uno, sull’esperienza della Banca Etica e delle Banche del Tempo l’altro.

I due insegnanti promotori hanno voluto condividere alcune considerazioni con me via mail:

Il pericolo di queste iniziative è spesso la distanza siderale fra le relazioni degli “esperti” e le competenze generali/capacità di ascolto/cultura specifica sull’argomento da parte del pubblico (ancor più se studenti), a cui si aggiungono spesso gli aspetti logistici e specifici di una comunicazione uno a molti. L’efficacia stessa delle iniziative è spesso compromessa dalla problematica sopra descritta, al di là delle buone intenzioni degli organizzatori.

Per cercare di avvicinare il pubblico ai relatori abbiamo iniziato da settembre ad approfondire nelle classi coinvolte i problemi attuali e concreti dell’economia internazionale, i “nuovi” soggetti emersi, la crisi di una visione del mondo legata a schemi in gran parte superati ed a stereotipi sempre meno rispondenti alla situazione effettiva dei rapporti internazionali.

Gli studenti ora sanno che la Land Rover e gran parte della siderurgia europea sono in realtà indiane; che la Cina sostiene il debito pubblico degli USA comprandone i titoli, ed esporta merci di qualità sempre più alta in occidente; e nel contempo “si sta comprando l’Africa”; che il Brasile è su livelli di crescita paragonabile a questi Paesi, ma, unico caso nella Globalizzazione Mondiale, sta riducendo le disuguaglianze sociali al proprio interno; e poi ci sono la Russia, il Sudafrica, la Turchia e altri Paesi ancora che stanno già oggi giocando un nuovo ruolo nell’economia mondiale.

Nel contempo Stati Uniti ed Europa rischiano il declino, forse inevitabile, se non il crollo rapido nelle condizioni di vita. Si tratta di trovare il proprio nuovo ruolo nell’economia internazionale, per esempio “esportando regole”, attraverso merci di alta qualità tecnologica ed ambientale, prodotte da una popolazione che gode di condizioni di welfare (questo è quanto fa la Germania).

L’alternativa è un patetico tentativo di fare una concorrenza basata sulla pura riduzioni di costi con Paesi ancora molto distanti da noi, ma che spesso hanno una forza lavoro qualificata ed una popolazione molto motivata alla crescita economica.

L’Italia, con l’enorme ipoteca del proprio debito pubblico e delle ragioni che l’hanno determinato, deve trovare la propria “mission” in questo scenario mondiale. Questa almeno la tesi di Federico Rampini, sui cui scritti si è in buona parte fondato questo lavoro di approfondimento.

Una analisi a grandi linee condivisibile, soprattutto nell’approdo al discorso sulla “concorrenza da non fare basandosi sulla pura riduzione dei costi”.

Nel frattempo ho ricevuto dagli studenti alcune domande che riguardano l’andamento dell’economia bresciana in relazione a questo scenario. Si vuole sapere, per esempio, di esportazioni e delocalizzazioni delle imprese bresciane, o ancora: quale preparazione è utile ai giovani tecnici di domani.

Nei prossimi giorni – supportato anche da opinioni e analisi statistiche del Centro studi dell’Associazione industriale bresciana e dagli spunti dell’ex presidente Apindustria, Flavio Pasotti – avvierò in forma sperimentale questo canale comunicativo.

Mumbai bye – #india #viaggi

Se Rio de Janeiro, che ho visto per la prima volta a fine maggio, è la città delle contraddizioni, Mumbai (la vecchia Bombay) è LA contraddizione.

Non riusciremo a capirci se non ridurremo la lingua a sette parole, diceva il vecchio Gibran, saggio libanese navigatore. Lo capisci quando l’uomo viene messo di fronte alla sua umanimalità. Come nelle strade di Mumbai, dove puoi essere comunista o capitalista, comunitario, libertario o identitario, agnostico o religioso, razzista e pure fascista e convinto della tua superiorità, dove puoi essere solo te stesso e tutto è possibile. Dove sei di fronte al nulla, nudo, ed alla sua crudezza, affamata. Dove l’individualità mitizza l’individualità calpestata.

Nulla è più disarmante del tutto è possibile. Distruttivo e rivoluzionario nel punto in cui il destino si incrocia con il libero arbitrio e l’opportunità con il niente.

Ti viene da ribellarti dicendo no, non siamo frutto della stessa umanità.
Sei libertario e ti aggrappi agli spiragli di un sistema che non c’è.
Sei capitalista e assaggi la contraddizione della pancia gonfia che ti limita i movimenti.
Sei umanitario e ti volti per riscoprire la tua essenza isolandoti dal resto, un razzista in preda ai tuoi pensieri di diversità.
Vorresti essere comunista per rifugiarti in un diritto di nascita, e già ti senti mancare lo spazio all’orizzonte.
E cos’altro di insensato puoi essere quando ti trovi di fronte la tua umanimalità che ha mani e piedi diversi dai tuoi?

Cosa dire di una città del caos dove anche essere il nulla è lecito. Dove i bambini rovistano pane tra i rifiuti. Piccoli imprenditori affamati della loro crescita rachitica. Dove nessuno ha colpa perchè vivere non è colpa e morire solo un effetto indotto dal risveglio.

Dove nessuno si rialza se nessuno tende una mano e nessuno resta in piedi se tutti restano somma, ma non prodotto, dei loro desideri.

Il cambiamento si può solo governare. Il riscatto è la moneta del prigioniero.

E’ sporca la città, tutto cercherà
Di condurre sino a te e io no.

(Manuel Agnelli)


(nel video le immagini del flash mob di domenica alla stazione di Mumbai)

Vedi amore, i viaggi con te
giocano ad inseguire orizzonti,
intrappolano emozioni senza parole:
lì nascono e dentro noi, morendo, vivono.

Vedi amore, i viaggi senza te
perchè solo abbiano un senso
che non sia la mia solitudine
sono aliti da regalare al mondo.

I viaggi con te
sono istantanee morenti
che di sangue, solo, vivono. (g.a.)

Un ministro per internet. Ma stiamo scherzando? – #innovazione #rimontiamo #monti #montifacts @massimosideri

Ho appena letto il pezzo di Massimo Sideri sul Corriere della sera.

Beh, se voleva far discutere ci è riuscito. Se voleva sollevare sdegno anche. Cercherò di contenere il DISSENSO TOTALE provando a manifestarlo nel modo più diplomatico che conosco.

Sideri chiede di istituire un ministero per Internet.

E afferma:

Il web è ormai il 2% del nostro Pil. È ora di un ministro di Internet? Un’industria con tassi di crescita del 18% annuo. Serve qualcuno che sappia dialogare con il mondo delle start up

E dunque è probabile che nella prossima legislatura avvenga il sorpasso: più Internet, meno cabernet, rielaborando un vecchio e famoso graffito popolare.

Ogni lunedì su Twitter faremo il punto. Vediamo quanto ci vorrà per avere un dicastero che capisca cos’è un mouse.

Una proposta del genere mi pare totalmente scollegata dalla realtà, figlia di una cultura retrograda, superata, dirigista (ma purtroppo non minoritaria nel Paese) in ossequio al peggior burocratismo possibile.

Dobbiamo trovare qualcuno che dialoghi col mondo delle startup? Tutti i ministri devono farlo perchè ogni startup può dare a loro (non alla rete) un valore aggiunto. La rete esiste ed esisterà a prescindere, è il Paese a giovarsi della sua presenza.

Lo dico chiaramente. Se il futuro sarà “più Internet, meno cabernet” (che è un bello slogan ma la sua validità non va al di là dell’assonanza) avremo fallito. Perchè se ci sarà più Internet fatto in modo intelligente ci sarà anche più cabernet! Ignorare questo è ignorare l’essenza stessa della rete.

Credo che si commettano 3 ERRORI DI FONDO, che vanno al di là della critica, fondatissima e di stampo antipolitico, che in molti in rete stanno già facendo, ovvero: “Un ministero bloccherebbe l’unica cosa che funziona”.

1. IL WEB E’ SERVIZIO.
Pensare a Internet come ad uno strumento fine a se stesso, scollegato da tutti gli altri settori fa parte di quella cultura uccisa dalla prima bolla speculativa, quando banalizzando si pensava che il web sarebbe stato il veicolo di un mercato pubblicitario infinito fatto di connettività.

Il web è terziario avanzato, è un acceleratore di business per tutti i business che noi abbiamo conosciuto finora.

Sta nella realtà, per questo non ho mai amato la distinzione tra internet e mondo reale, ed è alla realtà che dà un contributo, non a un suo mondo astratto.

Internet è un mezzo non un fine, ed è capace di veicolare informazione su campi dove l’Italia può davvero essere un riferimento mondiale.

2. IL WEB E’ LIBERTA’.
La rete per sua stessa natura sarà sempre un passo avanti a tutte le leggi e le programmazioni nazionali ed internazionali. Perchè è esperienza diretta e immediata. Per quanto si voglia pensare ad una strategia il web sarà sempre un passo avanti:
- gli hacker nascono dirottatori e finiscono a fare sicurezza per le aziende
- il web come strumento di scambio e apprendimento arriva molto prima di ogni altro media di massa (e potenzialmente questa influenza sarà infinitamente crescente), è un media immediato: questa la sua grandezza
- internet per sua natura è anarchico, e quindi ha bisogno di ottimi tecnici e di conoscenza, i politici vengono molto dopo (il più tardi possibile)
- la rete è un luogo senza spazi e senza tempi che gioca d’anticipo
- la rete non innova perchè è innovazione in sè! (lo ha capito bene Zuckerberg, criticato quando rinnovava Facebook radicalmente e quindi passato ad un work in progress costante in grado di mutarti l’interfaccia quotidianamente senza che tu te ne accorga)

3. IL WEB E’ TUTTO.
Sarebbe assurdo avere ministro di Internet, perchè questo sarebbe il ministro di tutto. L’ultimo governo Berlusconi aveva 24 ministri, e tutti, se avessero avuto un minimo di collegamento con la realtà, con il Paese che cresce e non con quello parassitario che tira a campare, oggi dovrebbero essere dei guru del web!

Mi chiedo, davvero non capiamo perchè Internet doveva stare al centro dei pensieri del ministro per la “Pubblica amministrazione e l’Innovazione” (!!!), delle “Pari opportunità”, dei “Rapporti con il Parlamento”, della “Semplificazione Normativa”, della “Sussidiarietà e il decentramento”, e ancora “Economia e Finanze”, “Sviluppo Economico”, “Politiche Agricole, Alimentari e Forestali”, “Infrastrutture e Trasporti” (!!! la banda larga !!!), “Lavoro e Politiche sociali” (!!!), “Salute”, “Istruzione Università e Ricerca” (!!!). E sono solo i primi in cui trovo un collegamento diretto per quella che è la mia conoscenza limitata del web!

Trattare Internet come un ambito della politica significa non capire che Internet è la politica nella sua essenza! Perchè è opinione, necessità di comunicazione, capacità di stare sui contenuti, concretezza quotidiana, innovazione, nuova strumentazione, decostruzione e ricostruzione di vecchie metodologie su basi più efficienti e dinamiche.

Davvero, quando leggo certe cose mi sembra di sognare. Siamo davvero così indietro da pensare che un ministro per il web abbia minimamente senso?

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